Novità fiscali del 4 marzo 2010: compensazione dei crediti IVA sopra € 15.000: conseguenze ancato ottenimento del visto di conformità; nella procedura fallimentare il professionista scorpora l’I.V.A. dall’importo ricevuto dal curatore; accertamento sulla base del redditometro: verificatori per i controlli fiscali nel 2010 possono tenere conto di ulteriori elementi rispetto a quelli predeterminati; prove nel contenzioso tributario: ammesse le intercettazioni telefoniche acquisite in sede di indagini penali; niente plusvalenza sulle cessione dello studio del professionista se acquistato prima del 2007

 






 


Indice:


 


1) Compensazione dei crediti Iva sopra € 15.000: Mancato ottenimento del visto di conformità, conseguenze


 


2) E’ abuso di diritto la cessione non giustificata dei diritti di immagine


 


3) Nella procedura fallimentare il professionista scorpora l’I.V.A. dall’importo ricevuto dal curatore


 


4) Accertamento sulla base del redditometro: I verificatori per i controlli fiscali nel 2010 possono tenere conto di ulteriori elementi rispetto a quelli predeterminati


 


5) Prove nel contenzioso tributario: ammesse Le intercettazioni telefoniche acquisite in sede di indagini penali


 


6) Niente plusvalenza sulle cessione dello studio del professionista se acquistato prima del 2007


 


7) Fisco: Il prospetto di rivalutazione non deve essere vidimato, superate le precedenti indicazioni fornite dalla prassi


 


8) Controlli delle telefonate dalle postazioni di lavoro: Possibile la registrazione se non si risale al lavoratore


 


 


1) Compensazione dei crediti Iva sopra € 15.000: Mancato ottenimento del visto di conformità, conseguenze


Nell’ipotesi in cui un contribuente che, avvalendosi per la tenuta della contabilità di un professionista che può apporre il visto di conformità, non ottenga da quest’ultimo il rilascio del visto stesso, secondo la circolare n. 14/IR del 2010 dell’Istituto di Ricerca del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, non sembra possibile rivolgersi ad un altro professionista o ad un CAF imprese per colmare il “rifiuto” all’apposizione del visto.


In pratica tale possibilità sarebbe limitata ai soli casi in cui il tenutario non è abilitato all’adempimento e non alle diverse fattispecie che inducono il professionista (abilitato) a negare l’apposizione del visto in mancanza dei presupposti.


Compensazioni dei crediti IVA per i primi tre trimestri dell’anno


Le compensazioni dei crediti IVA relativi ai primi tre trimestri dell’anno sono effettuabili, nel caso di importi superiori a diecimila euro annui, a partire, rispettivamente, dal sedici maggio, dal sedici agosto e dal sedici novembre successivi al trimestre di riferimento.


L’Agenzia delle Entrate non ha chiarito espressamente se in caso di compensazione dei crediti IVA infrannuali per importi inferiori al predetto limite annuo sia comunque necessario presentare preventivamente l’istanza, pur senza essere contestualmente obbligati ad attendere il 16° giorno del mese successivo a tale presentazione e ad impiegare i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate.


In presenza di crediti IVA di ammontare superiore a diecimila euro, i nuovi vincoli si rendono applicabili soltanto in occasione dell’utilizzo in compensazione che comporti il superamento della soglia annua di diecimila euro, per cui se all’atto del primo utilizzo del credito IVA l’importo compensato è pari o inferiore alla predetta soglia il contribuente é libero dai vincoli temporali e formali imposti dalla nuova disciplina.


Un ulteriore dubbio interpretativo posto dalla disciplina deriva dalla mancata specificazione se il limite di diecimila euro sia da calcolare con riferimento all’anno solare di effettivo utilizzo in compensazione del credito IVA o all’anno solare di maturazione del credito stesso.


