Novità fiscali del 5 novembre 2010: collegato lavoro: novità sul contratto a tempo determinato; ComUnica: adempimenti curatori fallimentari; condominio: TOSAP solo se rilasciato l’atto concessorio; nello studio associato non paga l’IRAP il professionista che dimostra di potere fare a meno degli altri colleghi; accertamento sintetico del reddito: presunzione sul periodo d’imposta






 


Indice:


 


1) Collegato lavoro: novità sul contratto a tempo determinato


 


2) ComUnica: adempimenti curatori fallimentari


 


3) Condominio: Tosap solo se rilasciato l’atto concessorio


 


4) Nello studio associato non paga l’Irap il professionista che dimostra di potere fare a meno degli altri colleghi


 


5) Accertamento sintetico del reddito: presunzione sul periodo d’imposta


 


6) Istituita la causale contributo “EBPA” per il versamento, con Modello F24, dei contributi per il finanziamento a favore dell’Ente bilaterale per l’artigianato


 


 


1) Collegato lavoro: novità sul contratto a tempo determinato


La Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro con il principio n. 16 del 03/11/2010 ha in particolare (si veda l’articolo sulle novità di ieri) trattato il seguente argomento:


Il 19 ottobre 2010 è stato approvato l’atto Camera 1441 – quater F contenente Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro, che ha apportato modifiche anche al contratto a tempo determinato le quali si aggiungono a quelle già disposte dal art. 21 del D.L 112/08, convertito in legge n.133/08.


In questo nuovo quadro giuridico viene, quindi, integrato quanto già indicato con il principio n. 11/2008 (inquadramento generale ed approfondimenti della tematica).


Profili generali


L’art. 1 del D.Lgs 368/2001 stabilisce che “Il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato”.


Tale previsione normativa codifica l’indirizzo prevalente della dottrina, secondo cui le ragioni giustificatrici del contratto a termine devono riferirsi a esigenze di carattere temporaneo o, comunque, non stabili.


L’art. 21 del D.L. 112/08, ha aggiunto all’art. 1, comma 1, del D.Lgs 368/01, la previsione che le ragioni tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo sono riferibili “anche alla ordinaria attività del datore di lavoro”.


Ciò consente di ricorrere al contratto a termine anche se le esigenze sopra descritte si riferiscono a prestazioni rientranti nella normale attività dell’azienda.


In base alla stessa previsione, viene ritenuto che la nullità della clausola sul termine, anche in mancanza di un’esplicita sanzione, possa comportare la conversione del contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato.


In ogni caso, le ragioni che determinano l’apposizione del termine devono essere oggettive, specifiche e verificabili da parte del lavoratore, per evitare comportamenti fraudolenti da parte del datore di lavoro e devono sussistere al momento della stipula del contratto.


La sopravvenuta stabilità dell’esigenza non può incidere sulla legittimità del contratto di lavoro e del suo termine.


L’onere della prova dell’effettiva sussistenza delle ragioni che giustificano l’apposizione del termine grava sul datore di lavoro, secondo la regola generale contenuta nell’articolo 2697 del Codice civile.


Le ragioni che giustificano il ricorso al contratto a termine devono essere specificate per iscritto nell’atto di assunzione (articolo 1, comma 2, decreto legislativo 368/2001).


Pertanto, come è stato rilevato dalla giurisprudenza, le parti – in sede di stipula del contratto – non potranno limitarsi a ripetere semplicemente la formula normativa ma dovranno indicare le ragioni dell’assunzione a termine, con sufficiente dettaglio.


La Corte Costituzionale, con sentenza n. 214/2009 ha confermato che nei casi di ricorso al contratto a tempo determinato per esigenze sostitutive, la verifica dell’esistenza dei motivi dell’assunzione a termine (previsti dall’articolo 1, del D.Lgs. 368/01) deve essere supportata dall’inserimento del nominativo del lavoratore da sostituire.


Con questa affermazione la Consulta ribadisce che l’indicazione del nome del lavoratore sostituito è necessaria anche in vigenza dell’attuale normativa.


Dal canto suo la Cassazione (sentenza 1577/2010) ha affermato che nelle realtà più complesse la finalità sostitutiva non sempre si realizza attraverso la sostituzione di un singolo lavoratore ma potrebbe riguardare una funzione produttiva specifica che sia occasionalmente scoperta.


