Novità fiscali del 26 novembre 2010: Finanziaria 2011: prorogato il regime fiscale agevolato dei premi di produttività; transazione previdenziale: accordi di ristrutturazione e nei concordati preventivi; procedure concorsuali: presupposto soggettivo

Finanziaria 2011: prorogato il regime fiscale agevolato dei premi di produttività; transazione previdenziale: accordi di ristrutturazione e nei concordati preventivi; procedure concorsuali: presupposto soggettivo; buoni assegnati da enti locali a famiglie esenti Irpef; dai Commercialisti un manifesto per una radicale riforma fiscale; altre di fisco: ritenute subite dai professionisti subito scomputabili

 






Indice:


 


1) Finanziaria 2011: prorogato il regime fiscale agevolato dei premi di produttività


 


2) Transazione previdenziale: accordi di ristrutturazione e nei concordati preventivi


 


3) Procedure concorsuali: Presupposto soggettivo


 


4) Buoni assegnati da enti locali a famiglie esenti Irpef


 


5) Dai Commercialisti un manifesto per una radicale riforma fiscale


 


6) Altre di fisco (ritenute subite dai professionisti subito scomputabili)


 


 


1) Finanziaria 2011: prorogato il regime fiscale agevolato dei premi di produttività


Il comma 47, dell’art. 1 della Legge di Stabilità per il 2011 (approvata il 20/11/2010), in primo luogo, proroga al 2011:


– il regime fiscale agevolato dei premi di produttività;


– il regime di sgravi contributivi sui medesimi premi.


Tali benefici concernono i lavoratori dipendenti del settore privato e hanno per oggetto gli emolumenti retributivi corrisposti in relazione a incrementi di produttività, innovazione ed efficienza organizzativa e altri elementi di competitività e redditività legati all’andamento economico dell’impresa.


In secondo luogo, il comma 47 (ultimi due periodi) proroga al 2011 uno specifico regime fiscale agevolato per il personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico.


In particolare, il comma 47 (ultimi due periodi) proroga al 2011 uno specifico regime fiscale agevolato per il personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico.


Riguardo alla prima proroga (di cui ai primi tre periodi del comma 47), occorre ricordare che il regime fiscale agevolato consiste nell’applicazione (salva rinuncia scritta del lavoratore), sugli emolumenti retributivi summenzionati, di un’imposta sostitutiva, con aliquota pari al 10%, in luogo dell’IRPEF e delle relative addizionali regionali e comunali.


La proroga concerne i lavoratori che maturino, nel 2010, un reddito da lavoro dipendente non superiore a 40.000 euro (nel regime relativo al 2010, tale limite di reddito è pari a 35.000 euro, con riferimento, naturalmente, all’anno 2009).


Resta fermo che l’imposta sostitutiva si applica fino ad un importo imponibile di


6.000 euro.


In merito alla proroga inerente al regime contributivo, i richiami normativi di cui al quarto periodo del comma 47 specificano che gli sgravi sono riconosciuti, per il 2011, nei limiti di 650 milioni di euro e secondo i seguenti criteri:


– l’importo annuo complessivo degli emolumenti ammessi allo sgravio (rientranti nella tipologia sopra menzionata) è stabilito entro il limite massimo del 5% della retribuzione contrattuale percepita;


– con riferimento alla quota suddetta di emolumenti, lo sgravio sui contributi previdenziali dovuti dai datori di lavoro è fissato nella misura di 25 punti percentuali e quello sui contributi previdenziali dovuti dai lavoratori è integrale.


L’applicazione degli sgravi contributivi è demandata ad un decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, “anche con riferimento all’individuazione dei criteri di priorità sulla base dei quali debba essere concessa, nel rigoroso rispetto dei limiti finanziari previsti, l’ammissione al beneficio contributivo, e con particolare riguardo al monitoraggio dell’attuazione, al controllo del flusso di erogazioni e al rispetto dei tetti di spesa”.


