Novità fiscali del 7 ottobre 2010: accertamento con adesione: per i pagamenti rateali il Legislatore ha posto rimedio, niente fideiussione su importi non superiori a € 50.000,00; si avvicina la scadenza del termine per potere rivalutare i terreni e le partecipazioni non quotate in borsa; responsabilità personale del socio per le imposte non versate dalla società estinta; é valida la notifica alla precedente sede del difensore qualora non ne abbia comunicato la variazione; sia i versamenti sia i prelevamenti del c/c sono indizi di evasione fiscale; avviso di liquidazione condonabile; bonus energia: correzioni possibili fino al 11 ottobre; disciplina relativa alle CFC: chiarimenti dalle Entrate su dividendi provenienti e costi sostenuti con Stati o territori a fiscalità privilegiata

 






 


Indice:


 


1) Accertamento con adesione: per i pagamenti rateali il Legislatore ha posto rimedio, niente fideiussione su importi non superiori a € 50.000,00


 


2) Agenzie di rating: audizione di Assonime in Commissione Finanze della Camera


 


3) Si avvicina la scadenza del termine per potere rivalutare i terreni e le partecipazioni non quotate in borsa


 


4) Responsabilità personale del socio per le imposte non versate dalla società estinta


 


5) E’ valida la notifica alla precedente sede del difensore qualora non ne abbia comunicato la variazione


 


6) Sia i versamenti sia i prelevamenti del c/c sono indizi di evasione fiscale


 


7) Avviso di liquidazione condonabile


 


8) Bonus energia: correzioni possibili fino al 11 ottobre


 


9) Disciplina relativa alle CFC: chiarimenti dalle Entrate su dividendi provenienti e costi sostenuti con Stati o territori a fiscalità privilegiata


 


 


1) Accertamento con adesione: per i pagamenti rateali il Legislatore ha posto rimedio, niente fideiussione su importi non superiori a € 50.000,00


Sui pagamenti rateali relativi all’istituto dell’accertamento con adesione è stata corretta la “svista” evidenziata nel mese di settembre scorso.


Ripristinata la possibilità di accedere all’istituto dell’accertamento con adesione mediante il pagamento rateale di quanto dovuto senza necessità di presentare la fideiussione se l’importo non supera € 50.000,00.


Ciò grazie alla Legge n. 163 del 01 ottobre 2010 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 233 del 05 ottobre 2010, di conversione del Decreto Legge n. 125 del 05 agosto 2010 (recante misure urgenti).


In particolare, il comma 1 quater dell’art. 1 di tale Legge n. 163/2010 ha reintrodotto il paletto dei 50.000,00 al di sotto del quale, per rateizzare le somme derivanti dall’avvenuta fase dell’accertamento con adesione non occorre presentare la fideiussione a garanzia dei debiti erariali.


Infatti, tale comma ha disposto che nell’art. 8, comma 2, del D.Lgs. n. 218 del 1997 dopo le parole per il versamento delle somme sia inserita la frase “se superiori a 50.000 euro”.


Se ne era già parlato in precedenza di rimediare alla svista che aveva compiuto il Legislatore (si veda nelle novità fiscali del 22 settembre 2010).


Senza tale neo intervento nel caso di accertamento fiscale con adesione per tutti i versamenti rateali sarebbe stata dovuta la fideiussione.


Ma ricostruiamo di seguito la relativa “querelle” che si era sviluppata di recente.


L’art. 9, comma 5, del Decreto Legislativo n. 141 del 13/08/2010 pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 207 del 04 settembre 2010, aveva modificato il comma 2 dell’art. 8 del D.Lgs. n. 218/1997, stabilendo che sull’importo delle rate successive siano dovuti gli interessi al saggio legale, calcolati dalla data di perfezionamento dell’atto di adesione, e per il versamento di tali somme il contribuente fosse tenuto a prestare idonea garanzia mediante polizza fideiussoria o fideiussione bancaria per il periodo di rateazione del detto importo, aumentato di un anno.


Era quindi scomparsa la vecchia versione di tale norma che prevedeva la concessione della rateazione (per potere accedere alla disciplina dell’accertamento con adesione) con il rilascio della polizza fideussioria solo se l’importo da rateizzare superava i cento milioni delle ex lire. Limite poi passato ad Euro 50.000,00 grazie all’intervento arrecato dal precedente D.L. n. 40/2010.