In tali circostanze non é sempre possibile l’indicazione del lavoratore o dei lavoratori sostituti.


Il controllo della specificità deve passare necessariamente attraverso la “specificazione dei motivi e mediante l’indicazione di criteri che, prescindendo dall’individuazione delle persone, siano tali da non vanificare il criterio selettivo che richiede la norma”.


In caso di superamento dei limiti quantitativi di utilizzo del contratto a termine, stabiliti esclusivamente dai CCNL (art. 10, c.7 D.Lgs 368/01), anche in assenza di un regime sanzionatorio, si determina la trasformazione in contratto a tempo indeterminato.


Il limite dei 36 mesi


Il comma 4-bis dell’art. 5 del D.Lgs 368/01 prevede un limite di 36 mesi alla successione e reiterazione di contratti a termine, superato il quale il rapporto “si considera a tempo indeterminato”.


E’ espressamente previsto che nel computo si debbano comprendere le proroghe o i rinnovi.


La nuova previsione non si applica al primo contratto tra le parti il quale può essere anche di durata superiore ai 36 mesi.


Oltre il limite di 36 mesi si applica il periodo di tolleranza di 20 giorni, e la corrispondente maggiorazione retributiva, di cui all’articolo 5, comma 2 del D.Lgs. n. 368/2001.


I contratti collettivi di qualsiasi livello, stipulati con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, possono prevedere deroghe in aumento o in diminuzione del periodo legale dei 36 mesi (art. 21 comma 2 del D.L. 112/08).


Si computano nel limite di 36 mesi i periodi di lavoro con mansioni “equivalenti”, svolti presso lo stesso datore di lavoro.


L’equivalenza deve essere intesa non solo nel senso di pari valore professionale


delle mansioni, considerate nella loro oggettività, ma anche come attitudine delle nuove mansioni a consentire la piena utilizzazione o, addirittura, l’arricchimento del patrimonio professionale dal lavoratore acquisito.


In deroga alla previsione generale, la norma consente che oltre il limite di 36 mesi o quello differente, determinato dai contratti collettivi di qualsiasi livello, possa essere stipulato un solo ulteriore contratto, “da sottoscriversi presso la Direzione provinciale del lavoro competente per territorio con l’assistenza di un rappresentante di una delle Organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale cui il lavoratore sia iscritto o conferisca mandato”.


La norma affida ad avvisi comuni – sottoscritti dalle organizzazione sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, il compito di stabilire la durata del predetto ulteriore contratto. In mancanza, la durata del nuovo contratto può essere stabilita tra le parti.


L’intervento della DPL è finalizzato esclusivamente alla verifica circa la completezza e la correttezza formale del contenuto del contratto a tempo determinato e la genuinità del consenso del lavoratore alla sottoscrizione dello stesso, senza che tale intervento possa determinare effetti certificativi in ordine alla effettiva sussistenza dei presupposti giustificativi richiesti dalla legge.


In caso di trasferimento d’azienda cui si applica la disciplina contenuta nell’art. 2112 c.c. viene ritenuto che debba computarsi un nuovo limite di 36 mesi con riferimento al cessionario.


Ciò in quanto la legge 247/2007 fa esplicito riferimento allo “stesso datore di lavoro”.


Il diritto di precedenza


Sulla base dell’attuale normativa il lavoratore che, nell’esecuzione di uno o più contratti a termine presso la stessa azienda, ha prestato attività lavorativa per un periodo superiore a 6 mesi, ha diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato, effettuate dal datore di lavoro entro i successivi 12 mesi con riferimento alle mansioni già espletate, in esecuzione dei rapporti a termine; anche il lavoratore assunto a tempo determinato, per lo svolgimento di attività stagionali, vanta un diritto di precedenza, rispetto a nuove assunzioni a termine da parte dello stesso datore di lavoro per le medesime attività stagionali.


I contratti collettivi di qualsiasi livello, stipulati comunque con le organizzazioni sindacali possono prevedere diverse regolamentazioni del diritto di precedenza.