Sul punto, sono giunti gli opportuni chiarimenti ufficiali da parte dell’Agenzia delle entrate la quale ha affermato che “il tetto di 10.000 euro è riferito all’anno di maturazione del credito e non all’anno solare di utilizzo in compensazione, ed è calcolato distintamente per ciascuna tipologia di credito IVA (annuale o infrannuale). I contribuenti che possono compensare sia i crediti IVA annuali sia quelli maturati trimestralmente, nello stesso anno solare hanno quindi a disposizione crediti IVA relativi a due anni di imposta, ossia due distinti plafond cui fare riferimento, il primo relativo al credito IVA annuale, il secondo relativo alla sommatoria dei crediti IVA trimestrali”.


La compensazione di crediti IVA per importi superiori a quindicimila euro annui


Nelle ipotesi in cui la compensazione dei crediti IVA superi l’importo di quindicimila euro annui, l’art. 10 del D.L. n. 78 del 2009 introduce un ulteriore vincolo alla fruizione del credito.


Infatti, in tal caso il contribuente ha l’obbligo di richiedere, relativamente alla dichiarazione dalla quale emerge il credito, l’apposizione del visto di conformità di cui all’art. 35, comma 1, lettera a), del D.Lgs. n. 241/ 1997 (cosiddetto visto “leggero”) ovvero, in alternativa, relativamente ai contribuenti per i quali è esercitato il controllo contabile di cui all’art. 2409-bis c.c., di far sottoscrivere detta dichiarazione anche dai soggetti che sottoscrivono la relazione di revisione.


La sottoscrizione di questi ultimi soggetti comporta l’attestazione, da parte degli stessi, dell’esecuzione dei medesimi controlli previsti dall’art. 2, comma 2, del decreto del Ministro delle finanze 31 maggio 1999, n. 164 ai fini del rilascio del visto di conformità.


Nelle predette circostanze il legislatore richiede, dunque, che all’attività di controllo preventivo dell’utilizzo dell’istituto della compensazione partecipino anche soggetti estranei all’Amministrazione finanziaria dotati di determinati requisiti professionali.


Al riguardo, tali ulteriori adempimenti sono necessari unicamente per la compensazione “orizzontale” dei crediti IVA emergenti dalla dichiarazione annuale, come peraltro confermato dall’Agenzia delle Entrate, nella circolare n. 57 del 23 dicembre 2009.


La compensazione “orizzontale” dei crediti IVA infrannuali emergenti dalle istanze trimestrali (mod. IVA TR), seppur effettuata per importi superiori, nel loro complesso, a quindicimila euro annui, non richiede dunque il preventivo rilascio del visto di conformità o dell’attestazione alternativa da parte dei soggetti che esercitano il controllo contabile.


Lo stesso vale, per la compensazione “orizzontale” di crediti IVA annuali per importi non superiori a quindicimila euro annui, come pure per la compensazione “verticale” (o per i rimborsi) dei crediti IVA sia annuali che trimestrali.


Il visto di conformità


Il visto di conformità di cui all’art. 35, comma 1, lettera a), del D.Lgs. n. 241/1997 costituisce, il primo dei livelli dell’attività di assistenza fiscale fornita nei confronti dei contribuenti da parte di soggetti terzi rispetto all’Amministrazione finanziaria.


Ai sensi della predetta lettera a), il rilascio del visto attesta la conformità dei dati delle dichiarazioni predisposte alla relativa documentazione e alle risultanze delle scritture contabili, nonché di queste ultime alla relativa documentazione contabile.


I soggetti legittimati al rilascio del visto di conformità, ai fini dell’utilizzo in compensazione “orizzontale” dei crediti IVA annuali per importi superiori a quindicimila euro, sono i seguenti:


– Iscritti nell’Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili o in quello dei consulenti del lavoro;


– iscritti alla data del 30 settembre 1993 nei ruoli di periti ed esperti tenuti dalle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura per la sub-categoria tributi, in possesso di diploma di laurea in giurisprudenza o in economia e commercio o equipollenti ovvero di diploma di ragioneria;


– responsabili dell’assistenza fiscale dei CAF-imprese, da individuare tra gli iscritti nell’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, anche assunti con rapporto di lavoro subordinato.


