Non valgono i prestiti, non provati, degli amici

in caso di accertamento basato sui movimenti bancari non basta giustificare i movimenti di conto corrente invocando prestiti effettuati da amici, bisogna anche provarli…

Con sentenza n. 767 del 14 gennaio 2011 (ud. del 29 settembre 2010) la Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi di indagini finanziarie, affermando che la presunzione di riferibilità dei movimenti bancari od operazioni imponibili si correla ad una valutazione del legislatore di rilevante probabilità che il contribuente si avvalga di tutti i conti di cui possa disporre per le rimesse ed i prelevamenti inerenti all’esercizio dell’attività. Spetta, quindi, al contribuente dimostrare l’irrilevanza tributarie delle somme movimentate ed imputate a prestiti o disponibilità accordate da terzi (nella specie, amici di famiglia).




La fattispecie


La complessiva pretesa fiscale scaturisce dall’esame della documentazione bancaria riferita a conti correnti riconducibili alla s.s. A.A.P. di P.R..




Il pensiero della Cassazione


I motivi della decisione assunta dai giudici di Cassazione vengono stesi attraverso l’enunciazione di precedenti principi espressi dalla Corte.


In siffatta fattispecie, come ripetutamente affermato dalla Corte di Cassazione (fra le altre, sentenza 28 marzo 2008 n. 8041), si verifica un’inversione dell’onere della prova perchè in presenza di accertamenti bancari, è “onere del contribuente dimostrare che i proventi” desumibili dalla movimentazione bancaria non debbono essere “recuperati a tassazione” o perchè egli ne ha già “tenuto conto nelle dichiarazioni” o perchè (“Cass. nn. 9573/2007, 1739/07, 28324/07”) “non sono fiscalmente rilevanti” in quanto “non si riferiscono ad operazioni imponibili“.


Nei casi previsti” dalle norme richiamate, inoltre (Cass., trib., 20 giugno 2008 n. 16837), “l’onere dell’amministrazione di provare la sua pretesa è soddisfatto, per volontà di legge, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti bancari” per cui “resta … a carico del contribuente l’onere di provare il contrario, realizzandosi così la cennata ipotesi d’inversione (Cass. nn. 14018/2007, 2450/2007, 19920/2006, 3115/2006, 28342/2005)” in quanto (Cass., trib., 14 novembre 2003 n. 17243; id., trib., 16 aprile 2003 n. 6073; id., trib. 1 aprile 2003 n. 4987) “la presunzione di riferibilità dei movimenti bancari od operazioni imponibili si correla ad una valutazione del legislatore di rilevante probabilità (id quod plerumque accidit) che il contribuente si avvalga di tutti i conti di cui possa disporre per le rimesse ed i prelevamenti inerenti all’esercizio dell’attività“.


Da tanto discende che, diversamente da quanto ritenuto dai ricorrenti, nella specifica fattispecie l’amministrazione finanziaria non deve effettuare “nessun supplemento di istruttoria”, nè è tenuta ad “elaborare le risultanze contabili” dei conti bancari del contribuente nè, ancora, deve offrire (neanche al giudice, in sede di giudizio) “elementi ulteriori” di prova, quand’anche indiziari.


La “presunzione” legale di “riferibilità dei movimenti bancari ad operazioni imponibili“, inoltre, porta in sè la qualificazione (anche questa presunta iuris tantum) certamente reddituale di quei “movimenti” avendo il legislatore posto a carico del contribuente la prova (oltre che della loro considerazione “nelle dichiarazioni“) della eventuale irrilevanza fiscale degli stessi.


Dai richiamati principi discendono evidenti, da un lato, la correttezza giuridica dell’affermazione del giudice di appello secondo cui nel caso si è in presenza di una “presunzione legale iuris tantum” che assorbe “l’onere probatorio spettante all’Ufficio”, e di converso, l’erroneità della formulazione del “quesito di diritto” conclusivo del primo motivo di ricorso, atteso che lo stesso si fonda non già sulla prospettazione di una interpretazione delle conferenti disposizioni diversa da quella desumibile nella riportata sintetica espressione adottata dal giudice di appello ma unicamente sul convincimento dei contribuenti medesimi dell’avvenuto assolvimento dell’onere della prova posto a loro carico.




La prova


Il giudice di appello ha ricordato che, secondo i contribuenti “la causa del negozio da cui sarebbero scaturiti gli incassi e i pagamenti sarebbe dovuta ad un finanziamento ottenuto dal … B., amico di famiglia … e intermediario agricolo, in attesa che i ricorrenti potessero ottenere finanziamenti bancarie che sarebbero arrivati con mutuo fondiario nel dicembre 1999 e successivamente nel settembre 2001, giugno 2003 e giugno 2005”).


Osserva la Corte che la doglianza si risolve unicamente nell’esposizione da parte dell’interessato del convincimento dei contribuenti (contrario a quello della C.T.R.) di avere fornito prova idonea a dimostrare l'”irrilevanza” fiscale sia dei versamenti che dei prelevamenti riscontrati sui conti correnti bancari esaminati dalla Guardia di Finanza.


