Poteri e obblighi del Giudice tributario e impugnabilità delle sentenze (II parte)

Premessa.


Proseguiamo l’analisi, iniziata nella scorsa puntata, dei poteri e degli obblighi che sussistono in capo al Giudice Tributario; è da rimarcare ancora una volta, d’altronde, come anche la valutazione della legittimità del suo operato può determinare spunti utili da aggiungere ad eventuali contestazioni di merito nella successiva impugnazione in Commissione Tributaria Regionale.


E’ il caso, giusto per fare un esempio eclatante, della sentenza n. 18702/10, che ha in un primo momento determinato molto scalpore tra gli addetti ai lavori, la quale ha posto il problema della individuazione del perimetro del giudizio.


 


 


 


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Impossibile per il Giudice sopperire alle mancanze probatorie delle parti


Nel caso di specie, si discute in ordine all’interpretazione dell’art. 7, terzo comma, del D.Lgs. 546/92 per cui è data alle commissioni tributarie facoltà di ordinare alle parti il deposito di documenti ritenuti necessari per la decisione della controversia.


È consolidata giurisprudenza di questa Corte che nel processo tributario, l’esercizio dei poteri di acquisizione d’ ufficio, attribuiti dall’art. 7 del D.Lgs. 31 dicembre 1992 n. 546, alle commissioni tributarie, costituisce facoltà discrezionale del giudice, ma tali poteri istruttori –


anche alla luce della riforma dell’art. 111 della Costituzione – non hanno la funzione di sopperire al mancato assolvimento dell’onere probatorio delle parti (ex plurimis, Cass. 8439/04). D’altro canto, i legislatore, proprio per ribadire la connotazione dispositiva del processo tributario, ha abrogato tale comma con l’art. 3 bis, comma 5, del D.L. 30 settembre 2005 n. 203, convertito con modificazioni nella legge 2 dicembre 2005, n. 248.


(Cassazione, sentenza n. 20634/2010)


 


 


I poteri istruttori del Giudice sono integrativi e non esonerativi rispetto a quelli delle parti


Nell’ambito dell’accertamento induttivo per effetto della ricostruzione del reddito imponibile mediante i dati e gli elementi desunti dal rinvenimento di una contabilità informale distinta da quella ordinariamente tenuta, compete all’Amministrazione finanziaria – in ossequio al principio dispositivo della prova efficace anche nel processo tributario – assolvere all’onere della relativa prova allegando la documentazione extracontabile posta a base dell’atto impositivo impugnato.


Né può invocarsi l’omesso ausilio del giudice attraverso i poteri istruttori ex art. 7, D.Lgs. n. 546/1992 in quanto tali facoltà devono ritenersi meramente integrative non potendo sostituirsi all’attività processuale demandate alle parti.


(Cassazione, sentenza n. 22769/09)


 


 


Incompletezza del processo verbale di constatazione e passività del Giudice Tributario


Poiché la ratio decidendi si fonda sul presupposto dell’inadeguato riscontro probatorio della pretesa erariale, il ruolo di giudice del rapporto (e non dell’atto) rivestito dal giudice tributario (rilevante ad altri fini) certamente non abilita tale giudice a sopperire, d’ufficio, alle carenze istruttorie delle parti (atteso, peraltro, che tale supplenza non è consentita al giudice tributario nemmeno dalla previsione di cui all’art. 7, comma 3, D.Lgs. 546/1992, che gli conferisce poteri officiosi, solo in via dei tutto eccezionale e per la sola ipotesi che il compiuto assolvimento dell’onere della prova a carico della parte sia impossibile o sommamente difficile: cfr. Cass. nn. 4589/09, 4617/08).


La pronunzia deve fornire la minima indicazione dei motivi che l’hanno indotta a non considerare adempiuto l’onere probatorio della parte.


La pronunzia impugnata fiorendo al convincimento dei giudici di primo grado circa l’inadeguato riscontro probatorio della pretesa erariale e riproponendone le argomentazioni senza fornire giustificazione alcuna in merito alla mancata presa in considerazione delle ulteriori produzioni attestate nell’atto di appello, appare del tutto inadeguatamente motivata, giacché espressa in termini assolutamente inappaganti e tali da non garantire alcuna seria possibilità di rintracciare e controllare la ratio decidendi (Cass. nn. 1756/06, 890/06).


(Cassazione, ordinanza n. 23176/09)


 


 


Il Giudice nopn può omettere di acquisire un verbale se è indispensabile alla decisione.


Il processo tributario è retto dal principio dispositivo della prova. L’acquisizione ex  officio  di  documenti  necessari  alla  decisione costituisce facoltà discrezionale accordata al giudice tributario e non  può essere invocata dalla parte per sopperire ad  eventuali  carenze  in  ordine all’assolvimento dell’onere  della  prova,  ordinariamente  posto  a  carico dell’Ente  impositore,  attore  sostanziale  nella  giurisdizione  speciale.