Al fine di ottenere l’abilitazione al rilascio del visto di conformità, i soggetti appartenenti alle prime due categorie devono svolgere alcuni adempimenti preliminari, che non sono invece richiesti ai responsabili dell’assistenza fiscale dei CAF-imprese, in quanto, in quest’ultimo caso, è il CAF ad essere tenuto ad effettuare gli adempimenti previsti per coloro che intendono svolgere l’attività di assistenza fiscale in via professionale.


Mancato ottenimento del visto di conformità


Il professionista o il CAF-imprese si può avvalere della società di servizi, oltre che per la tenuta delle scritture contabili e la predisposizione delle dichiarazioni, anche per la trasmissione telematica di queste ultime corredate del visto.


Considerata l’obbligatorietà del visto di conformità ai fini della fruizione dell’istituto della compensazione “orizzontale” dei crediti IVA, l’Agenzia delle Entrate, nelle ipotesi in cui per la tenuta delle scritture contabili il contribuente si avvalga di un soggetto che non può apporre il visto di conformità, ha altresì precisato che il contribuente conserva comunque la facoltà di rivolgersi ad un soggetto abilitato all’apposizione del visto o ad un CAF-imprese, i quali, una volta incaricati, sono tenuti comunque a svolgere i previsti controlli e a predisporre la dichiarazione.


La medesima facoltà non sembra, dunque, concessa ai contribuenti che, avvalendosi per la tenuta delle scritture contabili di un soggetto che può apporre il visto, non ottengano da quest’ultimo il rilascio del visto stesso.


Ai fini del rilascio del visto di conformità sulla dichiarazione annuale IVA, i controlli da effettuare, ai sensi dell’art. 2, comma 2, del D.M. n. 164/1999, consistono nella verifica:


– Della correttezza formale delle dichiarazioni presentate dai contribuenti;


– della regolare tenuta e conservazione delle scritture contabili obbligatorie;


– della corrispondenza dei dati esposti nella dichiarazione alle risultanze delle scritture contabili;


– della corrispondenza dei dati esposti nelle scritture contabili alla relativa documentazione.


Tali verifiche non comportano valutazioni di merito, ma il solo riscontro formale della loro corrispondenza in ordine all’ammontare delle componenti positive e negative relative all’attività esercitata e rilevanti ai fini dell’IVA.


In particolare, i controlli devono essere finalizzati, tra l’altro, ad evitare errori materiali e di calcolo nella determinazione dell’imponibile e nel riporto delle eccedenze di credito.


Pertanto, il contribuente che intende ottenere il rilascio del visto di conformità deve esibire al professionista o al CAF-imprese la documentazione necessaria per consentire le predette verifiche.


(Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, Istituto di Ricerca, circolare n. 14/IR di febbraio 2010)


 


 


2) E’ abuso di diritto la cessione non giustificata dei diritti di immagine


La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4737 del 2010, è tornata ad occuparsi sulla questione dell’abuso di diritto.


Per i giudici supremi la cessione non giustificata di diritti di sfruttamento dell’immagine di un calciatore, da un’impresa italiana ad una estera, ha il solo valido motivo di eludere il carico fiscale in capo al contribuente e rappresenta senz’altro abuso del diritto, comportamento pertanto censurabile dalle Entrate. Nell’affermare la propria pretesa l’Ufficio del fisco deve però dimostrare la reale riferibilità al contribuente delle somme relative alla cessione dei diritti.


Secondo il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti contabili (circolare n. 13/IR del 2010), in materia di abuso di diritto, la Cassazione, non potendo fare diretta applicazione del principio comunitario antiabuso limitato al solo comparto dei tributi armonizzati, si è vista costretta a rintracciare il fondamento normativo dell’abuso negli stessi principi costituzionali, con la conseguenza di qualificarlo principio immanente nell’ordinamento e di consentirne applicazione a tutti gli atti, fatti e negozi realizzati ogni volta che l’Amministrazione finanziaria dimostra che gli stessi sono stati posti in essere al solo scopo di eludere l’applicazione di norme fiscali.