Riguardo alla terza proroga (di cui agli ultimi due periodi del comma 47), da ricordare che il regime fiscale agevolato in oggetto riconosce al personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico, titolare di un reddito da lavoro dipendente non superiore, nell’anno precedente, a 35.000 euro, una riduzione dell’IRPEF (e delle relative addizionali regionali e comunali) sul trattamento economico accessorio, nel limite complessivo di spesa di 60 milioni di euro. Tale regime è definito con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri interessati, di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze (Vincenzo D’Andò).


 


 


2) Transazione previdenziale: accordi di ristrutturazione e nei concordati preventivi


Transazione previdenziale: prime riflessioni sull’attuabilità negli accordi di ristrutturazione e nei concordati preventivi.


Tale argomento è stato esaminato dall’Unione Nazionale dei Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili (Commissione di studio diritto fallimentare) nel documento del 18/11/2010 (si veda nell’articolo sulle novità fiscali di ieri). (Vincenzo D’Andò)


Le procedure tradizionali del concordato preventivo (art 160 L.F.), strutturalmente rivisto dalla riforma della legge fallimentare, ed innovative quali gli accordi di ristrutturazione (182 bis L.F.), sono state affiancate, nel tempo, dall’istituto della transazione fiscale e previdenziale, che consente all’imprenditore in crisi, esclusivamente nell’ambito della procedura concordataria o nelle trattative che precedono l’accordo di ristrutturazione, di proporre un piano di pagamento parziale o dilazionato dei debiti tributari e, ora, previdenziali, nel rispetto delle condizioni stabilite dall’art 182 ter L.F.


Lo strumento della “Transazione fiscale e previdenziale” (art. 182 ter l.f.) può costituire un vantaggioso strumento di definizione dei debiti tributari e previdenziali, siano essi in fase di liquidazione o iscritti a ruolo, purché inserita nei più articolati piano di risanamento di cui agli art. 160 e 182 bis L.F.


Il citato documento affronta, in senso generale, il tema delicato della sua  applicabilità nel nostro sistema fiscale e contributivo, per poi soffermarsi su quello specifico della transazione previdenziale, anche alla luce del recente intervento normativo di cui al D.M. del 4 agosto 2009 che ne ha disciplinato le condizioni di attuazione.


Gli effetti della crisi di liquidità sull’indebitamento tributario complessivo E’ risaputo che le difficoltà finanziarie, ancor prima dell’insolvenza dell’impresa, determinano l’impossibilità a far fronte regolarmente alle obbligazioni tributarie e previdenziali, con pesanti effetti sull’indebitamento complessivo e conseguenze anche penali per l’amministratore.


Con riguardo al primo aspetto si pensi, ad esempio, all’aumento esponenziale dei debiti tributari e previdenziali nel caso di omessi versamenti, per effetto di sanzioni ed interessi di mora.


Un timido intervento attenuativo è stato introdotto con la legge 388/2000 che dispone all’art. 116 la possibilità di richiedere la riduzione delle sanzioni civili e la rateizzazione dei versamenti, qualora l’azienda si trovi in stato di crisi comprovata.


Con riferimento al secondo aspetto, relativo agli effetti penali, qualora l’omissione riguardi, ad esempio, ritenute fiscali da parte del sostituto d’imposta oppure versamenti IVA, si rende applicabile l’art. 10 bis e l’art. 10 ter del D.Lgs. 74 del 2000 a carico dell’amministratore con la reclusione da sei mesi e fino a due anni.


A ciò si aggiungano le misure cautelative riconosciute ex lege al concessionario per la riscossione: con l’emissione della cartella esattoriale relativa a omessi versamenti di imposte e contributi negli anni pregressi, decorsi i termini di impugnazione, il concessionario può, infatti, attivare procedimenti espropriativi dei beni dell’azienda (dal fermo amministrativo dei mezzi, alla vendita a mezzo asta dei beni immobiliari, all’istanza di fallimento) interrompendo drasticamente, in alcuni casi, il processo di ristrutturazione e risanamento, magari avviato negli anni precedenti dall’azienda, con la chiusura immediata dell’attività d’impresa.


