Novità fiscali del 5 marzo 2010: quando le spese di ospitalità non sono spese di rappresentanza; chiarito il trattamento fiscale della cessione degli immobili strumentali dei professionisti

 






 


Indice:


 


1) Quando le spese di ospitalità non sono spese di rappresentanza


 


2) Disciplina CFC: Assonime con la nota n. 3/2010 ha fornito le osservazioni integrative 


 


3) Chiarito il trattamento fiscale della cessione degli immobili strumentali dei professionisti


 


4) Altre di fisco (tra cui, nuovamente modificata la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale; Provvedimento attuativo sulle ritenute alla fonte per le somme liquidate a seguito di procedure di pignoramento presso terzi)


 


 


1) Quando le spese di ospitalità non sono spese di rappresentanza


Le spese di ospitalità (vitto, alloggio e viaggio) sostenute, per finalità diverse dalla promozione e dalle pubbliche relazioni, a favore di soggetti diversi dai clienti e potenziali clienti, non rientrano tra le spese di rappresentanza.


Lo ha precisato l’Associazione Italiana Dottori Commercialisti, Commissione norme di comportamento e di comune interpretazione in materia tributaria, con la norma di comportamento n. 177 del 2010, secondo cui il trattamento fiscale di tali spese va individuato sulla base del principio di inerenza di cui all’art. 109 del TUIR e sulle regole di detrazione dell’IVA di cui all’art. 19, comma 1, del D.P.R. n. 633/1972.


Infatti, l’art. 108 del TUIR disciplina la deducibilità delle spese di rappresentanza ai fini delle imposte sui redditi e l’art. 19-bis 1, lett. h del D.P.R. n. 633/1972 nega la detraibilità dell’Iva per le spese di rappresentanza come definite ai fini delle imposte sui redditi.


La disciplina ha poi trovato completa attuazione con il Decreto 19.11.2008 pubblicato nella G.U. del 15.01.2009 che prevede i criteri in  base  ai  quali  le  spese di rappresentanza sono per disposizione di legge inerenti, individuandoli nel fatto:


– Che le spese in questione siano caratterizzate dalla gratuità ed abbiano finalità promozionali o di pubbliche relazioni;


– che il loro sostenimento risponda comunque a criteri di ragionevolezza in funzione dell’obiettivo di generare, anche potenzialmente, benefici economici per l’impresa, ovvero sia comunque coerente con gli usi e le pratiche commerciali del settore in cui l’impresa si trova ad operare e competere.


La sola presenza della gratuità non è pertanto di per sé sufficiente a qualificare la spesa come “di rappresentanza”, tanto che anche la relazione di accompagnamento al decreto 19 novembre 2008 sottolinea l’esistenza di altre fattispecie di “erogazione gratuita di reddito” che non possono qualificarsi come “rappresentanza”, quali le erogazioni ai soci o a loro familiari, l’autoconsumo, le liberalità a dipendenti o collaboratori, alle quali la disciplina fiscale del reddito d’impresa riserva altri trattamenti.


L’art. 1, comma 5 del Decreto 19.11.2008 individua una specifica fattispecie di spese di ospitalità (spese di viaggio, vitto e alloggio sostenute per ospitare clienti, anche potenziali, in occasione di mostre, fiere, esposizioni ed eventi simili in cui sono esposti i beni e i servizi prodotti dall’impresa o in occasione di visite a sedi, stabilimenti o unità produttive dell’impresa) che non sono considerate spese di rappresentanza “pur essendo  erogazioni  gratuite  al  pari  di  quelle esplicitamente ricomprese tra le spese di rappresentanza indicate  al  comma 1 dell’art. 1 del decreto 19 novembre 2008”.


Le spese di ospitalità possono, quindi, essere qualificate in maniera alternativa:


– Spese di ospitalità (di cui al comma 5, dell’art. 1 del Decreto 19.11.2008) “non di rappresentanza” espressamente indicate;


– spese di ospitalità “di rappresentanza” (quelle sostenute a favore di soggetti diversi dai clienti anche potenziali ed aventi finalità promozionale o di pubbliche relazioni sono spese di rappresentanza).


Le spese di ospitalità non comprese nelle due casi precedenti non sono spese di rappresentanza.