In particolare, a parere del C.N.D.C.E.C., tale ricostruzione porta a conclusioni assai pericolose (lasciando enorme discrezionalità ai giudici e agli uffici del fisco nel qualificare e a distinguere cosa sia abuso e cosa non lo è) che si pongono in aperto contrasto con le nostre regole costituzionali.


 


 


3) Nella procedura fallimentare il professionista scorpora l’I.V.A. dall’importo ricevuto dal curatore


Nell’ipotesi di prestazioni professionali rese ad un soggetto poi dichiarato fallito, l’Agenzia delle Entrate, con  la risoluzione n. 127/E del 2008, ha precisato che se il piano di riparto, approvato dal giudice fallimentare, dispone il pagamento parziale del credito relativo alle prestazioni rese ante fallimento, “i professionisti emetteranno fattura per un importo complessivo pari a quello ricevuto dal curatore, dal quale andrà scorporata l’I.V.A. relativa”


Non è stata condivisa (da parte delle Entrate), invece, la soluzione prospettata dall’istante di emettere la fattura per la prestazione professionale indicando quale base imponibile l’intero importo ricevuto dal curatore, sul quale calcolare l’Iva relativa, e, contestualmente recuperare, tramite l’emissione di una nota di variazione, l’imposta di fatto non incassata (per effetto di quanto previsto nel piano di riparto).


Come è stato rilevato dal fisco, dal punto di vista degli adempimenti fiscali, il professionista che si insinua al passivo nell’ambito di una procedura concorsuale, è portatore di un credito complessivo per prestazioni professionali, composto da imponibile ed Iva, elementi strettamente collegati tra loro da un nesso inscindibile.


Ne consegue che se il piano di riparto, approvato dal giudice fallimentare, dispone il pagamento parziale del credito riguardante le prestazioni professionali rese ante fallimento, ancorché lo stesso faccia riferimento alla sola voce imponibile iscritta tra i crediti privilegiati, sotto il profilo fiscale, i professionisti emettono fattura per un importo complessivo pari a quello ricevuto dal curatore, dal quale deve essere scorporata l’Iva relativa.


In altre parole, se l’importo liquidato dal giudice fallimentare risulta inferiore all’ammontare complessivo del credito professionale, comprensivo dell’IVA, il professionista al momento dell’emissione della fattura deve ridurre proporzionalmente la base imponibile e la relativa imposta.


L’Agenzia delle Entrate non ha, quindi, condiviso la soluzione prospettata dall’interessato di emettere la fattura per la prestazione professionale indicando quale base imponibile l’intero importo ricevuto dal curatore, sul quale calcolare l’Iva relativa, e, contestualmente recuperare, tramite l’emissione di una nota di variazione, l’imposta di fatto non incassata (per effetto di quanto previsto nel piano di riparto).


Quando può essere emessa la nota di variazione


Affinché sia possibile emettere la nota di variazione è necessario, quindi, che successivamente all’emissione della fattura ed alla sua registrazione, venga a mancare in tutto o in parte l’originaria prestazione imponibile.


La variazione in diminuzione deve, infatti, essere rappresentativa sia della riduzione dell’imponibile che della relativa imposta.


Una nota di variazione che tenga conto della sola imposta non riscossa andrebbe a scindere l’indissolubile collegamento esistente tra imposta ed operazione imponibile.


In definitiva, l’Agenzia ha ribadito il principio secondo cui il mancato pagamento a causa di procedure concorsuali deve essere, comunque, riferito all’operazione originaria nel suo complesso e, pertanto, non è possibile emettere nota di variazione per il recupero della sola imposta.


Le stesse suddette considerazioni valgono per le problematiche connesse alla procedura di concordato preventivo.


(Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, nota del 03.03.2010)


 


 


4) Accertamento sulla base del redditometro: I verificatori per i controlli fiscali nel 2010 possono tenere conto di ulteriori elementi rispetto a quelli predeterminati.


Dal piano dei controlli relativo al 2010, diramato  dall’Agenzia delle Entrate (sulla base  delle previsioni contenute nel D.L. 112/2008) viene fuori l’avvenuto  potenziamento dell’accertamento fiscale sintetico cd. redditometro.


Si tratta di uno strumento per l’accertamento del reddito presunto rispetto a quello effettivamente dichiarato dal contribuente attraverso l’utilizzo di particolari indici ai sensi dell’art. 38 del D.P.R. n. 600/1973.


Viene utilizzato solo nei confronti delle persone fisiche per determinare il reddito complessivo del contribuente


Adesso agli accertatori fiscale viene consentito di avvalersi di altri ed ulteriori elementi rispetto agli indici predeterminati, stabiliti già nelle tabelle di riferimento.


Detti nuovi elementi vengono reperiti sia dal Modello Unico sia da altre fonti, accanto ai contributi per le colf, o agli interessi sui mutui per la prima casa spuntano anche gli interventi per il recupero edilizio, i permessi di costruire (le dia) e non solo, installazioni di piscine, acquisto di immobili alle aste giudiziarie, le scuole di particolare prestigio e così via.


Il metodo accertativo sintetico vuole che ad ogni spesa corrisponda (salvo contraria che deve fornire il contribuente) un reddito e, quindi, attraverso la valutazione e stima di alcune spese connesse alla disponibilità di determinati beni e servizi, si può risalire indirettamente al reddito.


Può essere attivato se, in presenza di elementi e circostanze di fatto certi, si ha uno scostamento tra il reddito dichiarato e il reddito presunto superiore del 25% e se lo scostamento di verifica per due periodi d’imposta.


Tra i contribuenti sottoposti all’accertamento sintetico viene data priorità a coloro che rientrano in entrambe le liste A (autovetture) e T (incrementi del patrimonio).


La lista A e la lista T hanno come riferimento le annualità 2005, 2006, 2007.


La lista A è di tipo sperimentale nella quale vengono segnalate le persone che acquistano autovetture di potenza fiscale superiore o uguale ai 21CV.


Nella lista T vengono segnalate le persone fisiche che hanno dichiarato imponibili incongrui rispetto agli esborsi per eventuali acquisizioni patrimoniali (compravendite, acquisizione di denaro).


Infine, esiste anche la lista integrativa (lista che contiene indici indicativi per determinare la reale capacità contributiva).


Fanno parte degli indici della lista integrativa:


– Navi e imbarcazioni da diporto;


– aerei da turismo;


– mini car;


– autocaravan e roulottes;


– motocicli di cilindrata superiore ai 350 cc;


– utilizzatori di beni di lusso in leasing;


– collaboratori familiari (esclusi quelli addetti esclusivamente all’assistenza di infermo o invalidi);


– acquisizione di immobili alle aste giudiziarie;


– maneggio e custodia di cavalli da corsa o equitazione;


– assicurazioni (escluse quelle auto, vita, contro infortuni e malattie);


 servizi alla persona;


– spese per istituti di istruzione di prestigio;


– spese per viaggi;


– iscrizione a circoli esclusivi;


– installazione di piscine;


– residenze secondarie.


 


Esempio


 



















Bene o servizio


Reddito sintetico


Abitazione principale di mq 100


15.500


Auto 12 HP


  1.750


                  Reddito presunto


17.250


Reddito minimo (pari al 75% del reddito


sintetico) che, ove sia stato dichiarato, non fa


attivare i controlli


12.938


 


5) Prove nel contenzioso tributario: ammesse Le intercettazioni telefoniche acquisite in sede di indagini penali


Le intercettazioni telefoniche, acquisite in sede di indagini penali, costituiscono indizi che possono essere validamente utilizzati dall’ufficio per l’accertamento tributario.