Viene, infine, osservato che nei periodi di difficoltà finanziaria, l’aumento esponenziale dei debiti fiscali e previdenziali, per effetto delle disposizioni tributarie che disciplinano la maturazione degli oneri, determina necessariamente un aumento dell’indebitamento complessivo, ed in particolare dei debiti assistititi da privilegio generale (sanzioni e interessi), con pesanti effetti sulle percentuali di soddisfazione ai creditori chirografari. (V.D.)


 


 


3) Procedure concorsuali: Presupposto soggettivo


L’Unione Nazionale dei Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili (Commissione di studio diritto fallimentare), con un altro documento del 18/11/2010 (si veda nell’articolo sulle novità fiscali di ieri) è intervenuta sul presupposto soggettivo della legge fallimentare.


(Vincenzo D’Andò)


Il D.Lgs. n. 169/2007 (in G.U. n. 241/2007), definito “decreto correttivo”, ha introdotto, a decorrere dal 1° gennaio 2008, sostanziali modifiche tecniche alla norma relativa al presupposto soggettivo del fallimento (art. 1 della legge fallimentare).


La prassi applicativa della riforma fallimentare introdotta dal D.Lgs. n. 5/2006 (“decreto di riforma”) ha posto molteplici problematiche con riguardo all’articolo 11 dedicato alla definizione dei limiti di fallibilità delle imprese.


Esso prevedeva la non fallibilità dei piccoli imprenditori che, ai sensi della legge fallimentare, si identificavano con le imprese (individuali o collettive) che non superavano, congiuntamente, i limiti dimensionali di € 300.000 di investimenti effettuati a di € 200.000 di media dei ricavi lordi nell’ultimo triennio.


La normativa, inoltre, prevedeva l’esonero generalizzato dalla dichiarazione di fallimento nel caso di aziende con debiti scaduti inferiori a € 25.000 (art. 15, ultimo comma); in tale caso il fallimento non poteva essere dichiarato pur ricorrendo gli altri due presupposti.


L’effetto più evidente dell’introduzione di tali soglie di fallibilità si è potuto cogliere nella drastica riduzione del numero dei fallimenti, che in alcuni tribunali è arrivata ad un vero e proprio crollo (Tribunali di Napoli e Genova), senza che nello stesso tempo venisse rilevato un significativo aumento del numero di concordati preventivi e si verificasse il decollo degli accordi di ristrutturazione. Ne è conseguito un duplice effetto: evitavano il fallimento imprese anche di dimensioni rilevanti; si precludeva la possibilità del risanamento aziendale, agevolato dalla nuova legge fallimentare, ad un numero considerevole di imprese.


In altre parole, se da un lato poteva condividersi l’intento riformatore del legislatore di ridurre l’ambito dei soggetti sottoponibili alle procedure concorsuali, dall’altro lasciava fortemente perplessi l’entità delle cifre monetarie prese a parametro per la determinazione della dimensione aziendale, per effetto delle quali non rientravano nella categoria dei soggetti fallibili non solo le micro e le piccole aziende, a favore delle quali era stato pensato l’intervento legislativo, ma anche quelle aziende di una certa importanza patrimoniale.


L’introduzione delle soglie di fallibilità, inoltre, costituiva un fortissimo incentivo per gli imprenditori ad intraprendere sistemi elusivi e non trasparenti al fine di rientrare entro tali parametri e, quindi, nell’area di non fallibilità, con conseguente danno sia per i numerosi creditori insoddisfatti che per l’economia in generale.


L’art. 1 della legge fallimentare novellata dal D.Lgs. n. 5/2006, inoltre, rappresentava un esempio emblematico di come non deve essere scritta una norma: l’utilizzo di termini atecnici quali “investimenti nell’azienda” e “ricavi lordi”; la mancata precisazione del soggetto cui incombe l’onere di provare il superamento dei limiti quantitativi; la mancata fissazione di un limite temporale per il calcolo degli investimenti, previsto invece per i ricavi per i quali, tuttavia, si faceva riferimento alla media degli ultimi tre anni mentre, anche in considerazione del disposto dell’art. 14 della legge fallimentare, sarebbe stato più corretto il riferimento agli ultimi tre esercizi.


