Il computo dell’orario di lavoro durante la fase del “tempo tuta”

In una recente sentenza della Corte di Cassazione Civile, Sezione lavoro, è stato trattato un caso interessante e avente ad oggetto la richiesta eseguita da parte di alcuni lavoratori a carico del datore di lavoro circa la corresponsione di una retribuzione ulteriore o aggiuntiva per il tempo impiegato per indossare e togliere la divisa da lavoro.

I lavoratori per espletare a tali fasi dovevano percorre un determinato tragitto, all’interno del perimetro aziendale, compreso tra lo spogliatoio ed il luogo contenente l’apparecchio elettronico utile per la timbratura dell’orario di entrata ed uscita, con l’impiego di un certo periodo di tempo, che a loro giudizio prolungava l’orario di lavoro giornaliero e meritevole, pertanto, di un riconoscimento remunerativo.

Gli stessi lavoratori adducevano in loro favore che il tempo occorrente per procedere ad una prima timbratura per indossare l’abito da lavoro, ad una seconda timbratura per l’inizio effettivo del turno lavorativo e ad altre due inverse operazioni corrispondenti alla fine del turno lavorativo, con le particolarità evidenziate nel periodo precedente, costituiva una “messa a disposizione” delle proprie energie in favore del datore di lavoro e come tale doveva essere sottoposto ad una regolare retribuzione.

La Suprema Corte di fatto accoglie le loro istanze e disattende il ricorso proposto dal datore di lavoro.

I Giudici della Suprema Corte sanciscono al riguardo un percorso giurisprudenziale che pone chiarezza al caso concreto, presupponendo il loro operato sulla scorta dei precedenti pronunciamenti, della vigente normativa in tema di lavoro e sul disposto contrattuale della contrattazione collettiva nazionale di lavoro.

Viene stabilito, innanzitutto, che il dover valutare se il tempo occorrente per indossare la divisa di lavoro debba essere remunerato o meno è subordinato a quanto sancito nel relativo contratto di lavoro.

Ma in ogni caso, poiché è necessario tener conto anche del caso in cui vi sia l’assenza di una specifica previsione contrattuale, è opportuno tenere conto dei seguenti punti fondamentali e che sono contenuti nella Sentenza di seguito riportata:

  • la valutazione atta a determinare se il tempo occorrente per indossare la divisa da lavoro debba essere remunerata o meno è vincolata da quanto sancito dal relativo contratto di lavoro fatto salvo il caso in cui tale fase è diretta dal datore di lavoro, il quale, però, ne deve disciplinare il tempo ed il luogo di esecuzione;

  • se la fase di vestizione, di cui al punto precedente, è diretta dal datore di lavoro allora essa rientra nel lavoro effettivo e di conseguenza il tempo occorrente per l’espletamento deve essere retribuito;

  • se in un contratto collettivo nazionale di lavoro, come ad esempio quello dei lavoratori delle industrie meccaniche private ( del 1999 ) o quello delle aziende metalmeccaniche pubbliche aderenti all’Intersind, è previsto che “sono considerate ore di lavoro quelle di effettiva prestazione”, allora tale disposto deve essere interpretato nel senso che rientrano nelle ore di lavoro retribuite anche le attività preparatorie o successive allo svolgimento della prestazione lavorativa, ivi compreso la vestizione e dismissione della divisa da lavoro, purchè dirette dal datore di lavoro.

Un conto è la fase preparatoria al lavoro gestita liberamente dal lavoratore, consistente cioè nell’indossare la divisa da lavoro nella propria abitazione o presso gli spogliatoi aziendali con assoluta libertà di disporre del tempo rimanente fino all’inizio del turno di lavoro, altra cosa è, invece, l’indossare la divisa da lavoro sotto la potestà regolamentare del datore di lavoro ( consistente, ad esempio nel seguire determinate procedure ).

