Termini raddoppiati anche per chi era stoppato dalla causa ostativa

Come è noto, l’art. 10, della L. n. 289/02 ha prorogato, per i contribuenti che non si sono avvalsi delle disposizioni recate dagli articoli da 7 a 9 della citata L. n. 289/02, in deroga alle disposizioni dell’art. 3, c. 3, della L. 27.7.2000, n. 212, i termini di cui all’art. 43 del D.P.R. n. 600/73, e all’art. 57 del D.P.R. n. 633/72.


Detta norma è stata scrutinata dalla Corte Costituzionale – sentenza n. 356 del 22.10.2008 (dep. il 31.10.2008) -, che ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 10, L. 27.12.2002, n. 289, nel testo modificato dall’art. 5-bis, c. 1, lett.e), D.L. 24.12.2002, n. 282, sollevata in riferimento all’art. 111 della Cost., nonché, agli artt. 3, 24 e 97 della Costituzione.


Per la Corte, la ratio della disposizione che ha provveduto a prorogare gli ordinari termini previsti per l’esercizio del potere di accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria non riveste natura punitiva bensì è diretta a consentire agli uffici una migliore organizzazione del lavoro in vista dell’esame delle istanze di definizione.


Nel merito, la questione sollevata, quindi, si basava su due distinti presupposti interpretativi:


a) che la denunciata proroga dei termini per l’accertamento ha carattere punitivo nei confronti del contribuente che sceglie di non avvalersi del condono, potendosene avvalere;


b) che il contribuente sottoposto ad amministrazione straordinaria non può accedere, anche volendolo, al condono se l’amministrazione finanziaria non ha provveduto ad insinuare il proprio credito tributario nello stato passivo della procedura.




La Corte Costituzionale ha ritenuto non fondata la questione, per l’erroneità di entrambi i presupposti interpretativi da cui muove il rimettente.


Riguardo al primo presupposto, che qui maggiormente ci interessa, la Corte rilevava che la proroga disposta dalla norma censurata ha la finalità non di punire chi abbia scelto di non avvalersi del condono, ma di ovviare al sensibile aggravio di lavoro e ai relativi rischi di disservizio e di mancato rispetto degli ordinari termini di prescrizione e di decadenza della pretesa fiscale, che prevedibilmente derivano agli uffici finanziari dalla necessità di eseguire le operazioni di verifica conseguenti alla presentazione delle richieste di condono dei contribuenti.


Pertanto, la proroga è “diretta a tutelare il preminente interesse dell’amministrazione finanziaria al regolare accertamento e riscossione delle imposte nei confronti del contribuente che non si avvalga dell’agevolazione, indipendentemente dalla circostanza che quest’ultimo non si sia avvalso, per qualche ragione (giuridica o di fatto), dell’agevolazione medesima.


In tal senso, si è già espressa la Corte con la sentenza n. 375 del 2002, in riferimento ad una disposizione analoga a quella oggetto del presente giudizio, ritenendo non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 57, c. 2, secondo periodo della L. n. 413/1991, sollevata in ordine all’art. 3 della Cost., nella parte in cui si dispone la sospensione dei termini degli accertamenti tributari anche con riguardo alle situazioni escluse ratione temporis dal condono fiscale previsto dalla legge medesima, in quanto è costituzionalmente legittima la facoltà di dilazione dei termini di prescrizione e decadenza in una situazione di effettivo e concreto rischio di disservizio conseguente alla gestione amministrativa del condono; inoltre il legislatore non è incorso in alcuna violazione del principio di eguaglianza introducendo a seconda dei tributi ipotesi di proroga dei termini di accertamento e di sospensione dei termini di prescrizione e decadenza.


Né a tale conclusione può opporsi, come fa il rimettente, che, con la disciplina censurata, il legislatore ha previsto “termini di scadenza …, sostanzialmente, indefiniti, per la notifica dell’avviso di accertamento, con ciò violando l’evocato art. 3 Cost..


Infatti, contrariamente all’assunto del giudice a quo, il censurato art. 10 della legge n. 289 del 2002 ha eccezionalmente e transitoriamente disposto una proroga definita nel tempo (un biennio) dei termini previsti per la notificazione degli accertamenti tributari relativi ad alcuni anni d’imposta. L’eccezionalità della situazione in cui si vengono a trovare gli uffici per l’applicazione delle agevolazioni fiscali di condono e la precisa determinazione temporale della proroga giustificano, perciò, una transitoria disciplina dei termini di notificazione degli accertamenti tributari, che ben può divergere da quella a regime (per tale principio, ex plurimis: sentenze n. 11 del 2008; n. 21 del 2005, n. 413 del 2002 e n. 217 del 1998; ordinanze n. 66 del 1994 e n. 131 del 1988).


