L’obbligo di motivazione degli accertamenti ICI

non basta la scheda con l’indicazione degli immobili e dei relativi valori catastali

 

Le regole generali di motivazione degli atti si applicano anche all’imposta comunale sugli immobili e l’eventuale carenza non è sanata dall’impugnazione dell’avviso di accertamento. E’ questa la conclusione cui giunge la Commissione Tributaria Regionale del Piemonte, sezione n. 28, nella sentenza n. 25 del 16 settembre 2009 (ud. del 26 giugno 2009) con la quale ha dichiarato l’illegittimità di un avviso di accertamento laddove sia carente sotto il profilo della motivazione.


E’ circostanza diffusa quella di trovarsi di fronte ad atti degli enti locali composti sostanzialmente da un prospetto con i dati del contribuente ed i riferimenti normativi ed una c.d. scheda di liquidazione, nella quale in modo del tutto acritico vengono riportati i dati catastali degli immobili, l’imposta che si assume dovuta e quella da versare. Tante volte, in tali circostanze, non si comprende per quale ragione gli importi che l’amministrazione comunale richiede sono superiori a quelli versati.


La sentenza della Commissione Tributaria del Piemonte in commento (n. 25/28/09) ha il pregio di precisare un concetto tanto importante quanto banale: un atto può ritenersi motivato non soltanto quando illustra i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche alla base della pretesa tributaria, ma anche e soprattutto quando mette il contribuente in grado di comprendere le ragioni della pretesa.


Né può ritenersi che il vizio di carenza di motivazione sia sanato dalla rituale opposizione (anche) allo scopo di far valere l’illegittimità del provvedimento carente di motivazione. In altri termini, la finalità della “provocatio ad opponendum” pacificamente attribuita alla motivazione dell’atto deve essere intesa in senso sostanziale e non può ritenersi raggiunta laddove il provvedimento non sia correttamente motivato ed il contribuente, lungi dall’essere messo in condizione di conoscere le ragioni sottese alla sua adozione (e poter così decidere se reagire o meno), si limiti ad impugnare per denunciare quel vizio genetico.


La circostanza che, nell’ambito dell’opposizione, il contribuente abbia svolto anche una difesa di merito – osservano i giudici piemontesi – non vale certamente a sanare il vizio genetico dell’atto ed a far ritenere l’atto stesso dotato di un apparato motivazionale adeguato.


Non a caso, l’art. 11, c. 2bis, (relativo alla liquidazione ed all’accertamento dell’Imposta Comunale sugli immobili, come risultante dopo le modifiche apportate dall’art. 6. c. 1, D.Lgs. 26.01.2001 n. 32, in vigore dal 20-03-2001 D.Lgs. 504/1992, recita testualmente: “Gli avvisi di liquidazione e di accertamento devono essere motivati in relazione ai presupposti di fatto ed alle ragioni giuridiche che li hanno determinati. Se la motivazione fa riferimento ad un altro atto non conosciuto né ricevuto dal contribuente, questo deve essere allegato all’atto che lo richiama, salvo che quest’ultimo non ne riproduca il contenuto essenziale”.


Nella fattispecie, gli avvisi di accertamento non contengono i “presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che li hanno determinati” poiché il Comune impostore, nella parte relativa alla motivazione, si è limitato a barrare con una “x” le caselle della “Totale omissione del pagamento” e della “Omessa denuncia”, e, relativamente al procedimento di determinazione dell’imposta, ad indicare, nell’ambito di un laconico prospetto, i dati identificativi dei fondi senza trasposizione dei valori catastali di partenza, dell’operazione di calcolo e delle aliquote applicate.


Soltanto in sede contenziosa il Comune ha spiegato il criterio seguito per giungere a quella valutazione ponendo la destinataria in condizione di interloquire sulla correttezza del suo operato.


Quest’ultima circostanza –irrituale ed illegittima – non fa altro, però, che confermare la carenza di motivazione dell’atto originario.


E’ noto che l’obbligo di motivazione impone all’Amministrazione di indicare ab origine, a pena di nullità, le ragioni della pretesa. Le ragioni che giustificano l’emissione di un atto non possono in alcun modo essere eluse, dovendosi escludere la possibilità che l’Amministrazione possa integrare l’inadeguata motivazione dell’atto impugnato in corso di giudizio e, quindi, a maggior ragione nel caso in specie, laddove viene lamentata una sostanziale assenza della motivazione.


Tali principi già ben noti in materia amministrativa trovano ulteriore conferma nelle norme contenute nello Statuto dei diritti del contribuente (L. n. 212/2000), laddove all’art. 7 si ribadiscono sostanzialmente le previsioni contenute nelle disposizioni vigenti in materia di motivazione degli atti di accertamento dei vari tributi e di irrogazione delle sanzioni amministrative. Gli atti dell’Amministrazione finanziaria vanno motivati, infatti, secondo quanto prescritto dall’art. 3 della L. 7/08/1990, n. 241, concernente la motivazione dei provvedimenti amministrativi, indicando i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’Amministrazione. E tale motivazione deve emergere ab origine, sin dal primo atto con il quale viene informato il contribuente delle ragioni della pretesa fiscale: la parte infatti deve essere in grado di conoscere gli elementi posti a base della pretesa, ai fini di un’eventuale contestazione dell’an e del quantum. In carenza di siffatti requisiti, l’atto è nullo ab origine per carenza di motivazione ed all’Amministrazione non è consentito procedere alla sua integrazione nel corso del giudizio tributario, indicando per la prima volta in tale sede fatti mai contestati in via amministrativa.



3 febbraio 2010


Massimo Conigliaro

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