In effetti la fattispecie concreta e prospettata nella Sentenza di seguito riportata rileva dei precisi passi da seguire ( vedasi le varie timbrature e percorsi da fare all’inizio ed alla fine del turno di lavoro ai fini dell’utilizzo della divisa da lavoro ) a carico dei lavoratori, i quali richiedono l’impiego di un certo periodo di tempo per ogni turnazione di lavoro; tempo che va computato nell’orario di effettiva prestazione lavorativa.

 

11 ottobre 2010

Luigi Risolo

 

Corte di Cassazione Sezione Lavoro Civile

Sentenza del 10 Settembre 2010, n. 19358

 

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

  1. Un gruppo di dipendenti della … Srl, con separati ricorsi poi riuniti, convenivano in giudizio la predetta società per chiedere la corresponsione dell’equivalente di venti minuti di retribuzione giornaliera per 45 settimane, a fronte del c.d. “tempo tuta”. Esponevano che per entrare nel perimetro aziendale dovevano transitare per un tornello apribile mediante tesserino magnetico di riconoscimento, indi percorrere cento metri ed accedere allo spogliatoio, ivi indossare gli indumenti di lavoro forniti dall’azienda, effettuare una seconda timbratura del tesserino prima dell’inizio del lavoro; al termine, dovevano effettuare una terza timbratura, accedere allo spogliatoio per lasciare gli abiti di servizio, passare una quarta volta il tesserino al tornello ed uscire. Deducevano che il tempo occorrente per le suddette operazioni costituiva una “messa a disposizione” delle proprie energie in favore del datore di lavoro, onde il tempo stesso doveva essere retribuito.

 

  1. Si costituiva la società ed eccepiva che nel corso delle operazioni suddette i lavoratori rimanevano comunque liberi di disporre del proprio tempo e non erano sottoposti al potere datoriale, mentre soltanto con l’inizio effettivo del turno di lavoro essi erano sottoposti agli ordini ed alle indicazioni dei superiori gerarchici.

 

  1. Il Tribunale respingeva la domanda attrice, ritenendo che il tempo necessario per la vestizione non costituisce tempo di lavoro retribuito. Proponevano appello gli attori. Si costituiva e si opponeva la …società… ( datore di lavoro )…, la quale dava atto della conciliazione intervenuta nei confronti di … ( lavoratore ). La Corte di Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di primo grado, accoglieva le domande attrici nella misura – equitativamente determinata – del 50%. Questa in sintesi la motivazione della sentenza di appello:

 

  • come risulta dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 15734.2003, va considerato tempo di lavoro anche quello in cui il lavoratore si tiene a disposizione del datore di lavoro;

  • quando l’obbligo di vestizione della divisa ( Cass. n. 3763.1998 ) deve essere eseguito secondo pregnanti disposizioni del datore di lavoro circa il tempo ed il luogo dell’esecuzione, tale attività risulta “eterodiretta” e quindi dà diritto alla retribuzione;

  • applicati tali principi, ne risulta che il tempo impiegato nella vestizione va considerato orario di lavoro;

  • ciò risulta confermato dalla direttiva n. 104.2003 della Comunità Europea, recepita nell’art. 1 comma 2 del Decreto Legislativo n. 66.2003 ( utilizzata come indicazione interpretativa );

  • poiché non è possibile individuare per ciascun attore i tempi effettivamente impiegati per indossare e dimettere gli abiti da lavoro, soccorre una valutazione equitativa ex art. 432 Codice di Procedura Civile.