La norma non ha colto neanche l’occasione di risolvere definitivamente ogni contrasto con l’art. 2083 del codice civile, tuttora regolante la fattispecie del piccolo imprenditore, dimenticando i faticosi contrasti che pure hanno contrassegnato la convivenza delle due norme prima dell’abrogazione del “vecchio” art. 1 della legge fallimentare.


A tutte queste problematiche, con la finalità sia di superare le difficoltà insite nell’interpretazione del requisito soggettivo richiesto dalla riforma per l’assoggettabilità al fallimento dell’esercente attività d’impresa (in forma collettiva e individuale), sia di ridurre, pur nel rispetto della delega iniziale, l’eccessiva estensione dell’area di esenzione dal fallimento, ha cercato di porre rimedio il nuovo D.Lgs. n. 169/2007.


L’art. 1 corretto prevede una nuova formulazione del presupposto soggettivo del fallimento, al fine di meglio definire l’area di fallibilità delle imprese.


Sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano attività commerciale, esclusi gli enti pubblici.


Viene eliminato ogni riferimento alla nozione di piccolo imprenditore (che nel “vecchio” art. 1 veniva definito in negativo) e viene introdotta una definizione in positivo dell’imprenditore non fallibile.


L’imprenditore commerciale, quindi, è in quanto tale fallibile purché non fornisca la prova, esplicitamente prevista a suo carico, del mancato superamento dei parametri dimensionali previsti dalla norma.


Ne deriva che la non fallibilità dell’impresa viene costruita come fatto


impeditivo, come cioè eccezione rispetto alla fallibilità, il cui onere dimostrativo ricade sullo stesso debitore, ribaltando così il sistema dell’onere della prova originariamente previsto in capo all’istante e che spesso rendeva impossibile verificare il superamento dei limiti di fallibilità.


Ai due precedenti parametri centrati su investimenti e ricavi, ne subentrano tre, da possedere congiuntamente al fine di evitare la dichiarazione di fallimento. Essi si riferiscono all’attivo patrimoniale, ai ricavi lordi, all’indebitamento complessivo.


La portata della norma, quindi, è innovativa sotto due profili: per la prima volta, per delimitare l’area dei soggetti esonerati dal fallimento, si utilizzano requisiti dimensionali massimi che l’imprenditore commerciale deve dimostrare di possedere per essere escluso dal fallimento; sempre con l’obiettivo di eliminare gli eccessi della riduzione dell’area di fallibilità si introduce il criterio dell’esposizione debitoria complessiva.


Al concetto di investimenti, poi, considerato eccessivamente generico, è stato preferito quello di attivo patrimoniale registrato nei tre esercizi precedenti la richiesta di fallimento.


I ricavi vengono considerati nel loro valore assoluto e non più quale media degli ultimi tre anni; ne deriva che per escludere la possibilità del fallimento è necessario che in nessuno dei tre esercizi precedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento l’imprenditore abbia realizzato ricavi lordi annui superiori alla soglia prevista.


Infine, è stato aggiunto un terzo parametro, l’ammontare dell’indebitamento, che non deve essere superato per rientrare nell’area di non fallibilità.


Per sfuggire al fallimento non è più sufficiente avere un limitato attivo e limitati ricavi ma è necessario anche avere un limitato indebitamento: chi, infatti, ha un limitato attivo e limitati ricavi può fallire se risulta essere gravato da un certo livello di debiti.


Mentre nel precedente art. 1 i parametri che definivano l’imprenditore non piccolo e come tale assoggettabile al fallimento erano alternativi tra loro, il novellato articolo richiede il possesso congiunto dei requisiti previsti per non incorrere in procedura fallimentare.


