Validi i coefficienti presuntivi


Con sentenza n. 25129 del 30 novembre 2009 (ud. del 2 ottobre 2009) la Corte di Cassazione si è occupata dei coefficienti presuntivi di reddito, cassando la sentenza di secondo grado, e di fatto dando ragione al Fisco.


 


Svolgimento del processo


 


Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate propongono ricorso per cassazione avverso la sentenza n. 2/18/2001, depositata il 27-03-01, con la quale, in controversia concernente l’impugnazione di un avviso di rettifica Iva relativo al 1989 – col quale si contestava  l’omessa  denuncia  di  ricavi a seguito di comunicazione dell’Ufficio II.DD. di Cassino -, la C.T.R. Lazio, in accoglimento dell’appello del contribuente, annullava  l’atto  impugnato, rilevando  che l’avviso di accertamento col quale l’Ufficio II.DD. di Cassino aveva rettificato la dichiarazione dei redditi del contribuente mediante l’applicazione di coefficienti presuntivi previsti dal DPCM 16-5-89 non poteva ritenersi sufficientemente attendibile, considerato che la  rettifica della dichiarazione dei redditi era avvenuta sulla base del  solo  parametro della superficie del locale ove si svolgeva l’attività del contribuente.


 


La sentenza


 


Con un unico motivo, deducendo illogicità della motivazione nonché violazione degli artt. 11 e 12 del D.L. 69/89 e del  D.P.C.M.


16-5-89, i ricorrenti rilevano che  l’allora Ufficio Imposte dirette di  Cassino  aveva  considerato ulteriori parametri (quali i consumi e  i  beni  strumentali)  oltre quello della superficie del locale; che, in ogni caso, nessuna  disposizione autorizzava l’abbandono dell’accertamento in presenza di un solo  parametro, come nel diverso caso contemplato dall’art. 4 DM 10-9-92; che l’accertamento impugnato rinviava legittimamente all’accertamento UDID (in  possesso  della parte), immotivatamente ritenuto non attendibile dai giudici d’appello.


 


La Corte di Cassazione ritiene fondata la censura avanzata, rilevando, innanzitutto, che, a norma dell’art. 54  del d.p.r.  633/1972, legittimamente l’ufficio IVA «può limitarsi  ad  accertare»,  in  base  agli elementi emergenti da segnalazioni provenienti da altri soggetti pubblici, l’imposta o la maggiore  imposta  dovuta,  prescindendo  da  una  preventiva istruttoria (v. tra le altre cass. n. 4222/2006) e  che,  nella  specie,  la rettifica è intervenuta a seguito di comunicazione dell’ufficio II.DD. che aveva provveduto a rettificare la dichiarazione dei redditi del contribuente applicando coefficienti presuntivi.


La Corte osserva, ancora, che è evidente che la comunicazione dell’ufficio II.DD.,  al pari di ogni altra segnalazione, non è «indiscutibile» ma può e “deve  essere valutata dal giudice come ogni elemento posto a  base di una  rettifica”.


Tuttavia “gli elementi emergenti dalla  suddetta  segnalazione, peraltro al pari di ogni altro elemento, possono essere disattesi solo sulla base di congrua motivazione. Nella specie, i giudici d’appello hanno motivato la ritenuta inattendibilità degli elementi desumibili dall’avviso di accertamento dell’Ufficio II.DD. di Cassino affermando che esso era basato su di un unico parametro. Prescindendo dalla veridicità o meno di tale affermazione, è da rilevare che  nessuna disposizione prevede  l’inattendibilità  di  un  accertamento fondato su di un solo parametro, con la conseguenza che la motivazione resa in tali termini dai giudici d’appello, in assenza di ulteriori precisazioni, risulta assolutamente incongrua”.


 


Breve nota


 


Si torna a parlare di coefficienti presuntivi che costituiscono il primo vero strumento a carattere presuntivo predisposto dal legislatore.


L’accertamento basato sui coefficienti fu previsto dagli artt. 11 e 12, del d.l. 2 marzo 1989, n. 69, convertito, con modificazioni, nella L. 27 aprile 1989, n. 154.


L’art. 11 prevedeva, nella prima versione, sia coefficienti di congruità dei corrispettivi e dei componenti positivi e negativi di reddito, sia coefficienti presuntivi di reddito o di corrispettivi di operazioni imponibili.


I primi avevano la funzione di orientare i controlli (cd. di selezione e programmazione); i secondi quella di determinare corrispettivi e compensi in sede di accertamento.


Successivamente, l’art. 6, della legge 30 dicembre 1991, n. 413 modificò l’art. 11 cit., unificando i due coefficienti nei coefficienti presuntivi di compensi e ricavi.


 


L’art. 12 fu poi modificato dall’art. 62-quater, d.l. 30 agosto 1993, n. 331.


Il sistema dei coefficienti fu infine abrogato, a decorrere dagli accertamenti relativi al periodo di imposta in corso alla data del 31 dicembre 1995, dall’art. 3, comma 179, della l. n. 549 del 1995 (il successivo comma 181 introdusse l’accertamento in base ai parametri).


L’accertamento mediante i coefficienti, sia pure con differenti modulazioni tra la versione originaria e quelle successive, prevedeva:


– la possibilità per gli uffici di determinare ricavi, compensi e volumi di affari sulla base dei coefficienti, prescindendo dal regime ordinario dell’accertamento, ma tenendo conto dei coefficienti;


– la necessità di previo contraddittorio con il contribuente (la cd. richiesta di chiarimenti) per i soggetti posti al di sotto delle soglie minime previste e la regola secondo la quale i motivi non comunicati dal contribuente all’ufficio nelle risposte a tale interpello non potevano essere valorizzati in sede giudiziale;


– l’esclusione dell’accertamento basato sui coefficienti quale fondamento di una notizia di reato (non c’era quindi l’obbligo per i funzionari dell’Amministrazione finanziare di inoltrare il rapporto penale al superamento delle soglie previste dal D.Lgs. n. 74/2000).


 


Detti coefficienti presuntivi hanno superato il vaglio della Corte costituzionale, la quale dopo aver dichiarato (ord. n. 8 del 2000) la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli articoli 11 e 12 del d.l. 2 marzo 1989, n. 69, ha dichiarato pure (ord. n. 7 del 2001) la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale di tali norme sollevata, in riferimento agli artt. 23 e 53 della Costituzione.


 


Conclusioni


I coefficienti presuntivi di reddito rappresentano un valore minimale nella determinazione del volume d’affari, che si pone alla base dell’accertamento del reddito in un’ottica statistica riferita al singolo settore economico, la cui applicazione pone una presunzione legale relativa, come tale superabile con la prova contraria.


L’Ufficio poteva integrare o addirittura sostituire i detti coefficienti con elementi particolari, propri del contribuente sottoposto a verifica, e questi poteva sempre offrire, in caso di loro legittima utilizzazione, la prova della loro inapplicabilità al caso concreto.


 


Da parte sua, la prova contraria non deve avere necessariamente collegamenti con dati documentali ma può essere costituita, in assenza di indicazioni normative specifiche contrarie, anche da presunzioni che il Giudice nel suo prudente apprezzamento va a configurare e a valutare.


Pur se i coefficienti presuntivi di reddito sono soltanto dei livelli minimi di reddito o di corrispettivi, ancorati per comodità ad alcuni dati ritenuti indicativi (locali, retribuzioni, beni strumentali, eccetera), costituiscono bene una presunzione, come rilevato dalla Corte anche in questa sentenza in esame.


 


Roberta De Marchi


16 Dicembre 2009


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