Le spese di ospitalità sostenute a favore di soggetti terzi rispetto ai clienti (o potenziali clienti), tra cui rientrano quelle sostenute a favore, ad esempio, di fornitori, agenti e rappresentanti e di altri operatori il cui coinvolgimento nell’illustrazione dell’attività aziendale sia ritenuto meritevole da parte dell’imprenditore, non possono essere comprese nella prima fattispecie, la quale indica puntualmente la necessità che il beneficiario sia un cliente (almeno potenziale) ed anche che le spese siano sostenute in occasione di mostre, fiere, esposizioni ed eventi simili in cui sono esposti i beni e i servizi prodotti dall’impresa o in occasione di visite a sedi, stabilimenti o unità produttive dell’impresa.


Tali spese possono essere comprese nella seconda fattispecie, e qualificarsi quindi come spese di rappresentanza di cui al comma 1, dell’art. 1 del Decreto 19.11.2008, solo se le stesse presentano il carattere della gratuità e siano inoltre sostenute per finalità promozionali o di pubbliche relazioni.


In presenza di una spesa di ospitalità a favore di soggetti diversi dai clienti o potenziali clienti, e di motivazioni economico-aziendali differenti dalla mera finalità promozionale o di pubbliche relazioni, va, quindi, esclusa la qualificazione dell’onere come spesa di rappresentanza.


Da ciò non deriva, tuttavia, automaticamente la deducibilità o l’indeducibilità dell’erogazione (pur se gratuita) ai fini delle imposte dirette e la detraibilità o l’indetraibilità dell’imposta ai fini IVA, ma ne consegue soltanto che la deducibilità e la detraibilità siano da verificare secondo i principi generali di determinazione del reddito di impresa (tra cui quello di inerenza di cui all’art. 109 TUIR) e dell’Iva (art. 19, comma 1,  D.P.R. 633/72).


In particolare nel caso dell’ospitalità offerta a fornitori, agenti e rappresentanti, di norma la finalità perseguita è quella di una migliore economicità nella gestione degli affari dell’azienda e, per questo motivo, la spesa va in genere ricondotta tra gli oneri di gestione inerenti all’attività dell’impresa qualora sia possibile provare che gli stessi siano correlati in senso ampio all’impresa in  quanto tale, con la conseguente detraibilità dell’Iva e deducibilità del costo ai fini delle imposte sui redditi.


Tuttavia non viene escluso a priori che anche nelle offerte di ospitalità a favore di soggetti diversi dai clienti si possano ravvisare finalità di pubbliche relazioni, ogni qual volta esse siano finalizzate esclusivamente a fornire una positiva immagine dell’azienda.


In tal caso gli oneri sono da qualificare come spese di rappresentanza, applicandosi l’indetraibilità dell’Iva (art. 19-bis 1, lett. h, D.P.R. 633/72) e la specifica disciplina di tali spese per le imposte sui redditi di cui all’art. 108 TUIR.


 


 


2) Disciplina CFC: Assonime con la nota n. 3/2010 ha fornito le osservazioni integrative 


Assonime, Abi, Ania e Confindustria, facendo seguito al documento interassociativo del novembre 2009, hanno formulato ulteriori osservazioni e spunti di riflessione sulle modifiche introdotte alla disciplina delle Controlled Foreign Companies (CFC) dal D.L. n. 78 del 2009 (art. 13).


Il Note e Studi n. 3/2010 di Assonime, pubblicato il 03.03.2010, ha ribadito che la finalità della disciplina è unicamente quella di contrastare la delocalizzazione fittizia di utili prodotti nello Stato di residenza della società controllante attraverso lo schermo giuridico della controllata, ed ha analizzato i vecchi problemi della disciplina tuttora irrisolti, per fare poi il punto sulle nuove incertezze emergenti.


Sono state evidenziate una serie di criticità del nostro regime CFC, emergenti in parte già dalle norme esistenti fino al 2009 e, in parte, derivanti dalle modifiche recate dall’art. 13 del D.L. 1° luglio 2009, n. 78.


Vecchi problemi ancora irrisolti della disciplina CFC


Una prima rilevante criticità che deriva dal passato attiene all’applicazione dell’esimente dell’art. 167, comma 5, lettera a) del TUIR, la quale consente di non sottoporre a tassazione per trasparenza gli utili delle società controllate, localizzate in territori di black list, che derivino da un’effettiva attività industriale o commerciale ivi esercitata.