È, pertanto, sufficiente il superamento di un solo parametro perché debba pronunciarsi sentenza di fallimento: per fallire sarà allora sufficiente o avere molto attivo, o avere molti ricavi, o avere molti debiti. (V.D.)


 


 


4) Buoni assegnati da enti locali a famiglie esenti Irpef


Voucher conciliativi per acquisto di servizi di assistenza familiare.


L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 119 del 23/11/2010, ha ritenuto esenti da Irpef pure i voucher conciliativi, vale a dire i buoni (contributi) assegnati dagli enti locali alle famiglie per acquistare servizi di assistenza familiare, al fine del reinserimento nel mondo del lavoro.


Il voucher di conciliazione, nel caso esaminato dall’Agenzia erogato da un ente locale (provincia), è uno strumento che consente al destinatario, persona fisica, di acquisire un servizio di assistenza familiare.


Per esempio la cura di anziani e/o di minori, così da permettere al destinatario di meglio conciliare i fabbisogni formativi e/o le esigenze lavorative con quelle dei propri familiari.


Se le somme sono liquidate dall’ente locale direttamente al soggetto che ha erogato il servizio di conciliazione, gli importi assumono la qualifica di redditi di lavoro autonomo o d’impresa a seconda dell’attività esercitata e assoggettati all’imposta.


Borse di studio per ricerca post lauream sono esenti Irpef


Anche quando non subordinate a frequenza di dottorati.


Le borse di studio attribuite dalle università per attività di ricerca post -lauream sono esenti dall’Irpef, anche quando non subordinate alla frequenza di dottorati di ricerca.


Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate nella risoluzione n. 120 del 23 novembre.


L’Agenzia ha precisato che l’esenzione riguarda tutte le borse di studio erogate da università e istituti di istruzione universitaria per:


– la frequenza dei corsi di perfezionamento e delle scuole di specializzazione;


– i corsi di dottorato di ricerca;


– lo svolgimento di attività di ricerca post dottorato;


– la frequenza di corsi di perfezionamento all’estero. (V.D.)


(Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, note del 25/11/2010)


 


 


5) Dai Commercialisti un manifesto per una radicale riforma fiscale


Il documento del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, pubblicato il 25/11/2010, che costituisce la piattaforma per la partecipazione della categoria ai tavoli di lavoro convocati da Tremonti, indica condizioni, linee d’azione prioritarie e obiettivi fondamentali per un nuovo sistema tributario. (Vincenzo D’Andò)


Regole certe nei rapporti tra fisco e contribuenti, maggiore fermezza contro l’evasione, purché ci sia anche un nuovo processo tributario, affidato a uomini e competenze professionali reali.


E ancora: un prelievo fiscale equo, efficiente e coerente e un federalismo in cui conti l’autonomia finanziaria piuttosto che l’autonomia impositiva.


Sono le quattro linee d’azione prioritarie indicate nel “Manifesto dei commercialisti per una riforma radicale del Fisco”, approvato dal Consiglio nazionale della categoria quale primo contributo per i quattro tavoli di lavoro convocati dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti.


Un documento, quello dei Commercialisti, nel quale sono elencate anche le condizioni pregiudiziali per la reale praticabilità della riforma e gli obiettivi fondamentali da perseguire.


Condizioni


I Commercialisti ritengono innanzitutto che una radicale rivisitazione del sistema fiscale vada subordinata a cinque condizioni.


No ad una riforma priva dei presupposti sociali e politici per durare a lungo e sì, invece, ad un percorso condiviso da tutte le parti sociali e dalle forze politiche di maggioranza e opposizione, per evitare che ciò che viene fatto dalle prime venga poi “smontato” dalle seconde. No ad una riforma in cui le logiche di gettito prevalgano sugli obiettivi socio-economici di fondo. No ad una riforma “tela di Penolope”, che blocchi, fino al suo completamento, interventi immediati di riduzione o modificazione del prelievo su famiglie, imprese e professionisti. No ad una riforma che dimentichi la necessità di una semplificazione normativa. No, infine, ad una riforma che possa giustificare nuovi condoni fiscali, con i quali chiudere eventualmente con il pregresso.


