Il valore dell’auto non viene smontato dalle tabelle A.C.I.

in caso di accertamento basato sul redditometro il contribuente non può difendersi sostenendo che il valore presuntivo può essere ricalcolato in base ad altri coefficienti

Sono estremamente interessanti le conclusioni cui giunge la sentenza n. 13 del 22 febbraio 2011 (ud. del 24 novembre 2010) della C.T.P. di Alessandria, Sez. VI, secondo cui nell’accertamento fondato sul c.d. redditometro, il valore che il decreto ministeriale attribuisce ai coefficienti redditometrici costituisce una presunzione legale relativa, con la conseguenza che il contribuente non può dimostrare che il reddito derivante dall’applicazione dei coefficienti è errato, allegando le tabelle ACI relative al costo del mantenimento dell’autoveicolo, costo che si può rivelare inferiore a quello imputato dal decreto ministeriale.




Il fatto


Con ricorsi pervenuti in data 11/03/2010 il sig. S.R. contestava gli avvisi di accertamento con i quali l’Agenzia delle Entrate accertava a suo carico maggiori redditi, per gli anni di imposta – 2004 e 2005, applicando la metodologia dell’accertamento sintetico, a norma dell’art. 38 c. 4 del DPR n. 600/1973, tenendo conto dei beni di cui è risultato intestatario il contribuente nelle citate annualità: un’auto alimentata a gasolio di HP 22 immatricolata nel 2004, quota di possesso 100% ed un immobile adibito ad abitazione principale di mq 75, quota di possesso 100%.


A motivo dell’opposizione il ricorrente contestava in diritto l’illegittimità e l’inammissibilità della tipologia di accertamento c.d. sintetico applicata dall’Ufficio, nonché la presunta carenza di motivazione in relazione al disposto dell’art. 42 stesso DPR.


Nel merito, eccepiva il fatto che in sede di accertamento l’Ufficio non avesse tenuto conto della documentazione esibita a seguito di invito al contraddittorio, con specifico riferimento all’acquisto dell’auto “Alfa Romeo 156 2,4 JTD“. Forniva poi un ricalcolo del reddito riferibile alla predetta auto basato sull’applicazione di dati relativi a presunti costi annuali desunti da tabelle pubblicate dall’A.C.I..


Resisteva di contro l’Agenzia delle Entrate affermando la piena legittimità nonché la fondatezza dell’applicazione, nel caso in esame, dell’art. 38 c. 4 DPR n. 600/73, supportate peraltro da consolidata giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione.



La sentenza


A prescindere dall’eccezione in ordine alla pretesa carenza di motivazione dell’avviso impugnato, – cui la Commissione non ritiene di dover aderire in ossequio ad un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, poiché è principio incontroverso che la motivazione di un atto debba ritenersi sussistente ed esaustiva in tutti i casi in cui la stessa consenta al contribuente di conoscere la natura e l’entità della pretesa tributaria e, e nel caso in esame l’ufficio ha indicato i fatti sui quali ha fondato la pretesa impositiva consentendo al ricorrente di contestarne la rilevanza e concretando in tal caso la “provocatio ad opponendum” che la giurisprudenza di legittimità ed anche di merito è concorde nel ritenere necessaria e sufficiente all’instaurazione del contraddittorio tra contribuente e fisco, anche le restanti eccezioni proposte dal ricorrente non sono state ritenute condivisibili dai giudici e sono state disattese.


In particolare, “priva di fondatezza risulta la contestazione circa l’illegittimità del metodo accertativo di tipo “sintetico” così come applicato dall’ufficio. Pare incontestabile infatti, che la rettifica del reddito imponibile mediante il ricorso alla tipologia del metodo sintetico sia perfettamente legittima e più volte confermata dalle sentenze della Suprema Corte di Cassazione che individuando il canone ermeneutico di tale procedimento su presunzioni fondate sull'”id quod plerumque accidit” ha ravvisato l’esistenza di tutte la garanzie in tema di prova dei fatti da parte del contribuente dispensando l’amministrazione finanziaria da ulteriori prove rispetto ai fatti indice di maggiore capacità contributiva individuati dal “redditometro” stesso e posti a base della pretesa tributaria fatta valere”.


