Le novità sul contenzioso

 

L’art. 3, del D.L. 25 marzo 2010, n.40, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, c. 1, della Legge 22 maggio 2010, n. 73 – cd. D.L. Incentivi – ha inciso significativamente sul contenzioso. Analizziamo due degli aspetti di maggiore interesse: la definizione del contenzioso ed il venir meno dell’autorizzazione all’appello.




La definizione del contenzioso




Il comma 2-bis, inserito in sede di conversione dell’art. 3, del D.L. 25 marzo 2010, n.40, in legge 22 maggio 2010, n. 73, al fine di contenere la durata dei processi tributari nei termini di durata ragionevole dei processi, previsti ai sensi della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’art. 6, par. 1, della predetta Convenzione, ha determinato la possibilità di definire una serie di liti pendenti.


In particolare, si tratta delle controversie tributarie pendenti che originano da ricorsi iscritti a ruolo nel primo grado, da oltre dieci anni, alla data di entrata in vigore della legge di conversione del D.L. n.40/2010 – 26 maggio 2010 -, per le quali risulti soccombente l’Amministrazione finanziaria dello Stato nei primi due gradi di giudizio.


Tali liti sono definite con le seguenti modalità:


a) le controversie tributarie pendenti innanzi alla Commissione tributaria centrale, con esclusione di quelle aventi ad oggetto istanze di rimborso, sono automaticamente definite con decreto assunto dal presidente del collegio o da altro componente delegato, senza costi aggiuntivi;


b) le controversie tributarie pendenti innanzi alla Corte di cassazione possono essere estinte con il pagamento di un importo pari al 5 per cento del valore della controversia determinato ai sensi dell’ art. 16, c. 3, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, e successive modificazioni, e contestuale rinuncia ad ogni eventuale pretesa di equa riparazione ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89. A tal fine, il contribuente può presentare apposita istanza alla competente segreteria o cancelleria entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione, con attestazione del relativo pagamento.


Tali ultimi procedimenti restano sospesi fino alla scadenza del termine di cui al secondo periodo e sono definiti con compensazione integrale delle spese del processo. In ogni caso non si fa luogo a rimborso.


Per effetto del richiamo operato all’art. 16 della L.n.289/2002, per valore della lite, da assumere a base del calcolo per la definizione, deve intendersi l’importo dell’imposta che ha formato oggetto di contestazione in primo grado, al netto degli interessi, delle indennità di mora e delle eventuali sanzioni collegate al tributo, anche se irrogate con separato provvedimento; in caso di liti relative all’irrogazione di sanzioni non collegate al tributo, delle stesse si tiene conto ai fini del valore della lite; il valore della lite è determinato con riferimento a ciascun atto introduttivo del giudizio, indipendentemente dal numero di soggetti interessati e dai tributi in esso indicati.




L’appello non necessità più dell’autorizzazione




L’art. 3, c. 1, lett. c), del D.L. Incentivi ha abrogato il comma 2, dell’art. 52 del D.Lgs. n. 546/92, norma che disponeva che gli uffici periferici dell’amministrazione finanziaria per poter proporre appello principale dovevano essere preventivamente autorizzati dalla superiore direzione regionale competente.


La norma era nata per l’esigenza di procedere ad un controllo di secondo grado da parte delle Direzioni regionali, predisponendo – di fatto – un vero e proprio filtro di un organo superiore, per impedire le impugnazioni prive di valido fondamento, con dispendio di energie e maggiori costi ( in termini di soccombenza alle spese) per l’Erario.


Vengono meno, quindi, tutte le questioni giuridiche relative alla natura dell’autorizzazione che, incidendo sulla capacità processuale dell’ufficio appellante, investiva le questioni preliminari di rito, con la conseguenza che l’appello privo della predetta autorizzazione risultava inammissibile. Così come vengono pure meno le problematiche relative all’onere della prova dell’avvenuta autorizzazione, che comunque la giurisprudenza della Corte di Cassazione aveva così risolto:




  • inammissibilità dell’autorizzazione tardiva;



  • l’onere della prova dell’intervenuta autorizzazione grava sull’ufficio;



  • il provvedimento di autorizzazione deve essere prodotto agli atti di causa.




3 giugno 2010


Roberta De Marchi


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