Peraltro, la Legge n. 122/2010, riguardo all’accertamento con adesione, ha previsto fino al 31 dicembre 2011, la possibilità di prestare la suddetta garanzia anche mediante ipoteca volontaria di primo grado.


Mentre, invece, a seguito di una svista all’interno del D.Lgs. n. 141 del 2010 era stata introdotto l’obbligo dei prestare la fideiussione anche per importi irrisori scaturenti dalla adesione all’accertamento del fisco da parte del contribuente.


Avevamo dunque chiesto un ulteriore intervento del Legislatore che potesse almeno ripristinare la situazione vigente in precedenza che consentiva di rateizzare fino a 50.000,00 euro senza la fideiussione.


Adesso tale richiesta è stata esaudita, infatti, la suddetta Legge n. 163 del 01 ottobre 2010 in G.U. del 05 ottobre ha posto rimedio.


Pertanto, il contribuente può scegliere di effettuare il pagamento:


– in unica soluzione, entro i 20 giorni successivi alla redazione dell’atto;


– in forma rateale in un massimo di 8 rate trimestrali di uguale importo (12 rate trimestrali se le somme dovute superano 50.000,00), delle quali la prima da versare entro il termine di 20 giorni dalla redazione dell’atto.


Solo in tale seconda ipotesi, di superamento di 50.000,00 euro, per le rate (maggiorate degli interessi legali) il contribuente deve, quindi, prestare le garanzie richieste dalla legge (fideiussione bancaria o polizza assicurativa fideiussoria o per il tramite dei consorzi di garanzia collettiva dei fidi – Confidi – iscritti negli elenchi previsti dal Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia.


Mentre, adesso, al di sotto di tale fascia, quindi, non occorre prestare la fideiussione come avveniva precedentemente alle modifiche recenti fatte precedentemente al D.Lgs n. 218 del 1997.


 


 


2) Agenzie di rating: audizione di Assonime in Commissione Finanze della Camera


Il 6 ottobre 2010 il Presidente di Assonime, Luigi Abete, è intervenuto in audizione informale presso la VI Commissione Finanze della Camera dei Deputati, nell’ambito dell’esame della Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento relativo alle agenzie di rating del credito (CE n. 1060/2009).


La proposta è all’esame del Parlamento Europeo, che si gioverà anche dei contributi dei parlamenti nazionali.


Il Presidente di Assonime, pur riconoscendo il ruolo importante delle agenzie di rating nell’arricchire di analisi il mercato finanziario, ha ricordato gli importanti errori di valutazione che hanno contribuito agli eccessi di investimento e alla successiva precipitosa caduta durante la crisi finanziaria 2007-2008.


La risposta europea, attraverso il Regolamento adottato nel settembre 2009, è consistita nella creazione di un meccanismo europeo di registrazione delle agenzie, analogo a quello statunitense, con l’intento di rafforzare la sorveglianza sui comportamenti delle agenzie e di limitare i conflitti di interesse impliciti in un meccanismo di finanziamento per il quale i compensi sono pagati dagli emittenti.


Al riguardo il Presidente Abete ha espresso soddisfazione per la scelta di centralizzare la vigilanza a livello europeo. Ha però sottolineato l’importanza di evitare che le valutazioni delle agenzie sulla qualità dei titoli siano utilizzate in modo da indebolire l’autonoma responsabilità dell’investitore nella scelta dei portafogli e dei profili di rischio.


Il Presidente di Assonime ha, inoltre, indicato che, sulla scorta di quanto accaduto negli Stati Uniti, è opportuno ripensare il ruolo talora eccessivo attribuito alle valutazioni delle agenzie dalla regolamentazione – laddove ad esempio si utilizza il rating per determinare i requisiti di capitale delle banche e gli strumenti finanziari ammessi allo sconto presso la Banca Centrale.


(Assonime, nota del 06 ottobre 2010)


 


 


3) Si avvicina la scadenza del termine per potere rivalutare i terreni e le partecipazioni non quotate in borsa


Entro il 2 novembre 2010 (poiché il 31 ottobre è domenica ed il 01 novembre è festa) scade il termine per rivalutare il valore dei terreni agricoli ed edificabili e le partecipazioni (titoli, quote e diritti) non negoziate in mercati regolamentati.


Le aliquote dell’imposta sostitutiva


Si applica il 4% sulle partecipazioni qualificate (diritto di voto in assemblea soci superiore al 20% o partecipazione al capitale superiore al 25%), il 2% su quelle non qualificate, nonché il 4% sui terreni (edificabili ed agricoli).