(Corte di Cassazione, sentenza n. 4306 del 23.02.20109)


 


 


6) Niente plusvalenza sulle cessione dello studio del professionista se acquistato prima del 2007


L’eventuale plusvalenza o minusvalenza derivante dalla cessione dell’immobile strumentale, acquistato dal professionista prima del 1° gennaio 2007, non assume rilevanza ai fini della determinazione del reddito professionale.


Per cui non va assoggettata ad Irpef.


Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate con la neo risoluzione n. 13/E del 02.03.2010 che ha fornito anche i seguenti chiarimenti.


Anche il trattamento fiscale applicabile ai canoni di leasing sostenuti dal professionista per il godimento di un immobile strumentale risulta diversificato in ragione del periodo d’imposta in cui il contratto di leasing è stato stipulato.


Se, pertanto:


– il contratto di leasing dell’immobile ceduto ad una società di locazione finanziaria (e poi da riacquistare dalla stessa società di leasing stavolta in qualità di titolare di partita Iva) è stato stipulato entro il 31 dicembre 2009, sono deducibili (nel limite di un terzo per il periodo d’imposta 2009) i canoni di locazione finanziaria sostenuti dal professionista a condizione che il contratto stipulato rispetti i limiti temporali dettati dall’art. 54, comma 2, del Tuir;


– il contratto di leasing viene, invece, stipulato in data successiva al 31 dicembre 2009 risulteranno irrilevanti, ai fini della determinazione del reddito, i


canoni di locazione finanziaria sostenuti.


Con riferimento a tale ultima ipotesi, da tenere conto che l’art. 54, comma 2, del Tuir nella formulazione vigente fino al 1° gennaio 2007, consentiva, per i beni immobili strumentali utilizzati in base a contratto di locazione finanziaria, la deducibilità della rendita catastale.


Tale deduzione non è stata tuttavia riproposta nella vigente formulazione dell’articolo 54 del Tuir e pertanto, per i contratti di leasing stipulati a partire dal 1° gennaio 2010, la rendita catastale dell’immobile non potrà essere portata in deduzione nella determinazione del reddito di lavoro autonomo.


Immobili strumentali dei professionisti


Per i soggetti che esercitano attività artistica o professionale, si considerano strumentali gli immobili utilizzati direttamente dal lavoratore che li possiede per l’esercizio esclusivo dell’attività artistica o professionale.


Ai fini della valutazione della strumentalità dell’immobile non assume rilevanza la circostanza che l’acquisto sia stato effettuato in qualità di persona fisica o di esercente arte o professione, ma occorrerà valutare se l’immobile risulti, per destinazione esclusiva, adibito all’attività professionale.


Occorre considerare, infatti, che nell’ambito delle disposizioni che disciplinano il reddito di lavoro autonomo non risulta presente una norma analoga a quella prevista per i titolari di reddito d’impresa dall’art. 65 del Tuir in base alla quale si considerano relativi all’impresa i beni immobili indicati nell’art. 43, comma 2, del Tuir, solo se espressamente indicati dall’imprenditore nell’inventario.


Se pertanto, come precisato dalla professionista istante, l’immobile risulta utilizzato, in via esclusiva, per l’esercizio dell’attività, lo stesso ha natura di bene strumentale con la conseguenza che il relativo reddito non deve concorrere alla formazione del reddito fondiario.


A parte ciò, l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 13/E del 02.03.2010 ha fornito i seguenti chiarimenti in merito alla disciplina fiscale applicabile all’operazione che la contribuente intende porre in essere, che si sostanzia:


– nella cessione di un immobile strumentale ad una società di leasing;


– nella stipula di contratto di leasing avente ad oggetto il medesimo bene.


1) Per quanto concerne la cessione del bene immobile alla società di leasing trovano applicazione le regole ordinariamente applicabili nell’ambito del reddito di lavoro autonomo nelle ipotesi di cessione di beni immobili strumentali.