Le novità del collegato lavoro – Atto Camera 1441 – quater F


Il comma 1, dell’art. 32 del collegato lavoro, ha apportato significative innovazioni all’art. 6, della legge 604/66.


Si tratta della regolamentazione che riguarda l’impugnativa del licenziamento. Nella nuova formulazione emerge che il lavoratore deve impugnare il licenziamento, a pena di decadenza, entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione, ovvero dalla comunicazione dei motivi, ove non contestuale, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale diretto ad impugnare il licenziamento stesso.


L’impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di 270 giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato.


Qualora la conciliazione o l’arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro sessanta giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.


Tale procedura è estesa (comma 3):


– ai licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla legittimità del termine apposto al contratto;


– all’azione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro con termine di impugnativa decorrente dalla scadenza del contratto di lavoro.


Ulteriore estensione della medesima procedura è prevista ai contratti a termine in essere alla data di entrata in vigore del collegato, con decorrenza per l’impugnativa dalla scadenza del termine.


La stessa prassi è prevista anche per i contratti a tempo determinato stipulati ai sensi di precedenti norme, già cessati alla data di entrata in vigore del collegato; in questa ulteriore circostanza i 60 giorni per l’impugnativa decorrono dalla data di entrata in vigore della legge.


Introdotta un’indennità risarcitoria da corrispondersi nei casi di conversione (da parte del Giudice) del rapporto a termine in contratto a tempo indeterminato.


Il lavoratore ha diritto a ricevere “un’indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto”.


Nell’individuare la somma risarcitoria il giudice deve tenere conto del numero dei dipendenti dell’azienda, delle sue dimensioni, dell’anzianità di servizio del lavoratore nonché del comportamento e delle condizioni delle parti.


Viene ritenuto che l’indennità possa essere considerata sostitutiva della retribuzione eventualmente maturata dal lavoratore, nel periodo intercorrente tra la cessazione del rapporto e la riammissione in servizio, ferma restando che il rapporto si converte a tempo indeterminato.


(Fondazione studi Consulenti del Lavoro, Principio n. 16 del 3 novembre 2010)


 


 


2) ComUnica: adempimenti curatori fallimentari


Per i curatori fallimentari è obbligatorio l’uso di ComUnica. Lo ha rimarcato, ai propri iscritti, l’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Palermo con il documento prot. n. 3859 del 29/10/2010.


Non è, quindi, più possibile spedire, per posta ordinaria, raccomandata, email o email certificata le comunicazioni previste dall’art. 29 comma 6 del Decreto Legge n. 78/2010, convertito nella Legge 30 Luglio 2010 n. 122.


I curatori fallimentari dovranno spedire le pratiche camerali in modalità telematica seguendo le seguenti modalità. Ciò al fine di evitare omissioni.


Modelli:


SOCIETA’ S2 – compilato al riquadro B, forma atto C (comunicazione) codice atto A15. Nel riquadro 20 selezionare Tipo atto/fatto 001


DITTA INDIVIDUALE 12 – riquadro 31 Tipo atto/fatto 001


I dati da inserire sono:


– Il termine entro cui presentare la domanda di ammissione al passivo


– luogo ove depositare la domanda


– data e ora fissata per l’adunanza per l’esame dello stato passivo


– richiamo alla necessità per il creditore di fornire i dati previsti dall’art. 93 della legge fallimentare


BOLLO: non previsto, come per altri adempimenti del curatore


DIRITTI DI SEGRETERIA: Euro 10.00


Per la violazione dell’obbligo di comunicazione sono raddoppiate le sanzioni applicabili.


(Camera di Commercio di Palermo, nota 0036062 del 25/10/2010)


 


 


3) Condominio: Tosap solo se rilasciato l’atto concessorio


La Tosap è dovuta dal Condominio solo se il Comune abbia rilasciato l’atto concessorio.


La Commissione Tributaria Regionale del Lazio, con la sentenza n. 27/29/10 del 2010 (pubblicata il 04/11/2010 su www.https://www.commercialistatelematico.com), ha dato torto al Comune di Roma annullando così la cartella di pagamento TOSAP/anno 2000.