I terreni devono essere posseduti alla data del 1° gennaio 2010 da:


– Privati;


– Imprese agricole esercitate sotto forma di ditta individuale;


– Società semplici;


– Enti non commerciali.


L’imposta sostitutiva è dovuta sul valore di perizia che deve essere redatta dai soggetti iscritti negli albi degli ingegneri, architetti, geometri, dottori agronomi, agrotecnici, periti agrari, periti industriali edili e periti iscritti alla Camera di Commercio.


Il pagamento dell’imposta sostitutiva può avvenire in una unica soluzione entro il 02/11/2010 oppure a rate (massime 3 rate annuali a decorrere dal 02/11/2010) con la maggiorazione dell’interesse annuo del 3% a partire dalla seconda rata. Per il versamento dell’imposta sostitutiva si utilizza il modello F24.


 


 


4) Responsabilità personale del socio per le imposte non versate dalla società estinta


Non è legittimo l’avviso di accertamento notificato ai soci per i mancati versamenti di imposte di una società estinta.


Lo ha precisato la Fondazione studi dei consulenti del lavoro con il parere n. 24 del 06 ottobre 2010.


La responsabilità dei soci è limitata al valore dei beni che hanno ricevuto negli ultimi due periodi di imposta precedenti la messa in liquidazione, nonché dei beni sociali ricevuti in assegnazione dai liquidatori durante il tempo della liquidazione.


Inoltre, in tali fattispecie, per i soci non vi è nessuna responsabilità per l’Iva e l’Irap.


Infine, l’avviso di accertamento da notificare al socio si deve limitare a chiedere (riportando) somme che non superano il limite del valore dei beni che il socio ha avuto liquidato.


La Fondazione studi dei Consulenti del lavoro, con il citato parere n. 24 del 06 ottobre 2010 si è pronunciata in merito alla seguente problematica: Imposte non versate dalla società estinta e responsabilità personale del socio.


In particolare, un ex socio (nonché amministratore unico) di una srl, estinta e cancellata nel 2009 dal registro delle imprese, ha ricevuto dall’Agenzia delle entrate per tale qualifica un avviso si accertamento richiedente una maggior imposta Ires, Irap e Iva riferita alla società stessa.


Alla luce di ciò è stato chiesto alla Fondazione se sia stato corretto tale comportamento dell’Amministrazione finanziaria e quali siano le responsabilità  come socio e come liquidatore.


Per dare una esauriente risposta a tale questione, la Fondazione studi dei Consulenti del lavoro ha dovuto prima premettere quanto segue:


L’art. 2495 c.c. prevede che nelle ipotesi di liquidazione di una società di capitali, a seguito della cancellazione dal registro delle imprese, si ha l’estinzione della società con la conseguenza che la società di capitali non può in alcun modo essere chiamata in giudizio, né può essere chiamata a rispondere di eventuali obbligazioni sorte durante la propria esistenza.


In tal senso la Cassazione, SS. UU., sentenza 22 febbraio 2010 n. 4062 e, in precedenza Cassazione, sentenza n. 15 ottobre 2008, n. 25192, sentenza 19347 del 18.09.2007 e sentenza 18618 del 28.08.2006.


Dunque, un eventuale ruolo emesso a carico della società estinta sarebbe, alla luce della giurisprudenza della massima corte, sicuramente illegittimo.


Per sopperire a ciò, informa la Fondazione studi, l’Agenzia delle Entrate notifica solitamente l’avviso di accertamento al liquidatore e ai soci.


Legittimità o meno dell’avviso di accertamento notificato ai soci


Ulteriore considerazione riportata nel parere dalla Fondazione studi è quella che nell’ambito delle società di capitali l’unico soggetto passivo d’imposta per Ires ed Irap è la società.


Ciò si evince dal disposto dell’art. 73 del Tuir e art. 3, comma 1, lett. a) del D.Lgs n. 446/1997.


Per quanto riguaeda l’Iva, il combinato disposto degli artt. 1, 4, 5 e 17, comma 1, del DPR n. 633/1972, individua quale soggetto passivo d’imposta colui che effettua la cessione di bene e/o la prestazione di servizi, ossia ancora una volta la società.


Per tale ragione giuridica la Fondazione studi dei Consulenti del lavoro ritiene che non é legittimo richiedere ai soci di una società di capitali somme per imposte riferibili alla società medesima.


