Rimpatrio o regolarizzazione: decide lo stato estero


La ridefinizione della normativa volta a consentire l’emersione – rimpatrio o regolarizzazione – delle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero da soggetti residenti in Italia, introdotta con l’art. 13-bis del decreto legge 1° luglio 2009, n. 78, in sede di conversione dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, nel testo risultante dalle modifiche apportate dal decreto legge 3 agosto 2009, n. 103, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 ottobre 2009, n. 141, se è vero che rappresenta, per tutti coloro che hanno esportato o detenuto all’estero capitali e altre attività in violazione dei vincoli valutari e degli obblighi tributari, una importante opportunità per regolarizzare la propria posizione fiscale, impone delle scelte anche in ragione del Paese in cui risiede l’esportato.

 

Come è ormai noto, le disposizioni sullo “scudo fiscale” si rivolgono alle persone fisiche e agli altri soggetti fiscalmente residenti nel territorio dello Stato che, anteriormente al 31 dicembre 2008, hanno esportato o detenuto all’estero capitali e attività in violazione dei vincoli valutari e degli obblighi tributari sanciti dalle disposizioni sul cosiddetto “monitoraggio fiscale”nonché degli obblighi di dichiarazione dei redditi imponibili di fonte estera.

 

In sostanza, la pace con il Fisco è assicurata attraverso;

  • il cosiddetto “rimpatrio” o
  • la cosiddetta “regolarizzazione”.

L’articolo 13-bis del decreto prevede, infatti, in linea generale, l’emersione tramite il rimpatrio e/o la regolarizzazione sia delle attività finanziarie che di quelle patrimoniali.

 

Come rilevato dalla circolare n. 43/E del 10 ottobre 2009, le disposizioni relative al rimpatrio hanno per oggetto le somme di denaro e le altre attività finanziarie, tra le quali: azioni e strumenti finanziari assimilati, quotati e non quotati, quote di società ancorché non rappresentate da titoli, titoli obbligazionari, certificati di massa, quote di partecipazione ad organismi di investimento collettivo del risparmio, polizze assicurative produttive di redditi di natura finanziaria, finanziamenti a soggetti esteri – indipendentemente dalla residenza del soggetto emittente – metalli preziosi allo stato grezzo o monetato, detenute all’estero, in qualsiasi Paese europeo ed extraeuropeo, a partire da una data non successiva al 31 dicembre 2008, per le quali viene disposto dal contribuente il trasferimento in Italia.

Pertanto, possono essere oggetto di rimpatrio anche i titoli e le altre attività finanziarie emesse da soggetti residenti in Italia, purché siano detenuti all’estero in violazione delle disposizioni in materia di monitoraggio fiscale, nonché le attività finanziarie e il denaro detenuti presso le filiali estere di banche o di altri intermediari residenti in Italia.

 

Il rimpatrio può avere ad oggetto anche talune attività patrimoniali.

L’operazione di regolarizzazione, invece, ha per oggetto le somme di denaro, le altre attività finanziarie sopra elencate, nonché gli investimenti esteri di natura non finanziaria, quali, ad esempio, gli immobili e i fabbricati situati all’estero, gli oggetti preziosi, le opere d’arte e gli yacht, detenuti a partire da una data non successiva al 31 dicembre 2008 in un Paese europeo o in altro Paese che garantisce un effettivo scambio di informazioni fiscali in via amministrativa.

 

Anche con riferimento alle attività diverse da quelle finanziarie il presupposto per la regolarizzazione è la violazione delle disposizioni relative al “monitoraggio fiscale”.

Per regolarizzare la propria posizione il contribuente è tenuto al versamento di un’imposta straordinaria sulle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero a partire da una data non successiva al 31 dicembre 2008 e all’effettuazione degli adempimenti richiesti per il rimpatrio o la regolarizzazione nell’arco temporale che va dal 15 settembre al 15 dicembre 2009.

 

Per beneficiare della disposizione introdotta, il contribuente è tenuto al versamento di una somma pari al 50 per cento – comprensiva di interessi e sanzioni e senza il diritto allo scomputo di eventuali ritenute o crediti – di un rendimento lordo presunto in ragione del 2 per cento annuo per i cinque anni precedenti il rimpatrio o la regolarizzazione, senza possibilità di scomputo di eventuali perdite.

