L’onere probatorio dell’insussistenza del costo riportato in fattura grava sull’Amministrazione Finanziaria


          Secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, Sezione tributaria, ordinanza 6 ottobre 2009, n. 21317, la fattura è documento idoneo a giustificare un costo dell’impresa.

          L’ordinanza stabilisce che l’onere della prova circa l’effettività del componente negativo riportato in fattura grava sull’Amministrazione finanziaria che ne afferma l’inesistenza.

          La questione circa il soggetto su cui gravi l’onere della prova circa i costi riportati in fattura (sul contribuente o sull’A.F.) è stata più volte dibattuta dalla giurisprudenza della Cassazione con esiti diametralmente opposti.

 

          Così, in un caso, si è affermato che l’onere della prova circa l’effettività del costo riportato in fattura grava sul contribuente (fra le altre: Cass., Sez. trib., 29 settembre 2005, n. 19109, Cass. Sez V, 30 luglio 2002, n. 11240; n. 11514 del 2001; n. 13181 del 4 ottobre 2000; n. 11514 del 7 settembre 2001); nell’altro, che debba essere l’A.f., che disconosce il costo, a provare l’insussistenza dell’operazione economica (Cass. Sent. del 17 maggio 2005, dep. il 23 settembre 2005 n. 18710 (1), Cass. 11 dicembre 2000, n. 15563; Cass. 4 dicembre 1996, n. 10812, Cass. 7 febbraio 1992, n. 1382).

          L’ordinanza che si annota si pone nel solco del secondo orientamento.

          Pertanto, nella ipotesi di fatture che l’Amministrazione ritenga relative ad operazioni inesistenti, non spetta al contribuente provare che l’operazione è effettiva, ma è onere dell’Amministrazione, che adduce la falsità del documento, dimostrare che l’operazione commerciale, oggetto della fattura, in realtà non è stata posta in essere. La fattura avrebbe l’efficacia di invertire l’onere della prova, dal contribuente alla Amministrazione finanziaria, sulla effettiva sussistenza del costo.

 

          In definitiva, in presenza di un costo fatturato è l’Amministrazione finanziaria che, ritenendolo insussistente o di minore entità, deve fornire la prova della non veridicità del dato riportato.

          E’ opinione di chi scrive che la Corte di cassazione abbia così aderito, inequivocabilmente, al principio di diritto che presidia le norme in tema di obblighi documentali a carico del contribuente.

          Lo stesso art. 21 del DPR 26 ottobre 1972, n. 633, disciplina il contenuto della fattura, prescrivendo, tra l’altro, l’indicazione dell’oggetto e del corrispettivo di ogni operazioni commerciale.

          Il rispetto degli obblighi prodromici posti dal legislatore, si pensi alla tenuta della contabilità, registrazione dell’operazione, imputazione in conto economico e in dichiarazione, diviene elemento sostanziale dell’operazione economica effettuata, dal quale l’Amministrazione finanziaria non può prescindere.

          L’assolvimento di detti obblighi, al fine di rappresentare il fatto a rilevanza tributaria, costituisce idoneo supporto probatorio nei confronti della Amministrazione finanziaria nella eventuale fase di accertamento.

          Si ritiene, in un’ottica prudenziale, che quanto affermato non debba far pensare che la sola rilevazione contabile sia sufficiente per affermare la effettiva sussistenza del componente economico negativo e la sua partecipazione al risultato reddituale, considerato che è necessario che alla rilevazione contabile si accompagni la documentazione sottostante che dia contezza dell’importo e delle ragioni della spesa. In definitiva, il contribuente che non voglia vedersi riprendere a tassazione il costo riportato in fattura è bene che si doti di ogni elemento documentale idoneo a supportarne la deducibilità.

 

          Giova rammentare che la ripresa a tassazione di un costo riportato in fattura, perché relativa ad operazioni inesistenti, espone il soggetto alla contestazione del reato di cui all’art 2 D.Lgs 74/2000, “Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”, che prevede la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni. Solo nel caso in cui gli elementi passivi fittizi siano di ammontare inferiore a 154.937,07 si applica la reclusione da sei mesi a due anni.

          E’ bene precisare che l’art 2 D.Lgs 74/2000 non prevede soglie di punibilità, ovvero anche l’avere esposto una F.O.I. in dichiarazione per un importo risibile integra la commissione del reato.

          Ciò a differenza delle altre ipotesi di dichiarazione non veritiera (art 3 “dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici” art 4 “dichiarazione infedele”) o omessa (art 5 “dichiarazione omessa) dove la consumazione del reato richiede il superamento di determinate soglie di evasione di imposta.

NOTE

 

(1) Per il commento si veda Rassegna tributaria 4/2006, pag. 1300-1317, di Leonardo Leo.

 

Avv. Maria Leo

28 Ottobre 2009

 


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