Nella riforma fiscale del 2003, che, come noto, ha introdotto la detassazione al 95% dei dividendi di fonte non solo nazionale ma anche estera, è stato previsto che i dividendi distribuiti o anche solo provenienti da tali società (dalle società, cioè, localizzate nei Paesi di black list e non assoggettate a tassazione per trasparenza, per effetto dell’esimente della lettera a) del comma 5 dell’art. 167) debbano scontare in Italia, all’atto del rimpatrio, una tassazione piena, senza poter oltretutto ottenere l’accredito delle imposte assolte nello Stato di black list dalla società partecipata.


Ne consegue che, in tali fattispecie, il gruppo multinazionale italiano, che dovrebbe essere premiato per aver realizzato insediamenti esteri effettivamente produttivi, viene a beneficiare di un vantaggio meramente temporaneo e, anzi, subisce una tassazione, ove rimpatri gli utili, più onerosa di quella che sconta un insediamento nello Stato di black list non produttivo di active income e, dunque, soggetto a tassazione per trasparenza.


In quest’ultima fattispecie la società controllante residente può, infatti, rimpatriare gli utili senza subire ulteriori imposizioni fino a concorrenza dei redditi già tassati per trasparenza e comunque, in sede di tassazione per trasparenza, può detrarre le imposte assolte dalla società partecipata nel Paese di black list.


Ciò mina non poco la competitività dei nostri gruppi multinazionali rispetto alle multinazionali aventi la capogruppo in altri Stati.


In Francia, ad esempio, l’esercizio all’estero di un’attività industriale o commerciale non solo è condizione sufficiente per non far applicare la disciplina CFC, senza neanche bisogno di un interpello preventivo, ma consente il rimpatrio degli utili con la tassazione prevista per tutti i dividendi di fonte estera.


Una seconda rilevante criticità, già esistente da tempo, attiene all’applicazione dell’esimente dell’art. 167, comma 5, lettera b), del TUIR, la quale stabilisce la disapplicazione del regime di tassazione per trasparenza ove dalla partecipazione nella società controllata non consegua l’effetto di localizzare i redditi in Stati o territori di black list.


Il problema investe, in particolare, le holding collocate in tali Stati o territori (ipotesi frequente per motivi vari di organizzazione) che ricevono dividendi da società operative in Paesi a tassazione ordinaria.


Secondo l’Agenzia delle Entrate, in tali ipotesi la società controllante non può far valere l’applicabilità dell’esimente di cui alla citata lettera b), dimostrando che l’utile della holding è stato assoggettato ad imposizione ordinaria presso le sottostanti controllate operative localizzate in Paesi a fiscalità ordinaria.


Poiché gli utili di partecipazione delle holding, generati dall’attività delle proprie partecipate, sarebbero comunque da considerare “prodotti nel paese di black list” in quanto originati da un investimento del capitale della holding ivi allocato e non tassati nel Paese di black list.


Questa posizione è stata adottata dall’Agenzia delle entrate nella risoluzione n. 18/E del 2003 e ribadita anche in altre successive pronunce.


Tale assunto interpretativo viene condiviso sotto vari punti di vista.


In primo luogo, la tesi dell’Agenzia muove da considerazioni più formalistiche che sostanziali, senza dare alcun rilievo alla circostanza che, nella fattispecie, l’utile del gruppo deriva di fatto dalle società operative poste alla base della catena partecipativa le quali assolvono un’imposizione ordinaria.


L’esimente di cui alla lettera b) dell’art. 167 si basa sugli effetti della localizzazione del reddito in un Paese a bassa fiscalità e la circostanza che in questi casi il reddito è localizzato nella sua interezza in uno Stato a fiscalità ordinaria non può non assumere peso decisivo.


Inoltre, questa posizione interpretativa conduce a trattamenti fiscali differenti per fattispecie del tutto analoghe sotto il profilo economico.


L’Agenzia delle Entrate ha riconosciuto, ad esempio, che l’esimente della lettera b) può essere invocata nell’ipotesi in cui la holding localizzata nel paradiso fiscale si avvalga, anziché di una controllata, di una stabile organizzazione: in questo caso, in particolare, il soggetto controllante può ottenere la disapplicazione del regime CFC invocando la disposizione di cui al comma 3 dell’art. 5 del D.M. n. 429 del 2001, secondo cui la predetta esimente


ricorre, tra l’altro, quando i redditi conseguiti da tali soggetti sono prodotti in misura non inferiore al 75% in altri Stati o territori diversi da quelli di cui all’art. 127-bis, comma 4, del TUIR ed ivi sottoposti integralmente a tassazione ordinaria e ciò in quanto il reddito è considerato in tal caso come direttamente prodotto, attraverso la sua diramazione amministrativa, dalla holding al di fuori del Paese privilegiato.