  1. Ha proposto ricorso per Cassazione la … società …, deducendo cinque motivi. Gli attori sono rimasti intimati.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

  1. Con il primo motivo del ricorso, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 n. 3 CPC, degli artt. 1 e 3 del R.D. n. 692.1923, del R.D. n. 1955.1923, 1 comma 1 del Decreto Legislativo n. 66.2003, del DPR n. 327.1980, del Decreto Legislativo n. 155.1997, 12 delle Preleggi, 2094, 2104 Codice Civile, 112 e segg. Codice di Procedura Civile, 2997 Codice Civile: la Corte di Appello ha violato la normativa inerente all’orario di lavoro ed il criterio dell’onere della prova, affermando apoditticamente che durante il tempo di vestizione il lavoratore sarebbe a disposizione del datore di lavoro. Viceversa detto tempo non richiede applicazione assidua e continuativa ed è equiparabile ad un riposo intermedio ovvero al tempo necessario per recarsi al lavoro. Il lavoratore non è a disposizione del datore di lavoro e non è nell’esercizio delle sue attività. Non vi è sinallagma contrattuale, ma solo un’attività preparatoria per la resa della prestazione.

  2. Con il secondo motivo del ricorso, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione, a sensi dell’art. 360 n. 3 CPC, degli artt. 2099 Codice Civile, 36 Cost., omessa motivazione e mancata valutazione della disciplina di cui ai CCNL di settore 1991, 1995 e 1999, degli accordi aziendali, delle regole sull’interpretazione dei contratti di cui agli art.. 1362 e segg. Codice di Procedura Civile. Trascritte le norme contrattuali sull’orario di lavoro, deduce la ricorrente che la riduzione di orario pari ad un’ora settimanale ha avuto riguardo al lavoro effettivo.

  3. Con il terzo motivo del ricorso, la ricorrente deduce omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in fatto circa un punto decisivo della controversia, a sensi dell’art. 360 n. 5 CPC, deducendo l’omesso esame degli articoli sindacali e la mancata applicazione della regola generale dell’assorbimento del trattamento di miglior favore riferibile anche alle pause contrattuali – violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 n. 3 CPC, degli artt. 1362 segg. Codice Civile. Ogni dipendente può entrare in fabbrica fino a 29 minuti prima dell’inizio del turno e quando ha indossato l’abito da lavoro è libero di impiegare il tempo come desidera. Tali circostanze sono state capitolate come prova. Segue la trascrizione delle fonti contrattuali e si deduce che l’eventuale credito orario doveva essere compensato, fino a concorrenza, con le riduzioni di orario effettivo.

  4. I motivi sopra riportati possono essere esaminati congiuntamente, in quanto tra loro strettamente connessi. Essi risultano infondati. La giurisprudenza di questa Corte di Cassazione, dopo qualche incertezza, si è orientata nel senso che “Ai fini di valutarte se il tempo occorrente per indossare la divisa aziendale debba essere retribuito o meno, occorre far riferimento alla disciplina contrattuale specifica: in particolare, ove sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa stessa ( anche presso la propria abitazione, prima di recarsi al lavoro ) la relativa attività fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa, e come tale non deve essere retribuita, mentre se tale operazione è diretta dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, rientra nel lavoro effettivo e di conseguenza il tempo ad essa necessario deve essere retribuito.” Così Cass. 15734.2003.

  5. Successivamente il principio e ripreso da Cass. n. 19273.2006: “Ai fini di valutare se il tempo occorrente per indossare la divisa aziendale debba essere retribuito o meno, occorre far riferimento alla disciplina contrattuale specifica: in particolare, ove sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa stessa ( anche presso la propria abitazione, prima di recarsi al lavoro ) la relativa attività fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa, e come tale non deve essere retribuita, mentre se tale operazione è diretta dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, rientra nel lavoro effettivo e di conseguenza il tempo ad essa necessario deve essere retribuito. ( Nella specie, riguardante un periodo antecedente alla entrata in vigore del d. lgs. 8 aprile 2003 n. 66 di recepimento delle direttive comunitarie 93/104 e 200/34, la S.C. ha confermato la sentenza di merito secondo la quale il tempo di vestizione, facendo corpo con quello concernente la obbligazione principale ed attenendo un vincolo che caratterizza inevitabilmente la fase preparatoria, doveva ritenersi già remunerato dalla retribuzione ordinaria, senza necessità di distinguere la retribuzione a seconda dell’esistenza dell’obbligo di indossare o meno gli indumenti di lavoro).”