Interventi prioritari


Il documento elenca anche alcune linee d’azioni prioritarie dalle quali discendono gli obiettivi fondamentali da perseguire per un fisco migliore.


Per i Commercialisti vanno innanzitutto garantite regole certe per rilanciare la fiducia, elevando a norma di rango costituzionale lo Statuto del contribuente, costruendo un nucleo di principi certi e indisponibili dallo stesso Governo di turno, creando, come in molti Paesi, un’autorità indipendente che vigili sulle norme fiscali e affrontando la questione del cd. “abuso del diritto”.


Serve poi maggiore fermezza nella lotta all’evasione, con l’ausilio del nuovo redditometro (uno strumento da perfezionare e informatizzare), premiando la trasparenza finanziaria e accentuando la lotta ai paradisi fiscali.


Tutto ciò senza però dimenticare la giustizia tributaria, evitando di pensare solo alla riscossione dei tributi.


Il sistema tributario, denotano i Commercialisti, deve funzionare anche quando il rapporto tra fisco e contribuenti sfocia in contenzioso.


Serve dunque anche una riforma della giustizia tributaria, con un nuovo processo tributario, affidato a uomini con le opportune professionalità.


Per costruire un prelievo fiscale equo, efficiente e coerente, va riequilibrata la tassazione tra redditi patrimoniali e redditi produttivi, distinguendo accumulo e risparmio per incentivare la capitalizzazione delle imprese.


I Commercialisti chiedono anche di abolire l’Irap, imposta iniqua e distorsiva, e di premiare fiscalmente le imprese che danno lavoro.


Infine, il capitolo dedicato al federalismo. Per il Consiglio nazionale della categoria esso deve enfatizzare l’inversione dei flussi di cassa rispetto al potere di creare tributi. Ciò che conta, in sostanza, è rendere regioni ed enti locali titolari del gettito prodotto dai loro territori, trasformando i trasferimenti erariali in entrate proprie.


(Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, nota del 25/11/2010)


 


 


Altre di fisco:


 


– Accertamenti bancari: Niente deduzione di costi forfetari per il contribuente


Durante le indagini bancarie, al contribuente possono essere riconosciuti i costi solo se riesce a provare di averne sostenuto le spese.


il riconoscimento dei costi può avvenire a patto che il contribuente provi il sostenimento delle spese. (V.D.)


(Corte di Cassazione, sentenza n. 23873 del 2010)


 


 


– Tar su visto di conformità


I tributaristi (professionisti non iscritti in “Albi specifici”) non possono apporre il visto di conformità necessario alle compensazioni Iva.


I soggetti abilitati al rilascio del visto sono, quindi, quelli indicati nelle lettere a) e b) del comma 3, dell’art. 3, D.P.R. n. 322/1998, ossia gli iscritti negli Albi dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili e dei Consulenti del lavoro, nonché gli iscritti (alla data del 30 settembre 1993) nei ruoli di periti ed esperti tenuti dalle camere di commercio. (V.D.)


(Tar, sentenza n. 33676 del 2010)


 


 


– Ok alla compensazione


E’ legittima la compensazione tra diverse imposte finalizzata alla diminuzione o all’esclusione degli acconti.


Nel caso di specie, l’Amministrazione finanziaria contestava al contribuente il mancato versamento degli acconti d’imposta.


Ma il contribuente si era difeso sostenendo che gli acconti non erano stati versati giacché compensati con altri crediti d’imposta. (V.D.)


(Corte di Cassazione, sentenza n. 23787 del 2010)


 


 


– Contenzioso: Consulta tra rapporto fiscale e penale


il processo tributario non può essere sospeso in caso di contemporanea pendenza di un giudizio penale.


E’ inammissibile la questione di legittimità dell’art. 39 del D.Lgs. n. 546/1992. (V.D.)


