Solo i costi certi sono deducibili


Con una interessante sentenza – la n. 25141 del 30 novembre 2009 (ud. del 19 ottobre 2009) – la Corte di Cassazione, nell’ambito di un procedimento che vedeva coinvolte società cartiere, ha avuto modo di fissare il principio che solo i costi certi possono essere dedotti. Analizziamo la sentenza.


 


Fatto e Diritto


 


L’Agenzia delle entrate  ricorre per  la cassazione della sentenza con  cui  la  commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna – accogliendo  parzialmente l’appello proposto dalla medesima agenzia contro la sentenza  n. 118/1/2002 della commissione tributaria provinciale di Ravenna – confermò,  per  quanto ancora interessa, la pronunzia di annullamento della ripresa a tassazione, ai fini IRPEG e ILOR 1995, della somma di L. 1.648.750.000, corrispondente a costi per operazioni che l’ufficio, sulla  scorta di processi verbali di constatazione della Guardia di finanza, riteneva   soggettivamente inesistenti, e che i primi giudicanti avevano invece considerato deducibili dai ricavi, accogliendo sul punto il ricorso della ditta I.  s.r.l., in liquidazione.


   


Motivazione della sentenza impugnata e motivo del ricorso.


 


La commissione regionale,  in  merito  alla  questione  che  forma oggetto del giudizio di legittimità, osserva:



  • che  il  costo  indicato nelle quattro  fatture  emesse dall’apparente fornitrice della merce, si riferisce ad acquisti inerenti all’attività dell’impresa, realmente  effettuati  dalla  contribuente, come sarebbe provato dal “fatto che tutta la merce acquistata è stata poi ceduta ad altre società, come da documentazione contabile richiamata  dagli  stessi accertatori“;

  • che, pertanto, essendo la detrazione dei  costi  dai  ricavi il presupposto dell’imposizione diretta, la “irregolarità  soggettiva” delle fatture, sanzionabile  sotto altro aspetto, non influirebbe sulla determinazione del reddito d’impresa, come invece deve ritenersi nel diverso caso di operazioni commerciali oggettivamente inesistenti.

 


La ricorrente lamenta, con unico motivo, ai  sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione, dell’art. 115 c.p.c.; dell’allora art. 75 del D.P.R. 22  dicembre  1986, n. 917; dell’art. 39 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600; e l’omessa o insufficiente o contraddittoria motivazione, deducendo:



  • che, contrariamente a quanto ritenuto dalla commissione tributaria regionale, il costo contabilizzato in L. 1.648.750.000 non sarebbe deducibile, perché corrispondente “a fatture ricevute dalla I. dal fornitore c., società fittizia o cosiddetta cartiera. Tra la I. e la C. è appurato che non vi siano mai stati veri scambi commerciali“;

  • che, essendo “inesistente dal punto di vista  economico“,  e quindi  non “attendibile“, il contraente C., non potrebbero  essere considerate valide le fatture  da  lui  emesse né potrebbero conteggiarsi gl’importi in esse indicati, trattandosi di costo “privo dei requisiti di certezza, inerenza e determinabililà, prescritti comunque dal D.P.R. n.  917 del 1986, art. 75“;

  • che la commissione regionale avrebbe omesso di considerare, in violazione  dell’art. 115 c.p.c., le dichiarazioni rese da un terzo (amministratore unico di c. s.r.l.), circa l’attività apparente,  meramente cartolare, di detta società che, d’accordo con falsi  acquirenti, creava fatturazioni di costi inesistenti al fine di detrarre indebitamente l’IVA;

  • che l’inesistenza dell’operazione, anche se soltanto sotto il profilo soggettivo, può “essere indice del disegno evasivo finalizzato al gonfiamento dei costi aziendali, laddove venga dimostrato che il  soggetto emittente le fatture per operazioni  inesistenti  non  ha  alcun  motivo  di esistere, se non quello di prestarsi a siffatto meccanismo“; che  quindi  il giudicante a qua, considerando “non provato ciò che era evidente,  avrebbe invertito altresì l’onere della prova che incombeva sul contribuente“; prova che, comunque, era stata  fornita  dall’ufficio,  sia  dimostrando  in  modo incontestabile che la società  emittente delle  fatture  era  una  semplice “cartiera” (creatrice di documentazione  non  corrispondente ad effettivi scambi commerciali sottostanti) sia  adducendo indizi gravi, precisi e concordanti a sostegno della  pretesa;    la contribuente  aveva  portato valide prove contrarie, come era suo onere, non rilevando a tal  fine  la regolare tenuta della contabilità, il  pagamento  delle somme  fatturate  o l’acquisto di merce da fornitori diversi da quello apparente.