L’Agenzia delle Entrate è andata anche oltre: l’applicazione dell’esimente della lettera b) è stata riconosciuta pure nel caso, ben più problematico, in cui il paese di white list non sia quello, sottostante alla holding, in cui l’utile risulti generato per effetto di un’effettiva attività economica, ma quello – collocato in posizione intermedia tra la controllata nel paradiso fiscale e il socio residente – attraverso il quale è transitato il dividendo che risaliva la catena partecipativa.


Infine, viene considerato l’assunto su cui si basa l’interpretazione dell’Agenzia,


secondo cui l’utile che la holding trae dalla propria controllata deve considerarsi


“prodotto” nel paradiso fiscale in quanto derivante dal capitale detenuto dalla holding stessa e non dall’attività della società operativa sottostante nel paese di white list, è tutt’altro che condiviso sul piano comunitario.


A livello internazionale, infatti, viene operata una chiara distinzione tra i portfolio dividends, derivanti da partecipazioni non qualificate e i dividendi from major shareholding, relativi a partecipazioni qualificate, in particolare se di controllo.


I primi sono considerati passive income perché traggono origine dal capitale detenuto dall’investitore nel paese di residenza mentre i secondi sono esclusi dai passive income, in quanto hanno la propria fonte produttiva nell’attività della società sottostante e dunque nel paese in cui essa è localizzata.


In definitiva, viene ritenuto necessario rivedere la soluzione interpretativa.


Nella risoluzione n. 191/E del 27 luglio 2007, l’Agenzia ha adottato una significativa apertura, affermando che anche se i redditi della CFC, formati da utili di partecipazione provenienti da una partecipata residente in uno Stato non incluso nella black list, devono considerarsi, in linea di principio, prodotti nel Paese di residenza della CFC, non è preclusa la possibilità di apprezzare in sede di interpello le peculiarità della posizione della società controllante in coerenza con la ratio antielusiva della disciplina in esame, cui dovrà necessariamente correlarsi il provvedimento di disapplicazione di cui all’art. 89, comma 3, del TUIR.


Si tratta, tuttavia, di un’apertura non del tutto univoca nella sua impostazione e nelle sue conseguenze e che meriterebbe, pertanto, un ulteriore e definitivo intervento chiarificatore.


Un’altra tematica rilevante attiene alla disposizione dell’art. 168 del TUIR che estende il regime CFC, con alcuni adattamenti, anche alle società residenti in Italia che detengono, direttamente o indirettamente, una partecipazione non inferiore al 20% agli utili di una società collocata in uno Stato di black list (o del 10% se tale società è quotata in borsa).


La disposizione dà luogo a problemi applicativi tutt’altro che risolti e, comunque, andrebbe abrogata perché chiaramente incompatibile con il diritto comunitario, come emerge dalle pronunce della Commissione UE e dalle sentenze della Corte di Giustizia.


In particolare, desta perplessità non solo il fatto che, in base a questo regime, il reddito della società partecipata venga individuato su basi forfettarie e tassato anche quando tale società non produce alcun reale utile, ma soprattutto che venga applicata una tassazione per trasparenza nei confronti di una società partecipata nella quale la società residente in Italia non ha il controllo e neanche un’influenza notevole: le previste soglie di partecipazioni agli utili prescindono, infatti, dall’esistenza di corrispondenti diritti di voto, di partecipazione al capitale e di poteri amministrativi in genere.


Nuovi problemi emersi con le modifiche introdotte dall’art. 13 del D.L. n. 78/2009


Le modifiche introdotte dall’art. 13 del D.L. n. 78 del 2009 hanno riguardato, come è noto, sia il regime delle società controllate dislocate in Paesi di black list, per le quali sono state introdotte alcune limitazioni all’applicabilità dell’esimente dell’art. 167, comma 5, lettera a) – attinente all’esercizio in tali Stati di attività industriali o commerciali – sia quello delle società residenti in Stati di white list, per le quali è stato introdotto ex novo un autonomo regime CFC ove la tassazione subìta in tali Stati risulti inferiore al 50% di quella applicabile in Italia e il reddito della società partecipata sia composto prevalentemente da passive income.


