Interventi concreti contro i ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione


Grazie alla Legge n. 122/2010, di conversione del D.L. n. 78/2010 “Manovra correttiva 2011-2013, a partire dal 1° gennaio 2011 le imprese che vantano crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, verso le regioni, gli enti locali e gli enti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) derivanti dalla somministrazione, fornitura ed appalti, hanno il diritto di compensarli con le somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo. In pratica, l’impresa creditrice, una volta ottenuta la certificazione del proprio credito dall’ente debitore (ai sensi dell’art. 9 co. 3-bis del D.L. 185/2008) potrà utilizzarla a compensazione, parziale o totale, delle somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo presso il concessionario per la riscossione. I tempi saranno tassativi tant’è che l’ente debitore è obbligato a rilasciare la suddetta certificazione entro 20 giorni dalla richiesta. E qualora non dovesse versare l’importo compensato entro i successivi 60 giorni, il concessionario per la riscossione procederà (ai sensi del DPR 602/73) alla riscossione coattiva.


 


Inoltre, un’interessante sentenza (la nr. 352/1/2010) della Commissione Tributaria Provinciale di Lecce ha cancellato le maggiori somme per sanzioni ed interessi iscritte a ruolo a carico di un’azienda operante nel settore TAC (Tessile, Abbigliamento e Calzaturiero) che per “forza maggiore” non ha provveduto a versare le imposte dovute richiamando l’art. 6 co. 5 del D. Lgs. 472/97. I giudici tributari hanno ritenuto, infatti, che il mancato versamento delle imposte a causa di un’imprevista crisi economia a largo spettro e, di conseguenze, del proprio cliente principale configuri quell’ipotesi di forza maggiore intesa “… quale forza esterna che determina, in modo inevitabile, a compiere un atto non dovuto che, nella fattispecie, consisteva nel versamento delle imposte”.


 


E’ bene ribadire, inoltre, che l’omesso versamento delle imposte comporta, salvo il ricorso al ravvedimento spontaneo, l’applicazione della sanzione del 30% oltre agli interessi di mora ed agli aggi di riscossione. Un “costo” aggiuntivo che può arrivare anche al 40% delle imposte omesse. Mentre, per i ritardi della Pubblica Amministrazione (P.A.) rispetto agli accordi contrattuali non c’è traccia di sanzioni ed interessi. In barba ad ogni principio di equità!


 


Tra l’altro, i tempi medi di pagamento delle fatture da parte della P.A. raggiunge in Italia mediamente i 128 giorni per 70 miliardi di euro di debiti. Addirittura, nella Sanità si arriva anche a superare i 2 anni. Il ritardo medio nei Paesi UE è, invece, di 69 giorni: siamo, dunque, sul podio dei peggiori! Tuttavia, per scongiurare i ritardi nei pagamenti commerciali (P.A. compresa), il D. Lgs. 231/2002 prevede l’applicazione automatica degli interessi di mora pari (dal 01/07/09) al 8,0% oltre i 30 giorni dalla scadenza del pagamento. Oltretutto, in sede di verifica, l’amministrazione finanziaria contesta la tassazione di diritto degli interessi così calcolati in quanto certi ed esigibili. E’ chiaro: se da una parte lo Stato sanziona il ritardo nel versamento delle imposte; dall’altro, è altrettanto giusto che la P.A. morosa paghi almeno gli interessi previsti per legge. Ma nella realtà funziona diversamente: tutelare il diritto al credito da interessi è inopportuno!


