L'accertamento non è bloccato dall'archiviazione delle accuse di evasione

 

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 3564/2010 ha accolto le volontà dell’Agenzia delle Entrate, limitando gli effetti del giudicato penale nel processo tributario.




Il fatto trae origine dall’impugnazione da parte di una società a responsabilità limitata, dell’avviso di accertamento Iva con il quale si recuperava a tassazione indebite detrazioni d’imposta per reiterata utilizzazione di fatture soggettivamente inesistenti da fornitori nazionali fittizi interposti, il cui effettivo destinatario commerciale era la società intimata.




Particolare meccanismo di frode che si basava sull’interposizione fittizia grazie alla quale la società faceva apparire la merce acquisita all’estero e rivenduta in Italia da altre società che non avevano né struttura organizzativa né patrimonio sociale, risultando peraltro le stesse amministrate o possedute da soggetti nullatenenti di comodo, successivamente falliti: si crea così un debito d’imposta a carico della società “filtro” non assolto e un credito di imposta inesistente a favore della società in oggetto.




La Commissione tributaria provinciale adita respinge il ricorso, la cui sentenza viene riformata dal giudice di appello, il quale, ritiene che “l’atto impositivo non è supportato da validi elementi probatori ma soltanto da semplici presunzioni ed elementi indiziari che non appaiono peraltro né gravi né precisi né concordanti”.




Si precisa ancora che l’assunto della sentenza del gravame si basa anche sull’esito favorevole del contestuale procedimento penale per la falsità delle operazioni, essendo quest’ultimo risultato infondato nelle accuse mosse al responsabile della società e, quindi, archiviato.




L’Agenzia delle Entrate ricorre con due motivi, con i quali il secondo giudicato viene sostanzialmente censurato:




  1. per vizi di motivazione, in quanto la Commissione regionale ha ritenuto insufficienti, senza l’esposizione di un’adeguata motivazione, gli elementi indiziari offerti dall’ente impositore sulle incontestate circostanze di fatto idonee a sostenere la presunzione di evasione;



  2. violazione di legge, poiché si è ritenuto fondante nel giudizio tributario l’avvenuta archiviazione del procedimento penale.




La Corte di cassazione ritiene fondate le contestazioni dell’Amministrazione finanziaria, in quanto:






  • sub 1), “l’affermazione del giudice di appello, secondo cui gli elementi posti dall’ufficio a base dell’accertamento sarebbero privi di supporti probatori, risulta assolutamente generica e, perciò, passibile di censura, non esternando adeguatamente le ragioni del proprio convincimento, in modo da rendere impossibile il controllo di legittimità sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento seguito. Soprattutto se poi tale ragionamento ha considerato gli elementi indiziari di parte pubblica versati in atti del tutto privi dei requisiti di gravità, precisione e concordanza”. Si precisa a questo punto come la giurisprudenza della Suprema corte abbia stabilito che “ricorre il vizio di omessa motivazione della sentenza, denunziabile in sede di legittimità, nella duplice manifestazione di “difetto assoluto” o di “motivazione apparente”, quando il giudice di merito ometta di indicare, nella sentenza, gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indichi tali elementi senza una approfondita disamina logica e giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del suo ragionamento”.


Ancora la Cassazione sottolinea anche non si enuncia il significato che dovrebbe attribuirsi all’espressione “validi elementi probatori”, per distinguerla dalle “semplici presunzioni”, altrimenti tale asserzione potrebbe essere arbitraria: detta prova contraria, non può essere costituita dall’esibizione dei mezzi di pagamento delle fatture contestate, usati fittiziamente, rappresentando un mero elemento indiziario;






  • sub 2), la Corte ha accolto il rilievo dell’incidenza, nel processo tributario, delle decisioni assunte dal giudice penale in merito alle ipotesi di reato emergenti dall’accertamento, stabilendo che “il giudice tributario non può limitarsi a rilevare l’esistenza di un provvedimento penale favorevole al contribuente e assumere automaticamente gli effetti nel giudizio di propria competenza (articolo 116 cpc), ma deve, in ogni caso, verificarne la rilevanza nell’ambito specifico in cui lui è destinato a operare”. La Corte ricorda che “l’articolo 12 del Dl 429/1982, secondo cui la sentenza irrevocabile di condanna o di proscioglimento pronunciata in seguito a giudizio relativa a reati previsti in materia di imposte sui redditi e di Iva ha autorità di cosa giudicata nel processo tributario per quanto concerne i fatti materiali che sono stati oggetto del giudizio penale, è stato prima implicitamente abrogato per effetto della entrata in vigore dell’articolo 654 del nuovo codice di procedura penale e dell’articolo 207 disp. att. cpp e poi espressamente abrogato dall’articolo 25 del Dlgs 74/2000”. L’articolo 654 cpp, ha confermato i limiti oggettivi dell’efficacia vincolante del giudicato penale ex articolo 28 cpp del 1930, ridefinendo i limiti soggettivi, condizionando l’estensione del giudicato penale nel giudizio civile o amministrativo al fatto che l’imputato abbia partecipato al processo penale.


Il principio di diritto così presentato rientra nel quadro normativo caratterizzato dalla disposizione dell’efficacia della sentenza penale in altri giudizi subordinata alla circostanza che la legge civile non ponga limitazioni alla prova della posizione soggettiva controversa: così che non si potrà attribuire rilevanza di cosa giudicata nel giudizio tributario alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati fiscali, anche se i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’Amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento.




5 maggio 2010


Sonia Cascarano

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