Le imposte sul reddito e l'elemento materiale

il funzionamento della convenzione fiscale italo-svizzera: la stabile organizzazione e la produzione dei redditi in Italia

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 8488/2010, chiamata ad interpretare gli articoli 5 e 7 della Convenzione italo-svizzera ratificata dalla legge 943/1978, fornisce precisazioni circa il concetto di stabile organizzazione circa il concetto di territorialità dei redditi d’impresa.




In particolare, la sentenza trae spunto dall’attività della G.di F. presso un ufficio finanziario, dalla quale si evince che una società svizzera non aveva dichiarato redditi percepiti negli anni 1982/1988.




Si emettevano, così, gli avvisi di accertamento, impugnati dalla società che, leggendo la Convenzione italo-svizzera, riteneva la non presenza dei presupposti per l’imposizione fiscale in Italia dei redditi percepiti.




In appello, la sentenza della Commissione tributaria di primo grado in accoglimento dei ricorsi, viene confermata, mentre il ricorso proposto dall’ufficio finanziario in Commissione tributaria centrale è respinto, con sentenza impugnata in Cassazione.




Si analizzano le ragioni esposte dall’Amministrazione finanziaria:






  • violazione e la falsa applicazione degli articoli 5 e 7 della Convenzione italo-svizzera;



  • violazione dell’articolo 19 del Dpr 597/1973 e dell’articolo 23 del Tuir.




Per quanto riguarda il primo punto, la Commissione tributaria centrale considera l’articolo 5 della citata Convenzione, emblematico per la valutazione di due elementi per identificare l’ipotesi in questione: quello di natura oggettiva, corrispondente, appunto nella stabile organizzazione e quello di natura soggettiva che si concretizza con l’esistenza in Italia di un soggetto con poteri di contrattazione in favore dell’impresa estera.




Così, la Commissione centrale ritiene esistente, nel caso in specie, il requisito oggettivo della stabile organizzazione produttiva, mentre inesistente il secondo, poiché il soggetto con poteri di contrattazione era autorizzato a sottoscrivere i contratti ma non aveva alcun potere decisionale per contenuto e modifiche.




L’amministrazione finanziaria, invece, legge l’articolo 5 della Convenzione come comprensivo di un unico requisito, quello materiale/oggettivo dell’esistenza sul territorio di una stabile organizzazione avente gli elementi organizzativi presenti nel comma 2: i due presupposti non devono essere contemporaneamente presenti per parlare stabile organizzazione; è sufficiente l’esistenza di uno solo per concretizzare il presupposto richiesto per l’imposizione fiscale nel paese contraente.




La società risponde, accettando l’interpretazione dell’alternatività dei presupposti per la stabile organizzazione, ma sottolinea, nel caso in esame la totale mancanza del requisito oggettivo poiché la durata della stessa organizzazione è stata inferiore rispetto al periodo minimo richiesto.




La pronuncia della Corte suprema in accoglimento del ricorso, si basa sulla collocazione sistematica delle disposizioni ivi contenute sia sull’interpretazione del testo della Convenzione, in cui si verifica la mancanza di legami tra le enunciazioni.




Infine si pronuncia sulla motivazione alla base della Convenzione, fondata sulla duplice ipotesi di sussistenza di una stabile organizzazione, fondata l’una su elementi oggettivi e materiali e l’altra sulla presenza nel territorio di uno Stato contraente di un rappresentante di un’impresa dell’altro Stato contraente dotato di determinati poteri.




Si sottolinea che con la presenza di uno solo dei presupposti sopra evidenziati, c’è idoneità a concretizzare il presupposto impositivo, laddove è configurabile oltre alla stabile organizzazione materiale, anche quella soggettiva o personale.




La Cassazione, si interroga sulla sussistenza o meno, in capo al soggetto con poteri di contrattazione, della condizione soggettiva di agente indipendente: il comma 5 dell’articolo 5 della Convenzione in esame, dispone che non costituisce stabile organizzazione, la presenza “…di un mediatore, di un commissionario generale o di ogni altro intermediario che goda di uno status indipendente, a condizione che dette persone agiscano nell’ambito della loro ordinaria attività“.




Si precisa, inoltre, che il Commentario dell’articolo 5 del modello Ocse, a cui la Corte fa riferimento sostiene che “…un soggetto anche non legato da rapporti di dipendenza legale con la impresa straniera, che comunque esegua senza autonomia ed in modo abituale istruzioni della stessa impresa, e che in tale veste compia atti che siano essenziali per la conclusione dei contratti che obbligano la impresa medesima, integra l’ipotesi di stabile organizzazione“.




La Cassazione conclude con l’inesattezza delle ipotesi presentate dalla società contro ricorrente, che sosteneva come il potere contrattuale sarebbe solo relativo al potere di svolgere trattative e non al caso in cui il soggetto, con potere di rappresentanza, non abbia autonomia contrattuale: si ricorda che il commentario dell’articolo 5 del modello Ocse, sottolinea come un soggetto non è considerato stabile organizzazione dell’impresa estera se agisce in quanto indipendente dall’impresa e quando compie operazioni ordinarie nella sua attività industriale o commerciale.




6 ottobre 2010


Sonia Cascarano

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