Risulterebbe fortemente depotenziata la portata dell’esimente nella sua specifica funzione di circoscrivere ilvregime di CFC solo alle delocalizzazioni fittizie di utili in realtà prodotti in Italia.


La CFC finirebbe per diventare strumento di contrasto alle delocalizzazioni reali di redditi genuinamente prodotti all’estero, con effetti irrazionali sia sotto il profilo economico che giuridico.


Analoghi problemi si pongono per la nuova previsione che non consente al contribuente di far ricorso all’esimente laddove l’utile della società controllata sia formato prevalentemente da passive income e dai proventi dei servizi infragruppo.


Riguardo alle royalties derivanti da beni immateriali, rientrano in linea generale nell’ambito applicativo della norma antielusiva le royalties relative ai beni che il gruppo ha acquisito da terzi o che ha autogenerato in Italia, ma viene ritenuto discutibile che questa disposizione possa applicarsi alle royalties dei beni immateriali autonomamente ed effettivamente generati dai fattori produttivi esistenti nella struttura situata nel Paese di black list.


Poi i servizi infragruppo non dovrebbero neppure essere attratti in questa disciplina.


Le predette considerazioni, per quanto riguarda sia i dividendi, sia le royalties, sia i proventi dei servizi infragruppo, valgono anche con riguardo in relazione alla nuova disciplina CFC delle società controllate che risiedono in Stati di white list.


In merito alla nuova disciplina CFC introdotta per le partecipazioni in società dislocate in Paesi di white list, viene incentrata l’attenzione sulla prova liberatoria che il legislatore ha posto a carico del contribuente per non vedersi applicata la tassazione per trasparenza in presenza dei presupposti indicati dalla norma (tassazione effettiva inferiore al 50% di quella applicabile in Italia e prevalenza di passive income); prova consistente nella dimostrazione che la società partecipata non è una costruzione di puro artificio volta a conseguire un indebito vantaggio fiscale.


Viene ritenuta ravvisabile un’effettiva attività economica quando, nel paese di localizzazione, la controllata crea valore economico e il capitale utilizzato è adeguato a generare questo valore.


Rapporto tra le due esimenti


Nella nostra legislazione, occorre definire il rapporto tra le due esimenti, rispettivamente previste dal comma 5, lettera a) e dal comma 8-ter dell’art. 167.


In tutti i casi in cui il contribuente può dare prova dell’esistenza di un’effettiva attività industriale o commerciale è sicuramente liberato anche dall’onere di dimostrare che la controllata e le operazioni da essa condotte non costituiscono una costruzione di puro artificio.


La dimostrazione dell’inesistenza di una costruzione di puro artificio rimane, tuttavia, possibile anche in mancanza dei più rigorosi requisiti richiesti dalla lettera a) del comma 5.


È sufficiente che la controllata localizzata in un Paese non compreso nella black list svolga realmente un’attività economica indipendente con adeguati fattori produttivi in loco (adeguati, cioè, al tipo di attività):


Non deve trattarsi, quindi, necessariamente di un’attività industriale o commerciale, potendo trattarsi anche di una mera attività di gestione di immobili, partecipazioni o altri assets finanziari e immateriali.


Se poi la società svolge un’attività d’impresa fornendo servizi infragruppo, si dovrà valutare, altresì, che le transazioni non siano artificiose e, per esse, uno dei criteri suggeriti dalla Commissione è il rispetto del transfer pricing.


Periodicità dell’interpello preventivo


Viene, infine, posta attenzione sulla periodicità o meno dell’interpello volto a dimostrare l’inesistenza di una costruzione di puro artificio.


Il comma 8-bis, ha introdotto una presunzione legale relativa di sussistenza di


costruzioni di puro artificio che, in presenza dei presupposti indicati dalla norma, trasferisce sul contribuente l’onere di fornire la prova liberatoria in sede di interpello preventivo.


Al riguardo, viene ritenuto che:


a) per ottenere il riconoscimento dell’inesistenza di una costruzione di puro artificio, il contribuente possa presentare, in via preventiva, l’interpello ai sensi del comma 8-ter, indipendentemente dall’avverarsi dei requisiti di applicabilità del comma 8-bis, che, quindi, non richiedono di essere monitorati;


b) qualora non sia mutata la situazione di fatto che ha consentito di escludere l’esistenza di artifici, l’eventuale risposta positiva non possa che conservare validità anche per gli esercizi successivi.