(Corte Costituzionale, sentenza n. 335 del 2010)


 


 


– Inversione contabile sui telefonini


Il Consiglio dell’Unione europea, il 22/11/2010, ha dato il via libera all’inversione contabile dell’Iva su telefonini, microprocessori e unità centrali di elaborazione. Si tratta di una decisione che autorizza l’Italia ad applicare temporaneamente fino al 31/12/2013 il meccanismo del “reverse charge” alle cessioni di telefoni cellulari e di dispositivi a circuito integrato. Resta ancora da definire la decorrenza di tale novità. (V.D.)


 


 


– Federalismo fiscale: documento dell’IRDCEC


L’Istituto di Ricerca dei Commercialisti ha pubblicato il seguente documento:


Il sistema di contabilità pubblica alla vigilia dell’attuazione del Federalismo Fiscale. Alcuni spunti di analisi. (V.D.)


 (IRDCEC, Documento n. 8  del 24/11/2010)


 


 


– Retribuzione minimale applicata nel calcolo della disoccupazione agricola


Per far fronte ad un contenzioso in aumento sia a livello amministrativo che giudiziario in materia di retribuzione minimale applicata nel calcolo della disoccupazione agricola e per fornire supporto all’istruttoria dei ricorsi e delle cause in corso, l’Inps, con la circolare n. 150/2010, ha fornito precisazioni e richiami normativi.


In particolare, ha dato chiarimenti in merito alle indicazioni riportate nella circolare n. 52 del 6/3/2007 riguardo alla retribuzione minimale per l’anno 2007, da applicare anche nel computo dell’indennità di disoccupazione agricola. (V.D.)


(Inps, circolare n. 150 del 25/11/2010)


 


 


– Ritenute subite dai professionisti subito scomputabili


Ritenute subite dai professionisti: Confermata dalla Commissione Finanze alla Camera, la possibilità di ricorrere a fatture ed estratti conto.


I professionisti che non ricevono in tempo la certificazione del sostituto d’imposta possono provare le ritenute subite con fatture e risultanze bancarie, corredate da una dichiarazione sostitutiva di atto notorio.


L’indicazione è stata riproposta il 24/11/2010 nell’ambito delle interrogazioni a risposta immediata alla Camera.


Ampliata la possibilità per i professionisti (e per gli imprenditori) di provare le ritenute subite.


Le stesse possono, infatti, essere documentate, anche in mancanza della tempestiva certificazione proveniente dal sostituto d’imposta, tramite l’esibizione congiunta della fattura e della documentazione bancaria che prova l’importo del compenso, al netto della ritenuta, effettivamente percepito.


A completare il tutto, una dichiarazione sostitutiva di atto notorio con cui il contribuente dichiara, sotto la propria responsabilità, che la documentazione attestante il pagamento si riferisce a una determinata fattura regolarmente contabilizzata.


Il chiaro indirizzo, già arrivato da parte dell’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 68/E del 2009, è stato, quindi, ribadito in Commissione Finanze della Camera dei deputati, nell’ambito delle interrogazioni a risposta immediata.


L’interrogazione ha dato modo di chiarire anche un altro punto: i controlli formali delle dichiarazioni (più comunemente conosciuti come “36-ter”), in seguito ai quali possono essere disconosciute ritenute d’acconto non risultanti dalle dichiarazioni dei sostituti d’imposta o dalle certificazioni richieste ai contribuenti, si attivano in seguito a “campanelli d’allarme”, costituiti proprio da incongruenze tra il 770 di chi ha effettuato il pagamento e l’Unico di chi l’ha incassato.


In questi tipi di controlli, quindi, non c’è alcuna vessazione ai danni del contribuente, paventabile, allorché fosse sostenibile l’osservazione, contenuta nel testo dell’interrogazione, per cui “l’Amministrazione tributaria dispone degli strumenti necessari per verificare la reale effettuazione delle predette ritenute”.


(Notiziario dell’Agenzia delle Entrate del 25/11/2010)


 


Vincenzo D’Andò


 


 


 


 

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