L’assenza del CVS fa perdere l’agevolazione, non si tratta solo di un elemento meramente formale

E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 62, comma 1, lettera a), L. 27 dicembre 2002, n. 289, sollevata in riferimento agli artt. 3 e  97 della Costituzione. Le finalità di tempestività ed economicità dei controlli fiscali, nonché l’esigenza di prevenire efficacemente comportamenti elusivi, realizzando meccanismi di verifica e pianificazione  della spesa pubblica, giustificano la comminatoria della decadenza per  l’ipotesi del mancato rispetto del termine fissato per la comunicazione dei dati al pari dell’accertamento sulla insussistenza dei presupposti applicativi.

 

E’ questa la massima dell’Ordinanza n. 185 del 26 giugno 2009 (ud. del 22 giugno 2009) della Corte Costituzionale, confermativa di un indirizzo ormai consolidato.

 

Il dettato normativo

 

          Con l’art. 8 della L. 23.12.2000 n. 388 è stato concesso, ai soggetti titolari di reddito di impresa operanti nel meridione d’Italia e nelle aree depresse del Centro-Nord, un credito di imposta in relazione alla effettuazione di investimenti consistenti in acquisizioni di beni strumentali nuovi. In base alla norma sopra richiamata la fruizione del beneficio era automatica, nel senso che il contribuente stesso era chiamato a calcolare l’ammontare del credito d’imposta spettante sugli investimenti realizzati.

 

          Le disposizioni introdotte dal D.L. 8.7.2002 n. 138, conv. con modif. dalla L. 8.8.2002 n. 178, hanno modificato le regole applicative.

          In particolare, è stato previsto l’obbligo di portare preventivamente a conoscenza dell’A.F. gli investimenti che gli stessi intendono effettuare ed attendere l’ammissione al beneficio (con l’art. 10 del D.L. 8.7.2002 n. 138 la disciplina è stata profondamente revisionata pure in ordine all’ambito soggettivo dell’agevolazione e ai limiti di intensità di aiuto).

          Ulteriori modificazioni sono state apportate dall’art. 62 della L. 27.12.2002 n. 289: in particolare, tale norma, con il precipuo fine di assicurare una corretta applicazione delle disposizioni in materia di agevolazioni per gli investimenti nelle aree svantaggiate di cui all’art. 8 della legge n. 388/2000, nonché di favorire la prevenzione di comportamenti elusivi, ha introdotto il monitoraggio della fruizione dei crediti d’imposta, attraverso l’invio telematico di un modello di comunicazione:

  • CVS (per i soggetti che avevano conseguito il diritto al contributo anteriormente alla data dell’08 luglio 2003);
  • CTS (per i soggetti che hanno conseguito l’assenso relativamente alle istanze presentate ai sensi dell’art. 8 della legge n. 388/2000).

Tale adempimento è posto a pena di decadenza dal «contributo automaticamente conseguito».

 

I precedenti della Corte Costituzionale

 

          Con ordinanza n. 180 del 23.05.2007 la Corte Costituzionale aveva già risolto favorevolmente per l’A.F. la questione relativa alla legittimità costituzionale delle disposizioni contenute nell’art. 62 della L. n. 289/2002.

          Richiamando la precedente ordinanza n. 124 del 20 marzo 2006, il giudice di legittimità ha ritenuto «manifestamente infondate» le questioni sottoposte al suo vaglio. In ordine all’art. 97 della Costituzione, la Corte rileva l’erroneo presupposto interpretativo della presunta natura retroattiva dell’art. 62 della legge n. 289/2002, sollevato dal giudice di Benevento.  Infatti, la norma censurata «[…] non dispone per il passato, ma fissa per il futuro un obbligo di comunicazione di dati a pena di decadenza dal contributo, a nulla rilevando che tale decadenza abbia ad oggetto un contributo già conseguito (1)».

 

          Per quanto riguarda la presunta violazione del diritto di difesa – art. 24 Cost. –  la Corte non non ne ravvisa l’incostituzionalità, in quanto l’art. 3 della L. n. 212/2000 «[…] non costituisce parametro idoneo a fondare il giudizio di legittimità costituzionale (ordinanza n. 216 del 2004) » e il termine per l’invio del modello CVS non ha «natura processuale», e quindi estraneo all’ambito di tutela riservata dall’art. 24 della Cost. (ex plurimis, ordinanze n. 940 e 21 del 19888; n. 324/1987).

 

L’intervento della Corte di Cassazione

 

          Successivamente, con ordinanza n. 8311/2009 (udienza dell’11 marzo 2009) la Corte di Cassazione, nel riprendere i passaggi più significativi dell’ordinanza della Corte Costituzionale n. 124 del 2006, rispondendo al quesito posto dalle Entrate, ha ritenuto che non incorre in violazione di legge il giudice tributario che assuma che in materia di utilizzazione del credito d’imposta ex art. 8 della legge n. 388/2000, la mancata presentazione del modello CVS comporti la decadenza dal beneficio già goduto.