 


Decisione


 


Il ricorso per la Corte di Cassazione è fondato, nei termini  di  seguito  espressi,  e  quindi viene accolto. 


La Corte, premette che:



  • che la falsità delle fatture –  ossia  la  loro  provenienza  da soggetto che, in realtà, non  aveva  venduto  la  merce,  perché  dedito  ad attività di carattere meramente  cartolare,  e  la  conseguente  inesistenza dell’operazione commerciale sotto il profilo  soggettivo -,  sono  circostanze non contestate”;

  • che l’amministrazione ricorrente, d’altra parte, non contestando sostanzialmente l’avvenuto acquisto della merce (presso soggetti diversi  da c.), osserva tuttavia in proposito: “Non può l’Ufficio, che non ha  contezza del valore delle merci forse acquistate in nero dalla I . e fatturate  dalla cosiddetta cartiera c., riconoscere legittimi i costi  dedotti  dalla  I., proprio perché mancano la certezza del  costo,  la  sua  determinabilità  e, soprattutto, l’affidabilità del soggetto emittente, in una situazione in cui è, al contrario, lapalissiano  che  vi  sono  tutti  gli  elementi  atti  a costituire costi fittizi“.


In altri termini, l’acclarata falsità soggettiva  delle  fatture e, per conseguenza, di tutto l’impianto contabile  aziendale  basato  su  di esse, è ragione sufficiente, secondo l’agenzia, per dubitare  dell’effettiva entità dei costi dedotti.


Ciò equivale a dire che tali  costi  non  sono  deducibili,  perché  non determinabili con certezza.


Quanto  premesso  dimostra   l’incongruenza   della   motivazione addotta dai giudici di secondo grado, “dato che non è in  discussione  il  fatto che la contribuente era venuta in possesso di merci, che poi rivendette, né che il  reddito  d’impresa  imponibile  si  ottenga,  in  teoria,  mediante deduzione dei costi dai ricavi: essendo invece circoscritta la controversia al problema dell’effettiva entità dei  costi  asseritamente sopportati, in presenza  di  scritture  contabili  e  di  documenti  commerciali  (fatture) inaffidabili”.


 


La motivazione  della  sentenza  impugnata  è  anche  affetta  dal denunziato vizio di violazione di legge,  poiché  i  costi,  per  concorrere (negativamente) a formare il reddito  d’impresa,  non  solo  debbono  essere certi nell’esistenza, ma il loro ammontare deve anche essere  determinabile in modo obiettivo“, “ e  sono ammessi in deduzione soltanto se, e nella misura in cui, risultano  imputati  al  conto dei profitti e delle perdite”; ovvero anche “se  e  nella  misura  in  cui risultano da elementi certi e precisi” che il  contribuente  ha  l’onere  di provare (cfr.  Cass.  nn. 9917/2008, 13220/2007, 10090/2002).


 


Ora nel caso specifico, l’inaffidabilità delle fatture e delle relative  registrazioni – che non possono dirsi affette da mera “irregolarità“, trattandosi di “documenti falsi, perché emessi da chi non era venditore – comporta l’indeducibilità del costo, siccome non  risultante  da scritture  contabili  regolari    da  elementi  certi  e  precisi;    la commissione tributaria regionale asserisce, peraltro, che  la  contribuente, cui ne incombeva l’onere (Cass. nn. 3305/2009, 10964/2007), avesse  chiesto tempestivamente di  provare,  e  provato  documentalmente    con  scritture diverse dalle fatture  false  e  dalle  false  registrazioni    l’ammontare effettivo dei costi sopportati per acquisire la merce poi rivenduta;  sicché non sono ora necessari, né ammissibili, ulteriori accertamenti in merito”.


 


Francesco Buetto


17 Dicembre 2009


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