In particolare, la suddetta C.T.R. del Lazio, ha osservato che il Comune di Roma non aveva mai rilasciato al Condominio, alcun atto concessorio per l’occupazione di spazi pubblici o comunque di proprietà comunali, in quanto risultava che il suolo inizialmente era di proprietà privata, e successivamente con la realizzazione della strada, era divenuto di proprietà dell’Ente locale.


Ritenendo, quindi, che l’ente locale non può pretendere un canone di concessione su un terreno nel quale la proprietà privata aveva effettuati interventi in precedenza con la realizzazione di griglie ed intercapedini, necessari per la utilizzabilità ed igienicità dei vani, sottostanti il piano stradale.


E’ stata, perciò, accolto, in riforma della precedente sentenza della Commissione tributaria sottostante, quanto richiesto dal contribuente.


 


 


4) Nello studio associato non paga l’Irap il professionista che dimostra di potere fare a meno degli altri colleghi


Secondo la Corte di Cassazione (per ultimo la sentenza n. 22386 del 03/11/2010, si veda l’articolo sulle novità fiscali di ieri) l’esercizio in forma associata di una professione liberale è circostanza di per sé idonea a far presumere l’esistenza di una autonoma organizzazione di strutture e mezzi, ancorché non di particolare onere economico, nonché dell’intento di avvalersi della reciproca collaborazione e competenza, ovvero della sostituibilità nell’espletamento di alcune incombenze, sì da potersi ritenere che il reddito prodotto non sia frutto esclusivamente della professionalità di ciascun componente dello studio, con la conseguenza che legittimamente il reddito di uno studio associato viene assoggettato all’imposta regionale sulle attività produttive, a meno che il contribuente non dimostri che tale reddito è derivato dal solo lavoro professionale dei singoli associati.


Come potere dimostrare tutti ciò:


In base alle indicazioni fornite dall’ultima sentenza della Suprema Corte, il contribuente, per non essere soggetto ad Irap, deve provare che all’interno dello studio associato in cui opera, vi sia assenza di:


– reciproca collaborazione;


– scambio di competenze;


– utilizzazione di servizi collettivi;


– sostituibilità nello svolgimento dell’attività.


E’ possibile escludere l’assoggettabilità ad Irap soltanto nel caso in cui il contribuente ha fornito la prova che il reddito è derivato dal solo lavoro professionale dei singoli associati.


Nel caso di specie, invece, i giudici d’appello, non solo non hanno considerato la forma associata dell’attività professionale e le deduzioni in proposito dell’Ufficio, ma neppure hanno specificamente indicato ed esaminato le eventuali prove offerte dai contribuenti, limitandosi a rilevare genericamente che agli atti non risultava la sussistenza di autonoma organizzazione, posto che i beni utilizzati erano quelli necessari all’esercizio dell’attività e che nella specie non era configurabile l’esistenza di una organizzazione autonoma funzionante in maniera indipendente dall’intervento dei professionisti associati (circostanza, quest’ultima, neppure rilevante ai fini della valutazione della sussistenza o meno della autonoma organizzazione).


 


 


5) Accertamento sintetico del reddito: presunzione sul periodo d’imposta


Ecco di seguito le novità e le precisazioni sulla nuova disciplina accertativa illustrata da Dario Deotto in Corriere Tributario n. 41/2010 (già noto collaboratore de Il Sole 24 Ore):


Con il nuovo accertamento sintetico, è stata introdotta la presunzione che tutto


quanto si è speso nel periodo d’imposta si presume ottenuto con redditi posseduti nel medesimo periodo, ferma restando ogni possibilità di provare che ciò non è effettivamente avvenuto, giacché le spese sono state ottenute con altri mezzi, quali i redditi di altri periodi d’imposta, con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o attraverso liberalità.


Determinazione sintetica del reddito


L’Ufficio può determinare sinteticamente il reddito sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute.


Per questo motivo la legislatore ha previsto una sorta di franchigia tra reddito accertato e reddito dichiarato.


Reddito lordo dichiarato accertabile


Il nuovo art. 38 del D.P.R. n. 600/1973 stabilisce che la determinazione sintetica è ammessa a condizione che il reddito complessivo accertabile ecceda di almeno 1/5 quello dichiarato.