Tuttavia, l’esercizio di tale facoltà diviene obbligo allorquando il giudice non sia posto in grado di rendere una pronuncia adeguatamente e congruamente motivata sulle domande delle parti.


(Cassazione, sentenza n. 725/10)


 


 


Legittimo l’esercizio del potere di ridurre il disconoscimento di costi


Il Giudice tributario può quantificare una pretesa in misura minore rispetto a quella determinata dall’Ufficio, in quanto il contenzioso tributario è un processo  di “impugnazione-merito” e non di “impugnazione-annullamento”.


Nella specie, la Commissione Tributaria Regionale aveva diminuito l’entità della pretesa riducendo l’ammontare dei costi ritenuti indeducibili, in base a nozioni di comune esperienza e con valutazione congruamente motivata. Il contribuente, nel ricorso per Cassazione, ha domandato l’annullamento integrale in quanto a suo avviso il Giudice avrebbe in tal modo mutato il titolo dell’accertamento, da analitico a induttivo.


La richiesta è disattesa posto che la rettifica era originariamente da qualificarsi come analitico-induttiva, (essendo basata sul disconoscimento di costi derivanti da operazioni inesistenti), e tale è rimasta anche dopo la minore quantificazione eseguita in sede giudiziale.


(Cassazione, sentenza n. 863/10)


 


 


E’ precluso il ricorso alla valutazione equitativa del quantum della pretesa tributaria


Il processo tributario ha natura di giudizio di impugnazione-merito ed è rivolto alla rimozione dall’ordinamento giuridico dell’atto illegittimo quanto alla statuizione sul merito della controversia, ponendosi la pronuncia quale lex specialis sostitutiva degli effetti della dichiarazione del contribuente e dell’accertamento impugnato ritenuto non conforme al dettato normativo per motivi di carattere sostanziale. In tale ultimo caso, l’attività del giudice non consiste esclusivamente nella dichiarazione di illegittimità ma si estende – nei limiti prescritti dal principio della domanda – alla verificazione della pretesa tributaria da ricondursi correttamente nell’alveo delle disposizioni fiscali. Non è pertanto ammesso il ricorso a criteri di valutazione equitativa, particolarmente laddove neppure siano illustrate le ragioni poste a fondamento del ragionamento dell’organo giudicante.


(Cassazione, sentenza n. 19079/09)


 


 


Nessun difetto è rilevabile dal Giudice se il ricorrente non lo contesta


E’ da escludere che la nullità dell’accertamento (per difetto di motivazione) possa essere dichiarata dal giudice tributario in assenza di specifica eccezione di parte in primo grado.


La nullità dell’avviso di accertamento non è rilevabile d’ufficio, e la relativa eccezione, se non formulata nel giudizio di primo grado, non è ammissibile qualora venga proposta per la prima volta nelle successive fasi.


(Cassazione, sentenza n. 10802/10)


 


 


I poteri istruttori del Giudice e l’onere della prova


L’Amministrazione finanziaria è attore sostanziale del processo tributario ed è tenuta ad assolvere l’onere probatorio circa la sussistenza degli elementi di fatto e di diritto a sostegno della fondatezza della pretesa fiscale fatta valere nei confronti del contribuente.


Conseguentemente, non è ammissibile la doglianza relativa all’omessa attività istruttoria ex art. 7, D.Lgs. n. 546/1992 da parte del giudice tributario laddove la parte interessata non abbia tempestivamente prodotto la documentazione a conforto delle proprie tesi. La citata disposizione costituisce norma eccezionale e non può operare per sopperire alle lacune probatorie delle parti processuali, in ossequio al principio dispositivo di cui all’art. 115 del codice di rito, applicabile al processo tributario.


(Cassazione, sentenza n. 13201/09)


 


 


Contenzioso tributario e decadenze nell’ambito dell’ammissione dei mezzi di prova


Differentemente dal rito civile ordinario, la cui formazione del thema probandum è regolata in sede di giudizio di appello dall’art. 345 c.p.c., il processo tributario contempla espressamente la facoltà per il giudice di disporre nuove prove e per la parte di produrre nuovi documenti.


(Cassazione, sentenza n. 8489/09)


 


 


L’onere della prova è a carico della parte, ed il potere del Giudice è meramente integrativo


Il Giudice Tributario non è legittimato ad utilizzare i propri poteri istruttori al fine di sopperire alle carenze probatorie delle parti.


Infatti, i suddetti poteri sono meramente integrativi (e non esonerativi) dell’onere probatorio principale e vanno esercitati, al fine di dare attuazione al principio costituzionale della capacità contributiva, solo per sopperire all’impossibilità di una parte di esibire documenti in possesso di un’altra.

(Cassazione, sentenza n. 683/09)

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