Merita sottolineare che la rettifica del reddito imponibile mediante il ricorso alla tipologia del reddito sintetico si basa unicamente sul confronto tra il reddito dichiarato e quanto determinabile in base al possesso od alla disponibilità di beni o servizi descritti nel D.M. 10/09/1992.


Sussiste un automatismo nel calcolo del maggior reddito, attraverso la moltiplicazione tra i beni indice di capacità contributiva ed i coefficienti stabiliti dal citato D.M. e successivi decreti.


Risulta di tutta evidenza che sia posto a carico del contribuente l’onere di dimostrare che il reddito presunto è costituito in tutto o in parte da redditi esenti già assoggettati ad imposta ovvero che esso non esiste in misura inferiore, – e, poiché non pare che il ricorrente abbia dato le prove che a lui competono per contrastare l’operato dell’ufficio, si deve considerare ulteriormente fondata la pretesa tributaria vantata dall’ufficio.


Conseguentemente, i giudici alessandrini respingono il ricorso e condannano il ricorrente alla rifusione delle spese di giudizio nella misura di € 500.



Brevi riflessioni


Nell’accertamento sintetico, il giudice tributario che abbia accertato la sussistenza degli indici rivelatori non ha il potere di togliere a tali elementi la capacità contributiva presuntiva che il legislatore ha connesso alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale degli stessi (cfr. Cass. n. n. 2726 del 4 febbraio 2011, ud. del 10 dicembre 2010).


In tema di accertamento sintetico, infatti, gli elementi indicativi di capacità contributiva costituiscono una presunzione legale, ai sensi dell’art. 2728 c.c., perchè è la stessa legge che impone di ritenere conseguente al fatto (certo) di tale disponibilità la esistenza di una capacità contributiva.


Pertanto, il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici elementi indicatori di capacità contributiva esposti dall’Ufficio, non ha il potere di togliere a tali elementi la capacità presuntiva contributiva che il legislatore ha connesso alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale (e, quindi, non imponibile o perchè già sottoposta ad imposta o perchè esente) delle somme necessarie per mantenere il possesso dei beni indicati dalla norma.


E a tali dettami si sono attenuti i giudici alessandrini, circoscrivendo il thema decidendum alla questione della sufficienza della prova, che il contribuente deve offrire, sul fatto che l’elemento posto dal Fisco a base della presunzione di reddito non è invece dimostrativo di capacità contributiva.


Ora, nel caso di specie, il contribuente non ha fornito la prova richiesta dalla norma – possesso di redditi esenti già assoggettati ad imposta – ma si è limitato ad offrire un nuovo sistema di calcolo – tabelle Aci – non previsto dalla norma.


Si ricorda sempre che la Corte di Cassazione, con sentenza n. 25386 del 26 ottobre 2007 (dep. il 5 dicembre 2007), aveva già avuto modo di affermare che gli accertamenti effettuati mediante redditometro si sottraggono all’obbligo di motivazione ex art. 3, c. 2, della L. 7 agosto 1990, n. 241, con la conseguenza che l’Amministrazione finanziaria è esonerata da qualunque prova ulteriore rispetto ai fatti indicativi di capacità contributiva individuati dal redditometro e posti a base della pretesa fiscale), gravando sul contribuente l’onere di dimostrare che il reddito presupposto sulla base del redditometro non esiste o esiste in misura inferiore.


Il beneficio fiscale di cui al comma 6, dell’art. 38, del D.P.R. n. 600/73 è comunque subordinato all’esercizio, da parte del contribuente interessato, della facoltà di provare che la maggiore disponibilità economica accertata sinteticamente non dipenda da redditi prodotti nell’anno o dipenda da redditi esenti da imposta od in ordine ai quali sia stata già effettuata la ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.


Pertanto, qualora il contribuente non si attivi in tal senso, la concessione del beneficio in argomento, non potrà aver luogo. Come nel caso di specie. Il ricorso al redditometro esonera quindi l’Amministrazione da qualunque ulteriore prova e le consente di emettere un valido avviso di accertamento ricorrendo ad un mero calcolo matematico; resta onere del contribuente fornire in sede giudiziaria la prova contraria a quanto dedotto attraverso il “redditometro“.




11 marzo 2011


Gianfranco Antico

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