  6. Più recentemente il principio è confermato da Cass. n.15492.2009: “ L’art. 5 del contratto collettivo nazionale per i lavoratori delle industrie meccaniche private in data 8 giugno 1999 e del contratto collettivo nazionale delle aziende metalmeccaniche pubbliche aderenti …, nella parte in cui prevede che “sono considerate ore di lavoro quelle di effettiva prestazione”, deve essere interpretato nel senso che siano da ricomprendere nelle ore di lavoro effettivo, come tali da retribuire, anche le attività preparatorie o successive allo svolgimento dell’attività lavorativa, purchè eterodirette dal datore di lavoro, fra le quali deve ricomprendersi anche il tempo necessario ad indossare la divisa aziendale, qualora il datore di lavoro nedisciplini il tempo ed il luogo di esecuzione. Né può ritenersi incompatibile con tale interpretazione la disposizione contenuta nell’art. 5 citato seconda la quale “le ore di lavoro sono contate con l’orologio dello stabilimento o reparto”, posto che tale clausola non ha una funzione prescrittivi, ma ha natura meramente ordinatoria e regolativi, ed è destinata a cedere a fronte dell’eventuale ricomprensione nell’orario di lavoro di operazioni preparatorie e/o integrative della prestazione lavorativa che siano, rispettivamente, anteriori o posteriori alla timbratura dell’orologio marcatempo.”

  7. La giurisprudenza sopra citata conferma che nel rapporto di lavoro deve distinguersi una fase finale, che soddisfa direttamente l’interesse del datore di lavoro, ed una fase preparatoria, relativa a prestazioni od attività accessorie e strumentali, da eseguire nell’ambito della disciplina d’impresa ( art. 2104 secondo comma Codice Civile ) ed autonomamente esigibili dal datore di lavoro, il quale ad esempio può rifiutare la prestazione finale in difetto di quella preparatoria. DI conseguenza al tempo impiegato dal lavoratore per indossare gli abiti da lavoro ( tempo estraneo a quello destinato alla prestazione lavorativa finale ) deve corrispondere una retribuzione aggiuntiva.

  8. Con il quarto motivo del ricorso, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 n., 3 CPC, degli artt. 414, 112, 115 Codice di Procedura Civile, 2797 Codice Civile e “Decadenza”: la Corte di Appello ha violato il principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, perché ha accolto una domanda diversa da quella proposta, vale a dire la corresponsione della retribuzione per tutto il tempo intermedio tra l’accesso al primo tornelli e l’uscita definitiva dall’azienda.

  9. Il quinto motivo del ricorso attiene la violazione degli artt. 112, 414, 432 Codice di Procedura Civile, 1226 e 2697 Codice Civile, vale a dire la quantificazione della domanda sulla base di un arbitrario esercizio dei poteri equitativi dinanzi ad una carente allegazione dei datti contenuta nella domanda.

  10. Detti due motivi, da esaminarsi anch’essi congiuntamente, sono infondati. Il giudice di merito non ha accolto una domanda diversa da quella formulata, ma ha attribuito un “quid minus” rispetto a quanto domandato dagli attori, finendo per considerare come tempo di lavoro o tempo a disposizione, eterodiretto, la metà del tempo mediamente impiegato per passare dal primo al secondo tornello e dal terzo al quarto. La relativa liquidazione è stata operata in via equitativa e con prudente apprezzamento, stante la difficoltà di accertare con precisione il “quantum” della domanda. Il giudice di merito ha fatto uso discrezionale dei poteri che gli attribuisce la norma processuale, con apprezzamento in fatto incensurabile in Cassazione, siccome adeguatamente motivato.

  11. Non avendo la controparte svolto attività difensiva, non vi è luogo a provvedere sulle spese del grado.

 

 

PQM

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

rigetta il ricorso; nulla per le spese del processo di legittimità.

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