Qualora il contribuente fosse, viceversa, tenuto a monitorare in ogni esercizio i requisiti del comma 8-bis, calcolando analiticamente il tax rate estero e domestico e a ripetere l’istanza in ogni esercizio, verrebbero in evidenza rilevanti profili di incompatibilità comunitaria:


I costi di adempimento risulterebbero, infatti, del tutto sproporzionati rispetto all’obiettivo e senza precedenti in alcun altro ordinamento europeo.


Interpello obbligatorio


Infine, viene rimarcata un’ulteriore grave criticità della procedura di interpello obbligatorio.


Non sono, infatti, chiari gli effetti che si produrrebbero in caso di mancata presentazione dell’istanza di disapplicazione della normativa CFC.


I vincoli comunitari escludono che la valutazione dell’esistenza di pratiche abusive possa essere sottratta alla valutazione del giudice; pertanto, non può essere preclusa al contribuente la possibilità di fornire la prova per la disapplicazione della disciplina di CFC, anche in sede di ricorso giurisdizionale.


In sostanza, viene ritenuto che il mancato assolvimento dell’onere dell’interpello preventivo avrebbe il solo effetto di inibire la possibilità di ottenere, in via amministrativa, il riconoscimento dell’inesistenza di una costruzione di puro artificio che, giusto il dato letterale della norma, richiede sempre il vaglio preventivo dell’Agenzia cui sono conferite le specifiche competenze.


Pertanto, il contribuente che non presenta l’interpello resterebbe interamente gravato dall’onere di dimostrare, in giudizio, che l’insediamento non è una costruzione artificiosa, senza la possibilità di eccepire il vizio di motivazione all’accertamento dell’Ufficio che si fondi sui presupposti indicati dall’art. 167, commi 8-bis e 8-ter, del TUIR: E’ questa l’unica preclusione che viene ravvisata ove si voglia mantenere la norma aderente ai principi comunitari.


Il contribuente che, invece, avendo ricevuto risposta negativa alla sua istanza di interpello, non si sia ad essa adeguato, può anche eccepire il vizio di motivazione, ove né tale risposta né l’atto di accertamento siano soddisfacenti sotto questo profilo.


 


 


3) Chiarito il trattamento fiscale della cessione degli immobili strumentali dei professionisti


Se il bene è stato comprato a partire dal 1° gennaio 2007 le plusvalenze o minusvalenze, realizzate sulla cessione di immobile strumentale,  per i professionisti concorrono alla determinazione del reddito di lavoro autonomo.


Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 13/E del 02.03.2010 (si veda tra le novità fiscali del 04.03.2010), in risposta al quesito proposto da un Dottore Commercialista relativamente alla cessione di un immobile strumentale alla sua attività acquistato a titolo personale come soggetto non titolare di partita IVA.


Secondo l’Amministrazione ai fini della rilevanza della plusvalenza o minusvalenza realizzata sulla cessione di immobile strumentale occorre, quindi, porre rilievo, nell’ambito del reddito di lavoro autonomo, alla data di acquisizione dell’immobile oggetto di cessione, risultando irrilevanti le plusvalenze e minusvalenze realizzate su beni acquistati prima del 1° gennaio 2007.


Quindi  l’eventuale plusvalenza o minusvalenza derivante dalla cessione dell’immobile strumentale, acquistato in data anteriore al 1° gennaio 2007, non assume rilevanza ai fini della determinazione del reddito professionale.


Il trattamento, invece,  da riservare ai canoni di leasing sostenuti dalla contribuente per effetto del contratto di locazione finanziaria, la deduzione è ammessa a condizione che la durata del contratto non sia inferiore alla metà del periodo di ammortamento stabilito per il bene specifico, con un minimo di otto anni e un massimo di quindici se il contratto di leasing ha per oggetto beni immobili. 


Anche il trattamento fiscale applicabile ai canoni di leasing sostenuti per il godimento di un immobile strumentale risulta diverso in ragione del periodo d’imposta in cui il contratto di leasing è stato stipulato.


