Lotta all’evasione


Le tasse sono il prezzo che si deve pagare per una società civilizzata”, sosteneva Oliver H. Holmes giurista americano di inizi ‘900. Probabilmente non abbiamo ancora il giusto senso civico per sentire il dovere di pagare le tasse. O meglio, non viviamo una civiltà degna di tale senso.


Nessun altro governo precedente ha dichiarato guerra all’evasione come quello attuale: la strategia persecutoria è un buon deterrente ma l’evasione è dura a morire. Perché? Semplice. Se le tasse sono il prezzo per i servizi ricevuti dallo Stato, probabilmente il ritorno di utilità ricevuto dai cittadini è non proprio equo e al disotto delle legittime aspettative. E così il prezzo dei servizi (ossia, le tasse) sono troppo esose! Se ciò fosse pretestuoso, allora non capisco perché i finlandesi sono così ligi nel pagare le tasse più care d’Europa. Evidentemente, il loro Stato non fa’ mancare proprio nulla.


Non illudiamoci che gli unici evasori siano le partite Iva. Se anche i dipendenti ne avessero una, non sarebbero da meno. Dopotutto, l’evasione è un reato mai orfano: l’imprenditore omette la fatturazione risparmiando sulle tasse, mentre il cliente finale risparmia l’Iva che non potrebbe diversamente recuperare. Si sa’, l’Iva incide il consumatore finale. Quindi, l’evasione è un malcostume che accontenta un po’ tutti. Oltretutto, diversi studi hanno stimato che i principali evasori italiani sono gli industriali, i bancari e gli assicurativi i quali rappresentano il 60% dell’evasione, mentre i commercianti e gli artigiani evadano il 23%, i professionisti il 9%, mentre restante 8% è la misura dell’evasione dei dipendenti. Tra l’altro, una recente indagine Censis commissionata dal Cndcec, rileva che il 34% degli intervistati dichiara di non ritirare la ricevuta o lo scontrino. E ben il 20% dichiara che lo fa’ per risparmiare qualcosa! Allora, è più onesto ammettere che … mal comune, mezzo gaudio!


A questo punto faccio una riflessione. L’evasione stimata in Italia è di circa 300 miliardi di euro per cui allo Stato mancano all’appello oltre 150 miliardi tra Iva ed imposte dirette. Ipotizziamo che da domani tutte le imprese decidano di fatturare tutto, briciole comprese. Non dimentichiamo che ogni azienda persegue il fine del lucro: un’attività che non produce utili non è un’azienda commerciale ma una no-profit. Quindi, succederà che tutte le aziende aumenteranno i prezzi nel rispetto della soglia di marginalità del capitale investito al disotto della quale, l’imprenditore si trasforma in investitore in titoli di Stato o altri valori mobiliari che, evidentemente, rendono di più. Facendo, pertanto, un calcolo algebrico, ne segue che ciascuno italiano (neonati compresi!) subirà, in termini di impennata (teorica) dei prezzi, un aumento della spesa di circa 2.500 euro all’anno. In sostanza, la lotta all’evasione inciderà, di fatto, il consumatore finale attraverso un aumento frenetico dei prezzi il che significa che, in questo contesto, assisteremo ad un’inflazione fiammante!


In una fase di depressione economica come quella attuale, è necessario invece stimolare i consumi quale carburante dell’economia. Serve perciò, creare le condizioni di fiducia nel mercato, la ciclicità del sistema fiscale (ossia, tasse più elevate nei periodi di crescita economica sostenuta e tasse ridotte in periodi di crisi come quello attuale), la chiarezza e la serenità nelle aspettative economiche ed occorre incentivare anche fiscalmente l’azienda impavida che investe ed assume di questi tempi. Contrariamente assisteremo ad un sadico avvitamento dell’economia minacciata da implosioni settoriali. E scoprire più in là, che la crisi non è finita è solo l’alibi di chi nel frattempo riceve un prezzo per un servizio illusorio.
Ai posteri l’ardua sentenza.




26 gennaio 2011


Donatello Alessio

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