La Corte Costituzionale, inoltre, ha ritenuto che la norma censurata non si ponga in contrasto con i princípi di efficienza e di buon andamento della P.A., nonché con il “dovere di leale collaborazione nei confronti degli amministrati, con i princípi di buon andamento e di imparzialità.


Come già osservato, “la ratio delle proroghe dei termini per la notifica degli avvisi di accertamento è quella di porre gli uffici finanziari in condizione di far fronte all’oggettivo aggravio di lavoro determinato dall’applicazione delle agevolazioni fiscali di cui agli artt. da 7 a 9 della legge n. 289 del 2002 ed è, perciò, ispirata proprio a quei valori costituzionali, presupposti dall’art. 97 Cost., che i rimettenti erroneamente affermano essere stati violati dal legislatore. Infatti, la suddetta proroga: a) mette la pubblica amministrazione in grado di far valere, nei confronti di tutti contribuenti ed in condizioni di uguaglianza, le pretese del fisco e non comporta, quindi, alcuna lesione dell’evocato principio di imparzialità; b) trova la propria giustificazione nell’esigenza di evitare i disservizi conseguenti all’aggravio di lavoro imposto dall’applicazione del condono e, pertanto, non víola il principio dell’efficienza della pubblica amministrazione.


In ordine alla presunta lesione del diritto di difesa, viene ribadito, in particolare, che la disposizione denunciata fissa una proroga limitata ad un biennio e, perciò, non può mai comportare l’assoggettamento del contribuente all’azione di accertamento per un tempo indefinito.




La Sentenza della Cassazione




Come abbiamo visto, per effetto dell’art. 10 della legge n. 289/2002, i contribuenti che non si sono avvalsi delle disposizioni di cui agli artt. 7, 8 e 9, della l. n.289/2002, operava la proroga dei termini di accertamento.


Causa ostativa, per entrambe le definizioni, era che alla data di entrata in vigore della legge sia stato notificato processo verbale di constatazione con esito positivo, ovvero avviso di accertamento ai fini delle imposte sui redditi, Irap, ed Iva, nonché invito al contraddittorio di cui all’art.5 del D.Lgs n.218/97, relativamente ai quali non è stata perfezionata la definizione ai sensi degli articoli 15 16 della legge n.289/02.


In pratica, il possesso di uno di quegli atti impediva, per quell’anno, di usufruire del condono, fermo restando che il contribuente, se voleva, poteva rimuovere la causa ostativa, provvedendo alla definizione di quell’atto e successivamente usufruendo degli altri istituti definitori.


Su queste basi, la difesa dei contribuenti riteneva la causa ostativa impeditiva dell’accesso al condono e di conseguenza non operava la proroga biennale per quell’anno, proprio perché non poteva accedere al condono.


Di converso, gli uffici hanno sempre ritenuto che in tali casi non ci si trovava in ipotesi di causa ostativa di carattere oggettivo ma solo soggettivo, in quanto la norma consentiva, ad esempio, di definire il p.v.c. quale causa ostativa agli artt. 7 – 8 – 9 citati, ricorrendo alla definizione delle cd. liti potenziali di cui alla previsione dell’art. 5 della medesima legge.


A questa tesi è giunta adesso la Corte di Cassazione, che con sentenza n. 17395 del 23 luglio 2010, ha ritenuto corretto l’operato dell’ufficio, che ha usufruito della proroga dei termini.


Osserva la Corte che poiché “la legge concede la proroga all’ufficio per l’accertamento nei confronti dei contribuenti che non si avvalgono dei benefici recati dalle suddette disposizioni di favore, all’interprete non è lecito distinguere fra soggetti che non intendono avvalersi e soggetti che non possono avvalersi, poiché l’espressione non avvalersi, secondo il significato proprio delle parole, descrive ugualmente gli atteggiamenti di chi non voglia e di chi non possa accedere al beneficio indicato, non essendo specificata nella legge alcuna riserva”.




22 ottobre 2010


Francesco Buetto


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