Ciò peraltro contrasta con quanto previsto dall’articolo 23 della Costituzione, in


base al quale “Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.”.


Nell’ordinamento tributario l’unica previsione è contenuta nell’art. 36 del DPR 602/73, laddove prevede, in materia di Ires, che “I soci o associati, che hanno ricevuto nel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione danaro o altri beni sociali in assegnazione dagli amministratori o hanno avuto in assegnazione beni sociali dai liquidatori durante il tempo della liquidazione, sono responsabili del pagamento delle imposte dovute dai soggetti di cui al primo comma nei limiti del valore dei beni stessi, salvo le maggiori responsabilità stabilite dal codice civile.”.


Tuttavia, sottolinea la Fondazione, il citato art. 36 del DPR 602/73, in base a quanto stabilito da costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, per tutte sentenza n. 2079 del 4 marzo 1989, è da intendersi quale mera obbligazione di ordine civilistico.


Tale assunto è meglio enunciato nella relazione illustrativa al DPR 602/73 laddove evidenzia che la responsabilità dei soci “adempie, in definitiva, ad una funzione analoga a quella della revocatoria in sede civile”.


Dunque, la responsabilità dei soci è limitata al valore dei beni (danaro o altri beni sociali) che hanno ricevuto in assegnazione “nel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione”, nonché dei beni sociali ricevuti in assegnazione dai liquidatori “durante il tempo della liquidazione”.


Peraltro, evidenza la Fondazione, tale disposizione opera solo in materia di Ires ma non si estende all’Irap e all’Iva.


Inoltre,  a parere dei Consulenti del lavoro la predetta disposizione non può essere estesa in via interpretativa per il recupero dell’Iva e dell’Irap nei confronti dei soci poiché in campo tributario vige il codificato principio del divieto di applicazione analogica, posto che l’art. 19 del D. Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, sancisce: “Le disposizioni previste dagli articoli….. 36…… del DPR 29 settembre 1973, n. 602, si applicano alle sole imposte sui redditi.”.


Per conseguenza, a seguito di espressa previsione normativa, l’art. 36 non ha validità ai fini Iva ed Irap (in particolare, “non è suscettibile di applicazione ai fini IVA e Irap”).


Un altro aspetto da valutare attentamente


Inoltre, precisa la Fondazione studi, un aspetto che deve essere adeguatamente analizzato è il rispetto da parte dell’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate del comma 5 dell’art. 36 del D.P.R. n. 602/73, in base al quale “La responsabilità di cui ai commi precedenti è accertata dall’ufficio …. con atto motivato”.


Ciò significa, secondo il parere della Fondazione, che l’avviso di accertamento deve necessariamente riportare l’indicazione delle somme richieste al socio per un importo non superiore a quello derivante da valor  dei beni che il socio ha ricevuto in assegnazionenel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione”, nonché dei beni sociali ricevuti in assegnazione dai liquidatori “durante il tempo della liquidazione”, poiché se così non fosse verrebbe disatteso il precetto civilistico contenuto nell’art. 2697 c.c., secondo cui: “chi vuole far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”.


In conclusione, viene rilevata dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro la presenza di una evidente lacuna normativa “che potrebbe prestarsi da parte di contribuenti disonesti a manovre evasive” che possono “essere eccepite in sede penale da parte dell’amministrazione finanziaria ovvero siano stati commessi dalla società illeciti tributari aventi tali caratteristiche”.


 


 


5) E’ valida la notifica alla precedente sede del difensore qualora non ne abbia comunicato la variazione


È valida la notifica dell’udienza presso il precedente studio professionale del difensore, qualora quest’ultimo non abbia comunicato la sua nuova sede.


Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 35868 del 06 ottobre 2010 secondo cui è onere del difensore comunicare alla Cancelleria l’avvenuta modifica della sede dello studio.


Tale circostanza causata da negligenza del difensore non viola il diritto di difesa


E, quindi, secondo la Suprema Corte, non è in grado di compromettere la validità del processo.


Quindi, il professionista che si occupa di contenzioso è avvertito, nel momento in cui si cambia sede dello studio mai dimenticare di comunicarlo alle sedi competenti.


 


 


6) Sia i versamenti sia i prelevamenti del c/c sono indizi di evasione fiscale


Non solo i versamenti ma anche i prelevamenti dal c/c sono indici di evasione fiscale


È, quindi, legittimo l’accertamento del reddito del contribuente basato su prelievi e versamenti del conto bancario.


Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20735 del 06 ottobre 2010 che ha ribadito che non solo i versamenti ma anche i prelievi dal conto contribuiscono a legittimare l’accertamento fiscale.


Pertanto, a parere della Corte Suprema l’Amministrazione finanziaria può basare l’accertamento induttivo del reddito del contribuente sia sui versamenti sia sui prelevamenti nel conto bancario.


E’ fatta salva la prova contraria che è comunque a carico del contribuente, il quale si deve attivare per giustificare non solo contabilmente tali movimenti bancari.


 


 


7) Avviso di liquidazione condonabile


L’avviso di liquidazione può essere condonato. A ciò, tuttavia, sussistono dei limiti.


Infatti, l’avviso di liquidazione é condonabile quando è destinato “ad esprimere, per la prima volta una pretesa fiscale maggiore”.


(Corte di Cassazione, sentenza n. 20731 del 06 ottobre 2010)


 


 


8) Bonus energia: correzioni possibili fino al 11 ottobre


Ancora pochi giorni per rettificare la scheda informativa trasmessa per usufruire della detrazione d’imposta.


Lo ricorda l’Agenzia delle Entrate all’interno del proprio notiziario del 06 ottobre 2010 che ha poi fornito la seguente nota:


I contribuenti che hanno presentato il 730 hanno tempo fino a lunedì 11 ottobre per trasmettere telematicamente all’Enea la scheda integrativa con i dati effettivi relativi agli interventi di riqualificazione energetica effettuati nel 2009, per usufruire dello sconto Irpef del 55%.


In via generale, chi ha sostenuto lavori per impianti eco-sostenibili può rettificare quanto inizialmente dichiarato all’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie e lo sviluppo economico sostenibile (Enea) non oltre il termine di presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo in cui è stata sostenuta la spesa.


La risoluzione 21/E del 23 aprile, con questa precisazione, ha superato la scadenza in origine stabilita dalla norma legislativa che dava 90 giorni dalla fine dei lavori.


A chi presentava il 730 avvalendosi dell’assistenza fiscale, la risoluzione 44/E del 27 maggio ha però concesso un’ulteriore proroga, dovuta ai problemi tecnici che hanno comportato ritardi nell’entrata in funzione del sistema operativo da parte dell’Enea.


A costoro è stata data la possibilità di presentare ai Caf, in sede di dichiarazione, una autocertificazione con i dati aggiornati relativi alle spese sostenute e di provvedere all’invio “ufficiale” della scheda informativa, corretta o integrata, entro 90 giorni dall’attivazione della procedura telematica, attivazione che è avvenuta il 13 luglio, data da cui deriva la prossima scadenza dell’11 ottobre.


 


 


9) Disciplina relativa alle CFC: chiarimenti dalle Entrate su dividendi provenienti e costi sostenuti con Stati o territori a fiscalità privilegiata


A seguito delle recenti novità normative è stata estesa l’applicazione della normativa CFC a tutti gli insediamenti esteri che siano espressione di fenomeni elusivi indipendentemente dal territorio di insediamento.


La neo misura assicura comunque al socio controllante residente la possibilità di dimostrare, mediante la procedura di interpello di cui all’art. 11 della legge 27 luglio 2000, n. 212, che la propria controllata estera non rappresenta “una costruzione artificiosa volta a conseguire un indebito vantaggio fiscale”.


A tal proposito, l’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 51/E del 06 ottobre 2010 ha fornito un quadro aggiornato della disciplina in materia di CFC, con particolare riguardo alle modifiche da ultimo introdotte dall’articolo 13 del D.L. n. 78 del 2009, per cui risultano ormai superati i precedenti chiarimenti forniti in materia qualora siano in contrasto o non compatibili con le nuove istruzioni adesso diramate dalle Entrate.


La disamina della citata circolare verte, inoltre, su alcune tematiche collegate, quali l’imposizione degli utili da partecipazione provenienti da Stati o territori a fiscalità privilegiata e la deducibilità delle spese e degli altri componenti negativi di reddito derivanti da operazioni intercorse con imprese residenti ovvero localizzate nei predetti Stati o territori.


Struttura organizzativa elemento essenziale


Per escludere l’artificiosità della controllata estera il radicamento diventa un elemento essenziale.


La struttura organizzativa, infatti, è una condizione necessaria ma non sufficiente per provare che la controllata svolge nel territorio a fiscalità privilegiata un’effettiva attività industriale o commerciale.


