Giurisprudenza recente e concetto di stakeholder

Corte di Cassazione, Sent. n. 38577/2009


La Corte di Cassazione con la sentenza in esame, ha stabilito che “rischia il carcere l’imprenditore che gestisce la società in crisi continuando ad investire e coprendo i buchi con dei finanziamenti e ciò anche se la gestione avventata dura pochi mesi”.


Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto ineccepibili “le argomentazioni in forza delle quali sono state ravvisate le altre condotte illecite, in considerazione del fatto che il ben consapevole della situazione economica della società e dello stato di dissesto oramai irreversibile e che, nonostante questo, aveva continuato a gestire la società sotto un’apparenza di normalità, dissimulandone le condizioni attraverso un vorticoso giro di finanziamenti destinati a coprire temporaneamente i precedente buchi, con il solo effetto di ritardare colpevolmente una fine oramai inevitabile”.


La sentenza in esame trae origine dal ricorso conto la sentenza della Corte d’Appello di Venezia che, a sua volta, confermava quanto affermato dal tribunale di Treviso che dichiarava institore della sas in oggetto il ricorrente responsabile di tre ipotesi di reato.


La parte ricorrente presentava tre motivi di ricorso.


In particolare:


1. Vizio di motivazione e violazione dell’art. 192 c.p.p. e art. 216 e 217 l.f.; nonché vizio motivazionale nelle finalità distruttive delle operazioni di lease back;


2. Carenza di motivazione e violazione art. 191 c.p.p. con riferimento al ritenuto programma fraudolento dell’istitutore nel ricorso abusivo al credito e mancanza assoluta di motivazione con riferimento al requisito della dissimulazione;


3. Violazione dell’art. 192 c.p.p., contraddittorietà e mancanza di motivazione con riferimento all’omessa assunzione di prova decisiva in merito ai pagamenti operati dall’istitutore nei confronti di terzi.


In merito ai primi due punti la Corte territoriale, aveva indicato come nell’anomala operazione di lease back (vendita di un impianto di imbottigliamento della società fallita ad altra società e da questa ad una terza società che avrebbe concesso in leasing il tutto alla società fallita), ci sarebbe un aspetto spiccatamente distrattivo: ciò si desume dalla particolare modalità di vendita realizzata senza fatturazione e dal fatto che il prezzo pagato è confluito non nelle casse della società fallita ma in una terza società amministra tata unicamente dallo stesso ricorrente.


La Corte considera ineccepibili le argomentazioni in forza delle quali sono state ravvisate altre condotte illecite poiché “il ricorrente era ben consapevole della situazione economica della società e dello stato di dissesto irreversibile ma aveva comunque continuato ad amministrare e gestire la società sotto un’apparenza di normalità, dissumulandone le condizioni attraverso un vorticoso giro di finanziamenti destinati a coprire temporaneamente i precedenti buchi, con il solo effetto di ritardare consapevolmente una fine ormai inevitabile”.


In merito al terzo punto si sottolinea la non chiarezza dell’enunciato che non indica quale prova sarebbe stata pretermessa dalla Corte.


La Corte così sostiene che il ricorrente ha prospettato valutazioni alternative alla ricostruzione dei pagamenti in favore di terzi, ricostruzione operata egregiamente dalla Corte.


1. Responsabilità sociale d’impresa


La Commissione Europea definisce la RSI come “l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”


La responsabilità sociale d’impresa identifica un modello di governance allargata dell’impresa in base al quale chi governa ha responsabilità che si estendono dall’osservanza dei doveri fiduciari nei confronti della proprietà ad analoghi doveri fiduciari nei riguardi in generale di tutti i cosiddetti stakeholder: definizione fortemente interdisciplinare.


La responsabilità sociale d’impresa estende il concetto di dovere fiduciario da una prospettiva mono-stakeholder, in cui l’unico stakeholder rilevante ai fini dell’identificazione dei doveri fiduciari è il proprietario, a una prospettiva multi-stakeholder, in cui sussistono doveri fiduciari nei confronti di tutti gli stakeholder dell’impresa, proprietà inclusa.


La governance non è vista qui come insieme delle regole e dei controlli degli azionisti sui manager, ma più in generale come insieme dei doveri dei gestori riguardo al perseguimento dell’interesse sociale, ovvero degli interessi in nome e per conto dei quali l’impresa è condotta, e che orientano la loro discrezionalità.


Con il termine stakeholder si intendono individui o categorie che hanno un interesse rilevante in gioco nella conduzione dell’impresa, sia a causa di investimenti specifici sia a causa del fatto che essi subiscono gli effetti esterni, positivi o negativi delle transazione effettuate dall’impresa: tale concetto è stato utilizzato per la prima volta dallo Stanford Research Institute nel 1963, per indicare i gruppi senza il sostegno dei quali l’impresa cesserebbe di esistere tra cui i dipendenti, i fornitori e i clienti.


Precedentemente, il lavoro di Berle e Means aveva sottolineato la separazione tra controllo e proprietà esistente nella corporation e da ciò è stata creata la teoria dello shareholder in base alla quale “il dirigente è visto come mandatario o delegato dell’azionista che deve agire allo scopo di massimizzare il valore azionario dell’impresa”.


La definizione classica di stakeholder è: “Gli stakeholder primari, ovvero gli stakeholder in senso stretto, sono tutti quegli individui o gruppi ben identificabili da cui l’impresa dipende per la sua sopravvivenza: azionisti, dipendenti, clienti, fornitori e agenzie governative chiave. In senso più ampio, tuttavia, stakeholder è ogni individuo ben identificabile che può influenzare o essere influenzato dall’attività dell’organizzazione in termini di prodotti, politiche e processi lavorativi. In questo più ampio significato, gruppi di interesse pubblico, movimenti di protesta, comunità locali, enti di governo, associazioni imprenditoriali, concorrenti, sindacati e la stampa, sono tutti da considerare stakeholder”.


La responsabilità sociale dell’impresa si traduce nell’identificazione dei suoi stakeholder e nella ricerca di un giusto bilanciamento dei legittimi interessi in gioco: gli stakeholder pongono in essere degli investimenti di vario genere nei confronti dell’impresa, e quindi hanno un diritto di ottenere un’equa remunerazione di tali investimenti da parte dell’impresa e quindi, di fronte a interessi e pretese conflittuali tra loro, è preferibile adottare una logica relazionale e un metodo di tipo negoziale e contrattualistico.


Nell’ambito dei rapporti tra un’impresa e i suoi portatori di interesse, l’espressione “stakeholder dialogue” indica una modalità di confronto, negoziazione e riconoscimento dei reciproci interessi tra l’azienda e gli stakeholder su basi tendenzialmente paritarie, allo scopo di assumere decisioni condivise: quindi ad una fase preliminare di mappatura degli stakeholder, segue la verifica da parte dell’impresa della volontà di dialogo e partecipazione.


Sonia Cascarano


13 Novembre 2009

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