Viene ricordato, al riguardo, che con l’art. 36, comma 29, del Decreto Legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito con modificazioni dalla Legge 4 agosto 2006, n. 248, è stato introdotto nell’art. 54 del Tuir il comma 1-bis.


Tale disposizione stabilisce la rilevanza delle plusvalenze e delle minusvalenze dei beni strumentali nella determinazione del reddito di lavoro autonomo.


Nella originaria formulazione, tale disposizione non trovava applicazione per i beni immobili strumentali.


In seguito, l’art. 1, comma 334, della Legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Legge finanziaria per il 2007) ha esteso anche agli immobili le novità introdotte per gli altri beni strumentali ed ha attribuito, nel contempo, rilevanza reddituale al costo di acquisto degli immobili.


In merito alle predette modifiche normative, in sede di risposta all’interrogazione parlamentare n. 5-00752 del 21 febbraio 2007, è stato chiarito che “l’estromissione dei beni immobili strumentali (cessione, risarcimento, ecc. ) dal regime del reddito di lavoro autonomo sia idonea a generare plusvalenze tassabili o minusvalenze deducibili, solamente se riferibili ad immobili acquisiti dal professionista in epoca successiva all’entrata in vigore della norma e, quindi, successivamente al 1° gennaio 2007.


Ciò in quanto, le nuove disposizioni che elevano a presupposti per la tassazione alcune fattispecie precedentemente non rilevanti si inquadrano in un nuovo regime previsto relativamente agli immobili dei professionisti”.


Occhio, quindi, al periodo compreso tra 1° gennaio 2007 e 31 dicembre 2009 e ai “paletti” per alcune deduzioni.


 


 


7) Fisco: Il prospetto di rivalutazione non deve essere vidimato, superate le precedenti indicazioni fornite dalla prassi


Con la soppressione dell’obbligo fiscale della bollatura e vidimazione del libro giornale e del libro degli inventari, stabilita dal predetto art. 8 della legge n. 383/, l’onere della bollatura e vidimazione del prospetto di rivalutazione, previsto dall’art. 15 della legge n. 342/2000 per i soggetti in contabilità semplificata, non é più compatibile con il vigente sistema normativo.


In altri termini, coerentemente con quanto previsto per i soggetti in contabilità ordinaria che evidenziano la rivalutazione sul libro inventari privo di bollatura e vidimazione, l’Agenzia delle Entrate ha precisato, con la risoluzione n. 14 del 03.03.2010, che anche gli imprenditori individuali e le società di persone in contabilità semplificata possono iscrivere i maggiori valori rivalutati su un prospetto di rivalutazione privo di bollatura e vidimazione.


Sono state, quindi, ritenute superate, al riguardo, le considerazioni formulate nei precedenti documenti di prassi.


 


 


8) Controlli delle telefonate dalle postazioni di lavoro: Possibile la registrazione se non si risale al lavoratore


Non ci sono vincoli per le registrazioni delle chiamate telefoniche dalle postazioni di lavoro se non permettono di risalire al nominativo del lavoratore. In tal caso, infatti, non si realizza alcuna possibilità di controllo a distanza dei lavoratori e, dunque, non si applicano le restrizioni previste dallo Statuto dei lavoratori.


Lo ha precisato il Ministero del lavoro nell’interpello n. 2/2010, rispondendo a un quesito in merito all’applicabilità dell’arti. 4 della legge n. 300/1970 con riferimento all’installazione da parte di un’impresa di telecomunicazioni di un sistema di controllo “in grado di effettuare registrazioni audio di chiamate in uscita e in entrata”.


Con questo sistema, l’impresa effettua monitoraggi a campione della qualità dei processi e dei servizi di assistenza alla clientela, senza tuttavia avere la possibilità di individuare né l’operatore né i clienti coinvolti nella conversazione registrata.


(Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, nota del 03.03.2010)


 


 


Vincenzo D’Andò


 


 


 


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