Per radicamento, chiarisce la circolare, si intende un collegamento economico e sociale con il mercato dello Stato o territorio di insediamento.


Per esempio, una percentuale di acquisti o di vendite sul mercato locale superiore al 50% costituisce elemento per la disapplicazione del regime Cfc.


Per le “società senza impresa” la prova raddoppia


In ogni caso, il radicamento non basta a vincere la presunzione del Fisco se i proventi della controllata provengono per più del 50% da attività finanziarie come, per esempio, titoli, partecipazioni, crediti o diritti immateriali.


Per contrastare le pratiche elusive di delocalizzazione dei passive income, infatti, vengono tassati in Italia i redditi prodotti da “società senza impresa” – solo formalmente autonome – che operano in territori a fiscalità privilegiata e svolgono attività di sfruttamento passivo di asset in grado di produrre reddito.


Sede all’estero ok se la tassazione non cambia


In alternativa al principio del radicamento, ai fini della disapplicazione della disciplina Cfc, la circolare illustra il principio del tax rate, ossia della congruità del carico fiscale che grava sul gruppo societario in relazione ai redditi prodotti da una Cfc appartenente al gruppo.


Se, infatti, l’imposizione complessiva sui redditi prodotti dalla Cfc è almeno pari all’aliquota nominale applicata in Italia, 27,5%, è implicitamente dimostrato che la localizzazione all’estero non ha finalità elusive.


Istanza di disapplicazione: Modalità


L’istanza per la disapplicazione della Cfc rule va inoltrata all’Agenzia delle Entrate preventivamente, cioè in tempo utile per ottenere la risposta prima della scadenza del termine ordinario di presentazione della dichiarazione dei redditi.


Pertanto, se un contribuente con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare intende chiedere la disapplicazione della Cfc rule, con riferimento a una controllata estera per il periodo d’imposta 2010, la relativa istanza dovrà essere presentata entro il 1° giugno 2011, considerato che il termine ordinario per l’invio della relativa dichiarazione dei redditi scade il 30 settembre 2011.


Dividendi provenienti dai paradisi con il metodo “case by case”


La disciplina degli utili “provenienti” da società o enti localizzati in Paesi o territori aventi regime fiscale privilegiato prevede una deroga al regime di tassazione ordinario degli utili da partecipazione. Infatti, a prescindere dalla natura della partecipazione detenuta (qualificata o meno), sono assoggettati a imposizione integrale anziché parziale gli utili di provenienza “black list”.


Per evitare artificiose triangolazioni che consentano di aggirare la norma, questo regime si applica anche quando a distribuire i dividendi “black list” sia una società conduit residente UE.


In questa ipotesi, tuttavia, si adotta un approccio “case by case”.


In effetti, ai fini della disapplicazione del regime di imposizione integrale dei dividendi distribuiti da una conduit figlia UE, “provenienti” in tutto o in parte da Paesi a fiscalità privilegiata, l’esame condotto dall’Amministrazione fiscale italiana non può essere limitato all’applicazione di criteri generali predeterminati, ma dovrà essere effettuato volta per volta.


L’analisi specifica di ogni singolo caso si baserà, piuttosto che su semplici quantificazioni del carico fiscale subito dagli utili percepiti dalla “madre” italiana, sulla circostanza che la partecipazione nel soggetto localizzato nel tax haven non sia detenuta tramite la società figlia allo scopo di evitare artificiosamente che i redditi siano tassati in maniera congrua.


Definizioni ampie per i costi da “black list”


L’indeducibilità dei costi “black list” avviene per tutti i soggetti che esercitano nel territorio dello Stato un’attività d’impresa.


Vi rientrano quindi non solo i vari tipi di società di capitali e di persone delineati nel codice civile, ma anche le imprese individuali e le stabili organizzazioni in Italia di società estere.


Non sono escluse nemmeno le stabili organizzazioni in paradisi fiscali di società residenti nel territorio dello Stato, così come in Paesi o territori a fiscalità ordinaria.


Stesso discorso per i professionisti, che vanno intesi non solo come i soggetti appartenenti alle professioni cosiddette ‘regolamentate’, ma tutti coloro che agiscono nell’esercizio di arti e professioni.


Per “costo”, invece, si intende qualsiasi componente negativo di reddito derivante da transazioni commerciali poste in essere con fornitori “black list”.


 


 


Vincenzo D’Andò


 

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