 


A questo punto, nella “normale” situazione debitoria della P.A., si potrebbero configurare le seguenti situazioni:


1)     impresa che è costretta ad indebitarsi per poter pagare le imposte ovvero ricorrere allo sconto di fatture o alla cessione del credito: in questo caso, l’impresa ha diritto ad incassare in concreto anche gli interessi di mora dell’8% (D. Lgs. 231/02) che compensano, in buona parte, il costo finanziario;


2)     impresa che non si indebita ma che ricorre al ravvedimento operoso (“breve” entro 30 giorni oppure “lungo” entro 1 anno): in questo caso, l’impresa sopporta un costo (poco più del 3%) inferiore a quello bancario e conserva il diritto a vedersi corrispondere gli interessi di mora;


3)     impresa che per evidenti ragioni di difficoltà economiche e per la conseguente difficoltà di accesso al credito bancario – che aumenterà per gli effetti della prossima “Basilea 3” – non sono in grado di pagare nemmeno nei termini del ravvedimento: in questo caso, a seguito dei controlli automatizzati (art. 36-bis DPR 600/73 e art. 51 DPR 633/72) l’impresa riceverà la cartella di pagamento con un maggior onere tra sanzioni, interessi ed aggi che può arrivare al 40% delle imposte omesse.


 


E’ in questo ultimo caso che si potrebbe configurare l’ipotesi di “forza maggiore” che di fatto impedisce all’impresa di provvedere al puntuale pagamento delle imposte omesse. E allo stato attuale, tale ipotesi può essere fatta valere solo in sede di contenzioso come è accaduto di recente per giudizio della Commissione Tributaria di Lecce. D’altronde lo Stato non può sanzionare l’omesso versamento laddove il suo apparato è al tempo stesso moroso.


 


Riguardo alla certificazione del credito,  potrebbe, in linea di principio, accelerare i tempi di pagamento della P.A., ma è spontaneo temere che i vincoli di bilancio (in primis, il patto di stabilità) dell’apparato pubblico impediscano, di fatto, la concreta applicazione della norma salvo un corposo e costoso ricorso alle anticipazioni di cassa. Sarebbe surreale immaginare una massiccia azione esecutiva nei confronti degli enti locali e del SSN in particolare: a pignorare i macchinari ospedalieri equivarrebbe ad un tentato omicidio! Oltretutto, la lotta all’evasione ed il virtuosismo nella gestione produrranno effetti benefici per i bilanci degli enti locali, delle regioni e del SSN non prima di un biennio. Potrebbe accadere, invece, che la P.A. imporrà scadenze contrattuali in linea con gli attuali tempi effettivi di pagamento vanificando la finalità della norma. Lo stesso si potrebbe argomentare riguardo l’ipotesi in discussione di cessione pro-soluto dei crediti verso la P.A. Il rischio concreto è che, di fatto, cambierà ben poco!


 


E’ agevole ritenere, invece, che sia meno oneroso e più efficace sostenere la normativa corrente riconoscendo di fatto gli attuali interessi moratori dell’8% sui ritardi nei pagamenti ovvero disapplicare per legge le sanzioni, gli interessi e gli aggi per le imposte omesse sino a concorrenza del debito della P.A. scaduto da oltre 30 giorni dai termini contrattuali i quali però non dovranno artatamente dilatarsi. Nel frattempo, laddove incapace di avvalersi del ravvedimento operoso, l’impresa creditrice ben potrà ricorrere in Commissione Tributaria per far valere il proprio stato di forza maggiore e vedersi così annullare le sanzioni, gli interessi e gli aggi per le imposte pari al credito vantato dimostrando lo stato di difficoltà finanziaria nonché l’eccessivo ritardo della P.A. oltre i termini contrattuali concordati. Infine, è necessario modificare sia il D. Lgs. n. 231/02 introducendo l’obbligo per il debitore commerciale (P.A. compresa) di saldare i debiti commerciali maggiorati automaticamente degli interessi di mora previsti per legge; sia la Legge n. 122/2010 prevedendo la compensazione del credito commerciale dell’impresa vantato verso la P.A. anche con gli altri debiti tributari (Ici, Tarsu, Irpef, Irap, ecc.): è iniquo consentire la compensazione solo per le imposte iscritte a ruolo già maggiorate dalle sanzioni.


 


Donatello Alessio


7 Settembre 2010


Partecipa alla discussione sul forum.