A tal fine  l’Agenzia delle Entrate ha precisato che: 


– Se il contratto di leasing è stato stipulato entro il 31 dicembre 2009, risultano deducibili (nel limite di un terzo per il periodo d’imposta 2009) i canoni di locazione finanziaria sostenuti dalla contribuente a condizione che il contratto stipulato rispetti i limiti temporali previsti dall’art. 54, comma 2, TUIR;


– se, invece, il contratto di leasing viene stipulato in data successiva al 31 dicembre 2009 risulteranno irrilevanti, ai fini della determinazione del reddito, i canoni di locazione finanziaria sostenuti.


(Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 13/E del 02.03.2010)


 


 


4) Altre di fisco:


 


– Il segreto istruttorio nel penale non evita le verifiche fiscali


E’ valido l’accertamento fiscale basato sulle indagini della Guardia di Finanza nei conti correnti del contribuente.


Ciò anche se il procedimento penale a carico dell’indagato è coperto da segreto istruttorio


(Corte di Cassazione, sentenza n. 4741 del 26.02.2010)


 


 


– Approvato il collegato lavoro: Conciliazione ai consulenti del lavoro


Con l’approvazione del Collegato Lavoro, avvenuta da parte del Senato, è divenuta definitiva la possibilità per i Consigli provinciali degli Ordini di istituire Commissioni Conciliazione ed Arbitrato per esperire il tentativo di conciliazione ex art. 410 cpc.


“E’ una giornata molto importante per il sistema giuridico perché finalmente trova soluzione la quasi paralisi delle controversie in materia di lavoro.


I consulenti del lavoro sono pronti a fare la loro parte nel processo deflativo del contenzioso”, ha dichiarato la Presidente Nazionale dell’Ordine Marina Calderone.


(Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, nota del 04.03.2010)


 


 


– Sicurezza sul lavoro: L’obbligo di fornire occhiali o altri idonei mezzi di protezione incombe sul datore di lavoro


L’uso degli occhiali deve essere generalizzato: Anche il rischio contingente e occasionale di “schegge” impone l’uso degli occhiali.


Si tratta di una norma di carattere generale, non contenente un’elencazione tassativa di attività per cui è necessaria la misura cautelare.


Pertanto rientra nella previsione qualsiasi tipo di lavoro, compreso quello edile, anche quando il pericolo di proiezione di schegge non è molto probabile.
(Cassazione Penale, sentenza n. 7292 del 23.02.2010)


 


 


– Noleggio veicoli: Territorialità IVA dal 2010


Dal 20.02.2010, con l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 18/2010, di riforma della disciplina IVA, il luogo di utilizzo del servizio rappresenta il principio per l’applicazione dell’IVA su noleggi e leasing di mezzi di trasporto.


La nuova disciplina, definendo tali prestazioni come “locazione, anche finanziaria, noleggio e simili di mezzi di trasporto”, introduce delle distinzioni in base al tipo di committente e alla durata del noleggio:


Committente soggetto passivo: ai sensi del nuovo art. 7-ter, D.P.R. n. 633/72, le prestazioni sono riferite al luogo in cui opera il committente.


A ciò, tuttavia, esiste un eccezione che è data dal “noleggio a breve termine” (durata non superiore a 30 giorni): La prestazione viene considerata territoriale qualora il mezzo sia consegnato in Italia (salvo utilizzo extra UE) oppure sia consegnato fuori dall’UE, ma utilizzato in Italia;


committenti privato: ai sensi del nuovo art. 7-sexies, D.P.R. n. 633/72, la prestazione è territoriale rilevante in Italia se è resa da prestatore residente in Italia (salvo utilizzo extra UE) oppure se è resa da prestatore stabilito fuori dall’UE ma utilizzata nel territorio dello Stato.


Nel caso di “noleggio a breve termine” si applica quanto disposto per i committenti soggetti passivi d’imposta.


 


 


– Crediti IRAP privilegiati con effetto retroattivo


I crediti IRAP sono privilegiati rispetto agli altri crediti con effetto retroattivo, e quindi anche nel caso in cui il debito sia stato contratto prima del 2007, anno in cui è stato riformato l’art. 2752 c.c., disciplinante l’ordine dei crediti privilegiati.