Siffatto convincimento, però, si fonda unicamente su affermazioni (peraltro anche confuse e del tutto generiche perchè in qualche punto si parla di ‘prestito personale’, in qualche altro di ‘finanziamento atipico e in altro ancora di ristorante’) delle medesime parti (in particolare dello stesso G.P.) alle quali non può attribuirsi nessun valore, neppure indiziario, perchè, nel caso, il dichiarante non è ‘terzo’ ma parte dei rapporto tributario oggetto del giudizio: erroneamente, quindi, i ricorrenti invocano il principio enunciato da questa sezione nella sentenza 16 (non 12) aprile 2008 n. 9958 perchè l’ammissibilità (‘sulla base della parità di poteri che devono riconoscersi a tutte le parti processuali’) della ‘valutazione’ dallo stesso affermata riguarda unicamente quella ‘delle dichiarazioni dei terzi’ (in quel caso, dei ‘beneficiari degli assegni’) prodotte dal contribuente (Cass. n. 4269/2002)“.




La indeducibilità dei costi


In ordine alla deducibilità dei costi, la sentenza ribadisce che:


– “i costi, per concorrere (negativamente) a formare il reddito d’impresa, non solo debbono essere certi nell’esistenza, ma il loro ammontare deve anche essere determinabile in modo obiettivo (D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75, comma 1, TUIR); e sono ammessi in deduzione soltanto se, e nella misura in cui, risultano imputati al conto dei profitti e delle perdite; ovvero anche se e nella misura in cui risultano da elementi certi e precisi che il contribuente ha l’onere di provare (art. 75 cit., comma 4, stante l’abrogazione del successivo comma 6, operata dal D.P.R. 9 dicembre 1996, n 695, art. 5: cfr. Cass. nn. 9917/2008, 13220/2007, 10090/2002)” (Cass., trib., 30 novembre 2009 n. 25141);


– “la prova dell’esistenza, inerenza e competenza del costo incombe al contribuente” e “deve essere particolarmente rigorosa” (nè “può certo consistere nel ricorso a regole di esperienza“) (Cass., trib., 19 gennaio 2010 n. 735).




Nel caso, essendo stata esclusa (per carenza di qualsivoglia elemento probatorio) l’inerenza dei movimenti bancari in questione ad un “prestito personale” od anche ad un “finanziamento” del B., resta unicamente la mancata allegazione (art. 366 c.p.c.) degli elementi documentali (neppure indicati) dai quali il giudice del merito avrebbe dovuto dedurre o (in sede di rinvio) potrebbe dedurre la prova (peraltro, “particolarmente rigorosa“) dell’inerenza degli stessi ad acquisti contabilizzati od anche a quelli (mai indicati) da cui derivano i proventi presunti dalle movimentazioni attive (versamenti).




La legittimità dell’accertamento dell’ufficio


La “legittimità dell’accertamento analitico-contabile, D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 1, lett. d), operato dall’ufficio nei confronti di una società attiva nel settore dell’agricoltura“, che gli stessi ricorrenti affermano contenuta nella sentenza gravata, invero, suppone di imprescindibile necessità logica il compiuto (implicito ma inequivoco) accertamento, ad opera dello stesso giudice, della sussistenza di tutti i “presupposti per procedere alla ricostruzione dei ricavi” col metodo detto anche nei confronti di detta società, nonostante lo svolgimento, da parte della stessa, di attività nel “settore dell’agricoltura“.


Quest’ultima circostanza, infatti, non rappresenta per nulla un ostacolo giuridico per quell’accertamento, perchè la norma del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 31, c. 1, (poi 34), secondo cui “il reddito agrario è determinato mediante l’applicazione di tariffe d’estimo stabilite per ciascuna qualità e classe secondo te norme della legge catastale“, detta unicamente (cfr., Corte Cost. 25 luglio 1995 n. 377) il “criterio di determinazione” di detta specie di reddito e non pure di altri redditi conseguiti e/o conseguibili dal medesimo soggetto d’imposta, suscettibili di accertamento in base alle ordinarie regole poste dalle singole leggi d’imposta.


La stessa Corte (sentenze 6 maggio 2009 n. 10385, 22 aprile 2009 n. 9595 e 14 gennaio 2009 n. 694), infatti, ha reiteratamente statuito che “limitatamente” ai redditi diversi da quelli propriamente agrari “può farsi correttamente ricorso all’accertamento“, anche “sintetico“.


In dette decisioni, peraltro e comunque, si è salvaguardata la “facoltà del contribuente di fornire la prova della provenienza del maggior reddito determinato” sempre e solo “dallo sfruttamento del fondo“.


Nel caso in questione i contribuenti non hanno nemmeno allegato di avere offerto al giudice del merito la “prova” della provenienza “agricola” delle specifiche movimentazioni bancarie riscontrate nei conti correnti intestati alla società.




14 febbraio 2011


Roberta De Marchi

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