 

IL RIMPATRIO

 

Il rimpatrio può essere in concreto effettuato per il denaro e le altre attività detenute in qualsiasi Paese europeo ed extraeuropeo a partire da una data non successiva al 31 dicembre 2008.

La circolare n. 43/2009 precisa che per le attività detenute in Liechtenstein, paese facente parte del SEE, è  possibile effettuare esclusivamente il rimpatrio.

Così come è possibile effettuare solo il rimpatrio per le attività detenute in Paesi extra UE, quali, ad esempio, la Svizzera, Montecarlo e San Marino.

 

LA REGOLARIZZAZIONE

 

Il contribuente, in alternativa all’effettuazione dell’operazione del rimpatrio, può avvalersi degli effetti dell’emersione attraverso la regolarizzazione del denaro e delle attività finanziarie che intende mantenere all’estero.

Anticipiamo subito che la regolarizzazione è consentita esclusivamente nel caso in cui le attività siano detenute in Paesi dell’Unione Europea, nonché in Paesi che consentono un effettivo scambio di informazioni in via amministrativa.

Ove possibile, una volta effettuata la regolarizzazione, i beni possono essere anche riportati in Italia, mantenendo gli effetti previsti per tale forma di emersione.

 

Come accennato, l’operazione di regolarizzazione è tuttavia condizionata alla circostanza che le attività finanziarie e patrimoniali siano detenute, a partire da una data non successiva al 31 dicembre 2008, in un Paese dell’Unione Europea o in un Paese aderente all’accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE) che garantiscono un “effettivo” scambio di informazioni fiscali in via amministrativa.

Secondo l’interpretazione letterale della norma, fornita dalle Entrate nella citata circolare n. 43/E, il requisito dell’effettività dello scambio di informazioni si considera in ogni caso sussistente con riferimento ai Paesi dell’Unione Europea, mentre deve essere verificato per quelli aderenti allo SEE.

Attualmente gli Stati SEE che rispettano detto requisito sono la Norvegia e l’Islanda.

 

Pertanto, per le attività detenute in Liechtenstein, anch’esso facente parte del SEE, non è consentito effettuare la regolarizzazione.

La regolarizzazione non è altresì consentita per le attività detenute in Paesi extra UE, quali, ad esempio, la Svizzera, Montecarlo e San Marino.

Tuttavia, prosegue il documento di prassi, tenuto conto della disposizione di cui all’articolo 56 del trattato 25 marzo 1957 istitutivo della Comunità europea, che vieta qualsiasi restrizione ai movimenti di capitale non solo tra Stati membri, ma anche tra Stati membri e paesi terzi, si deve ritenere possibile la regolarizzazione delle attività detenute anche nei Paesi extra UE con i quali è in atto un effettivo scambio di informazioni secondo il recente standard ONU/OCSE.

 

Pertanto, in aggiunta ai Paesi della UE e alla Norvegia e all’Islanda, la regolarizzazione è consentita da tutti i Paesi dell’OCSE che non hanno posto riserve alla possibilità di scambiare informazioni bancarie.

Si tratta, in particolare, dei seguenti Paesi: Australia, Canada, Corea del Sud, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Turchia.

 

In allegato, la circolare n. 43/2009 elenca i Paesi dai quali è possibile effettuare l’operazione di regolarizzazione:

  • Australia;
  • Giappone;
  • Polonia;
  • Austria;
  • Grecia;
  • Portogallo;
  • Belgio;
  • Irlanda;
  • Regno Unito;
  • Bulgaria;
  • Islanda;
  • Repubblica Ceca;
  • Canada;
  • Lettonia;
  • Romania;
  • Cipro;
  • Lituania;
  • Slovacchia;
  • Corea del Sud;
  • Lussemburgo;
  • Slovenia;
  • Danimarca;
  • Malta;
  • Spagna;
  • Estonia;
  • Messico;
  • Stati Uniti;
  • Finlandia;
  • Norvegia;
  • Svezia;
  • Francia;
  • Nuova Zelanda;
  • Turchia;
  • Germania;
  • Paesi Bassi;
  • Ungheria

Per l’individuazione del Paese di detenzione delle attività da regolarizzare rileva quello in cui le attività erano detenute alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (5 agosto 2009).

 

Francesco Buetto

21 Ottobre 2009


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