Infatti, anche se l’art. 2752 c.c., nel testo dopo la riforma del 2007, non annovera espressamente l’IRAP tra le imposte da ritenere privilegiate: l’IRAP ha sostituito a pieno titolo l’ILOR ed è un’imposta di tipo reale, che colpisce tutte le attività produttive esercitate sul territorio regionale, sulla base del valore aggiunto prodotto (interpretazione estensiva)


(Corte di Cassazione, sentenza n. 4861 del 01.03.20109


 


 


– Compensazione ammessa solo nei casi espressamente previsti


Lo Statuto del contribuente non prevede la compensazione automatica.


La compensazione è ammessa, in deroga alle disposizioni civilistiche, soltanto nei casi espressamente previsti: principio, questo, che non può ritenersi superato nemmeno per effetto dello Statuto dei diritti del contribuente.


(Corte di Cassazione civile, sentenza n. 2957 del 10.02.2010)


 


 


– Determinazione del reddito d’impresa: Quando i proventi da contributi non sono considerati sopravvenienze attive


I proventi in natura o in denaro conseguiti a titolo di contributo o di liberalità sono considerati sopravvenienze attive, a meno che il loro ammontare sia accantonato in apposito fondo del passivo e sia destinato alla copertura delle perdite, ovvero non sia utilizzato per uso personale o familiare dell’imprenditore, ovvero ancora non sia distribuito ai soci.


In caso contrario il detto ammontare costituisce sopravvenienza attiva tassabile, a prescindere dal suo accantonamento.


Infine, nell’ambito della determinazione del reddito d’impresa, i costi possono essere dedotti se l’impresa ne prova l’inerenza.


(Corte di Cassazione, sentenza n. 4443 del 24.02.2010)


 


 


– Nuovamente modificata la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale


Sono state approvate le avvertenze, per i ruoli emessi dagli uffici dell’Agenzia delle Entrate in materia di contributi e premi, con l’integrazione del modello di cartella di pagamento (approvato con Decreto del 28.06.1999).


Tutto ciò sulla base della Disposizione del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 02.03.2010, Prot. n. 2010/30900, pubblicata sul sito delle Entrate il 04.03.2010 ai sensi della Legge n. 244/2007.


In particolare, sono state apportate delle opportune integrazioni al modello di cartella di pagamento approvato con decreto del 28.06.1999, in considerazione della normativa di cui all’art. 32-bis del D.L. n. 185/2008, che ha comportato l’iscrizione a ruolo di crediti di natura non tributaria e di spettanza di un ente diverso da quello che procede al recupero coattivo.


Per cui è stato necessario adeguare il contenuto della cartella di pagamento al fine di fornire al contribuente ogni utile informazione in ordine alla disciplina specifica di tali crediti.


In particolare, atteso che l’attuale modello di cartella di pagamento prevede distinti “Fogli avvertenze” in funzione della tipologia di credito iscritto a ruolo, è


stato predisposto un ulteriore allegato con riferimento ai ruoli emessi dagli uffici dell’Agenzia delle entrate per i crediti di natura previdenziale.


In tale allegato, vengono fornite informazioni riguardo all’ufficio competente ad adottare provvedimenti di sgravio, sospensione o rimborso sui ruoli nonché l’autorità giudiziaria innanzi alla quale ricorrere avverso la cartella di pagamento, con specificazione dei relativi termini e modalità di impugnazione. E’ stata, altresì, evidenziata la specifica disciplina vigente in tema di oneri accessori sulle somme dovute a titolo di contributo o premio.


 


 


– Provvedimento attuativo riguardante l’effettuazione delle ritenute alla fonte per le somme liquidate a seguito di procedure di pignoramento presso terzi


Effettuazione delle ritenute sui pagamenti eseguiti mediante pignoramenti presso terzi: In caso di pagamento eseguito mediante pignoramenti presso terzo, questi (terzo erogatore), ove rivesta la qualifica di sostituto di imposta ai sensi degli artt. 23 e seguenti del D.P.R. n. 600/1973, deve operare, all’atto del pagamento, una ritenuta del 20% a titolo di acconto dell’Irpef dovuta dal creditore pignoratizio.


Il terzo erogatore non effettua la ritenuta se è a conoscenza che il credito è riferibile a somme o valori diversi da quelli assoggettabili a ritenuta alla fonte.


E’ stato pubblicato sul sito delle Entrate il provvedimento attuativo (trattasi di Disposizione del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, protocollo n. 34755 /2010, del 03.03.2010, pubblicata il 04.03.2010 ai sensi della Legge n. 244/2007) nello spirito della norma che prevede in capo al terzo erogatore la effett

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