Adesso, anche il reddito complessivo dichiarato, che viene posto a confronto con il reddito determinato sinteticamente, deve essere considerato al lordo degli oneri deducibili, visto che la norma non parla più di reddito complessivo


netto.


Spese straordinarie


Nel concetto di spesa di qualsiasi genere rientrano sia spese ordinarie, appositamente individuate dall’Amministrazione finanziaria, che spese straordinarie.


Tra quest’ultime sono da includere anche quelle che in precedenza risultavano annoverabili tra le spese per incrementi patrimoniali, per le quali la norma stabiliva la presunzione che le stesse si intendevano sostenute con redditi conseguiti, in quote costanti, nell’anno in cui la spesa risultava effettuata e nei quattro  precedenti.


Redditometro


Quanto all’accertamento sintetico basato sul redditometro, la norma (art. 38, quinto comma, del D.P.R. n. 600/1973) ora dispone che la rettifica del reddito é fondata sul contenuto induttivo di elementi di capacità contributiva, tenendo conto dell’analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e del contesto territoriale.


Tutto ciò avverrà con un apposito decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, che sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale con cadenza biennale.


Effetti della mancata convocazione


La norma sul nuovo accertamento sintetico non prevede la nullità del successivo atto di accertamento nel caso l’Ufficio non provveda all’emanazione dell’invito a fornire ulteriori informazioni e poi del successivo invito al contraddittorio.


Poiché la previsione, almeno per quanto riguarda il contraddittorio, risulta simile a quella degli studi di settore, per i quali la Cassazione a Sezioni Unite ha sancito la nullità dell’atto impositivo non preceduto da contraddittorio, il medesimo principio non può che valere anche per il nuovo accertamento sintetico, con l’aggravante che la nullità del successivo atto impositivo dovrà essere rilevata anche in caso della mancata convocazione del contribuente a fornire dati e notizie.


Decorrenza delle modifiche


Riguardo la decorrenza delle modifiche, l’art. 22 del D.L. n. 78/2010 stabilisce che le modifiche hanno effetto per gli accertamenti relativi ai redditi per i quali il termine di dichiarazione non è ancora scaduto alla data di entrata in vigore del D.L. n. 78/2010.


Tale previsione si propone di circoscrivere l’applicazione della revisione dell’accertamento sintetico al periodo d’imposta 2009 e a quelli successivi.


L’intervento operato con il D.L. n. 78/2010 viene catalogato tra quelli riguardanti norme procedimentali, con la conseguenza che il contribuente potrebbe sostenere l’applicazione retroattiva delle nuove disposizioni, se più favorevoli, anche per le annualità precedenti al 2009.


(Dario Deotto, in Corriere Tributario n. 41/2010)


 


 


6) Istituita la causale contributo “EBPA” per il versamento, con Modello F24, dei contributi per il finanziamento a favore dell’Ente bilaterale per l’artigianato


Con la convenzione del 18 giugno 2008 e successivi rinnovi stipulata tra l’Agenzia delle entrate e l’Istituto Nazionale Previdenza Sociale (INPS), è stato regolato il servizio di riscossione, mediante il modello F24, per il versamento dei contributi di pertinenza dell’Istituto, nonché di quelli previsti dalla legge 4 giugno 1973, n. 311.


Al fine di consentire il versamento, tramite modello F24, dei contributi per il finanziamento a favore dell’Ente bilaterale per l’artigianato (EBPA), l’Agenzia ha istituito la seguente causale contributo:


– “EBPA” denominato “Datori di lavoro – contributi per finanziamento Ente bilaterale per l’Artigianato”


In sede di compilazione del modello di versamento “F24” la suddetta causale è esposta nella sezione “INPS”, nel campo “causale contributo”, in corrispondenza, esclusivamente, del campo “importi a debito versati”. Inoltre nella stessa sezione:


nel campo “codice sede” va indicato il codice della sede INPS competente;


nel campo “matricola INPS/codice INPS/ filiale azienda” è indicata la matricola INPS dell’azienda;


nel campo “periodo di riferimento”, nella colonna “da mm/aaaa” è indicato il mese e l’anno di competenza, nel formato MM/AAAA; la colonna “a mm/aaaa” non deve essere valorizzata.


(Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 116/E del 04/11/2010)


 


 


Vincenzo D’Andò


 


 

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