La condanna alle spese nel processo tributario

Premessa


L’introduzione del principio della soccombenza alle spese di giudizio in virtù del quale il soccombente è condannato al pagamento delle spese processuali, ha avuto origine con la riforma del contenzioso tributario. Infatti secondo il disposto di cui al primo comma dell’art. 15 del D.Lgs. n. 546/92 “La parte soccombente è condannata a rimborsare le spese di giudizio che sono liquidate con sentenza”.


Con il nuovo processo tributario intraprendere una lite rappresenta una scelta molto più sofferta e responsabile da parte dell’Amministrazione Finanziaria, che non dovrà valutare soltanto la bontà e la probabilità di far valere le proprie ragioni di merito, ma anche il rischio connesso a una eventuale condanna alle spese di giudizio.


L’istituto delle spese di giudizio a carico del soccombente, abbinato a quello della obbligatorietà dell’assistenza tecnica davanti alle commissioni tributarie, se da un lato rappresenta per il contribuente sicuramente un maggior onere processuale, per contro raggiunge gli obiettivi di scoraggiare le c.d. “liti temerarie” e di ridurre il numero della cause.


In tale discorso si innesta l’entrata in vigore della Legge n. 69/09, che, tra l’altro, apporta modifiche al concetto di  risarcimento danni per lite temeraria, novellando, rispettivamente, gli artt. 92 e 96 del codice di rito. Con la modifica del comma 2 dell’art. 92 del codice di procedura civile, è stato previsto che la compensazione delle spese può essere disposta, oltre che nelle ipotesi di soccombenza reciproca tra le parti, soltanto in presenza di “gravi ed eccezionali ragioni” (anziché, come previsto in precedenza, semplici “giusti motivi”). Inoltre, con il nuovo comma 3 dell’art. 96 del codice di procedura civile è stato contemplato che il giudice, ogni qualvolta provveda sulle spese, possa sempre, anche d’ufficio, “condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata”.


Entrambe le modifiche tendono a ridurre gli abusi del processo e sono direttamente applicabili anche al processo tributario, poiché il decreto legislativo sul processo tributario non prevede al riguardo una disciplina specifica, e vista la norma generale di rinvio contenuta nell’art. 1, comma 2, del D.Lgs. n. 546/92, in base alla quale al processo tributario devono applicarsi, in via primaria, le norme in tale decreto previste, e per quanto da esse non disposto, le norme processuali civili compatibili.


In questa puntata della rassegna, ci soffermeremo sulle ipotesi di condanna alle spese, ed in particolare sul tema della lite temeraria.


 


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Se il Fisco sbaglia paga i danni


I principi fondamentali dell’ordinamento giuridico e tributario ostano all’emissione e notificazione di atti impositivi da parte dell’Amministrazione finanziaria che successivamente ne disconosca l’efficacia senza peraltro esercitare il potere di autotutela sui  medesimi. Gli atti impositivi – giusta i caratteri di imperatività, esecutorietà ed esecutività accordati agli atti amministrativi – da un lato sono comunque suscettibili di incidere sulla sfera giuridica del destinatario e, dall’altro, se inutilmente emanati possono costituire, ad un tempo, fonte di responsabilità e titolo per la richiesta di risarcimento del danno da parte del contribuente.


(Cassazione, sentenza n. 4622/09)


 


 


Annullamento in autotutela del’atto impositivo


Laddove l’ente impositore abbia provveduto all’annullamento in sede di autotutela dell’atto impositivo tempestivamente impugnato dal contribuente avanti al giudice tributario deve pronunciarsi la condanna alle spese di lite non trovando giustificazione né l’infondata procedura di liquidazione di maggiore imposta (nella specie, ICI) né la mancata sollecita eliminazione amministrativa dell’atto illegittimamente emanato.


(CTP Pisa, sezione IV, sentenza n. 14/08)


 


 


Impugnabile la ripartizione equitativa delle spese


La decisione di primo grado relativa alle spese, anche se pronunciata equitativamente, è suscettibile di appello in quanto la “decisione secondo equità su concorde richiesta delle parti” può riguardare solo il “merito della causa” (artt. 114 e 339 c.p.c.).


(Cassazione, sentenza n. 2047/08)


 


 


Esempio di lite temeraria


Deve ritenersi palesemente temeraria, con conseguente liquidazione del risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c. – anche di natura morale in dipendenza della persistenza da parte dell’Amministrazione finanziaria – la lite coltivata dall’Erario fondata su avviso di accertamento annullato con sentenza passata in giudicato, ritualmente notificata, in seguito alla quale sia altresì intervenuta l’iscrizione a ruolo, l’emissione della cartella di pagamento e l’iscrizione di formalità ipotecaria sui beni facenti parte del patrimonio del contribuente  da  parte


dell’agente della riscossione.


(CTP Roma, Sez. XXVI, sentenza n. 52/08)


 


 


Mancato annullamento tempestivo dell’atto


E’ giustificata la condanna alle spese di primo grado dell’Amministrazione che abbia proceduto, nonostante la tempestiva diffida del contribuente, all’annullamento in autotutela dell’atto impositivo solo dopo la notifica del ricorso.


(CTR Roma, Sez. XXXVIII, sentenza n. 279/08)


 


 


Necessaria una corretta gestione del potere di autotutela


Laddove l’Amministrazione finanziaria annulli il provvedimento impugnato dal contribuente davanti al giudice tributario si determina la cessazione della materia del contendere. Peraltro, poiché il potere di autotutela deve essere esercitato al fine di assicurare l’imparzialità ed il buon andamento della Pubblica Amministrazione, esso non può costituire strumento utilizzabile per vanificare l’azione del contribuente limitandone l’efficacia. Conseguentemente, il malgoverno del potere di autotutela comporta la condanna alla rifusione delle spese di giudizio in danno dell’Amministrazione finanziaria.


(Cassazione, sentenza n. 21530/07)


 


 


Punibile l’inerzia dell’ente accertatore


Ove il contribuente indichi con il proprio ricorso elementi di fatto tali da rendere evidente l’errore in cui sia incorso l’ente impositore (nel caso di specie il debito tributario era stato escluso con sentenze passate in giudicato), l’Amministrazione (nel caso di specie: il comune) che non si adopera per verificare l’errore in cui sia incorsa e che non proceda ad annullare in autotutela la procedura impositiva, deve  essere  condannata alle spese di giudizio ed al risarcimento dei danni per “lite temeraria” ai sensi dell’art. 96 del codice di procedura civile.

(CTR Roma, sezione V, sentenza n. 291/07)

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