La comminatoria di tale sanzione è diretta a garantire il rilevante interesse pubblico all’immediata disponibilità dei dati non ricavabili dalla dichiarazione dei redditi all’epoca  presentata, ma  necessari  allo svolgimento sia di uniformi ed organiche politiche di  incentivazione, sia di più agevoli e solleciti controlli sulla spettanza del contributo; …e dunque, la  previsione della decadenza  dal  contributo  appare adeguata e coerente con la ratio della norma censurata e non eccede i limiti dell’ampia discrezionalità riservata al legislatore  in  materia  di agevolazioni”.

 

L’ultimo intervento della Corte Costituzionale

 

          Come abbiamo anticipato, con ordinanza n. 185 del 26 giugno 2009 (ud. del 22 giugno 2009), la Corte Costituzionale è ritornata sulla questione.

          Nei giudizi a  quibus  i contribuenti hanno impugnato i provvedimenti  di  avviso di recupero di crediti d’imposta emessi  dall’Agenzia delle entrate  a  séguito della «decadenza dal diritto all’utilizzo del credito d’imposta ai sensi dell’art. 8 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, […] a causa del mancato invio  della documentazione telematica» imposto dalla norma denunciata.

 

          A detta del giudice a quo, sussistono pertanto profili di illegittimità costituzionale della norma in questione diversi da quelli  che sono stati già oggetto di precedenti giudizi della Corte.

          In particolare, il rimettente sostiene che la disposizione denunciata víola l’art. 3 della Costituzione, perché «assoggetta alla stessa sanzione situazioni nelle quali il contribuente ha posto  in  essere  un  adempimento dalla valenza esclusivamente formale ed altre nelle quali il contribuente ha indebitamente usufruito dell’agevolazione in parola»,  e  l’art. 97  Cost., perché «deroga alla disciplina generale dettata dagli artt. 2, 5 e 6  della legge 27 luglio 2000, n. 212, statuto del contribuente.

 

          La Corte, premette che, con l’ordinanza n. 124 del 2006, ha già proceduto alla ricostruzione del quadro normativo di riferimento e all’individuazione, in tale àmbito, della  ratio  della  norma denunciata.

          Secondo tale ricostruzione, l’art. 8 della legge n. 388 del 2000 – a seguito delle modifiche legislative apportate, ha stabilito che  il  contributo  è conseguito, nei limiti dei fondi stanziati, solo previo assenso dell’Agenzia delle entrate sull’istanza appositamente presentata dagli interessati e «contenente gli elementi identificativi dell’impresa, l’ammontare complessivo dei nuovi investimenti e la ripartizione regionale degli stessi, nonché l’impegno, a pena di disconoscimento del beneficio, ad avviare la realizzazione degli investimenti successivamente alla data di presentazione della medesima istanza» (comma 1-bis dell’art. 8 della legge n. 388 del 2000, introdotto dall’art. 10 del decreto-legge n. 138 del 2002);

          Pertanto, nel quadro di questo  nuovo  sistema  basato  sulla  fruizione  del contributo previo assenso, la  norma  censurata  ha  previsto  una  nuova procedura di acquisizione dei dati sugli investimenti realizzati, ponendo il relativo obbligo informativo a carico sia delle imprese che hanno già conseguito in via automatica il diritto al contributo, sia di quelle che lo hanno conseguito previo assenso dell’Agenzia delle entrate.

 

          Tale anticipata  acquisizione di dati consente di perseguire sia la finalità di rendere piú tempestive e meno onerose per l’amministrazione finanziaria le verifiche sulla  spettanza  del contributo, sia le finalità,  di  pari interesse pubblico, indicate nell’alinea del comma 1 del citato art. 62 della  legge  n.  289 del  2002, della «prevenzione  di  comportamenti  elusivi»  e della realizzazione di «adeguati monitoraggi e pianificazioni dei flussi di spesa,  occorrenti  per assicurare pieni utilizzi dei contributi».

          Nella fase di passaggio dal  regime  fondato  sulla  fruizione automatica del contributo  a  quello  fondato  sulla  sua  fruizione previo assenso, la sollecita acquisizione di dati esaurienti  assume  una  speciale importanza in relazione alle imprese che hanno già conseguito in via automatica il contributo; infatti, queste ultime  imprese,  in  base alla  disciplina  prima vigente, avevano fornito all’amministrazione finanziaria, con la dichiarazione dei redditi, soltanto quei pochi dati richiesti all’epoca  per far valere il credito di imposta; con  la  conseguenza che esse potevano essere  assoggettate  solo agli  eventuali  controlli della dichiarazione previsti dalla legge in via ordinaria.

 

          In considerazione delle sopra evidenziate esigenze di tempestiva integrazione dei dati a disposizione  dell’amministrazione  finanziaria, per la Corte Costituzionale risulta non irragionevole che la «decadenza dal contributo» automaticamente conseguito sia prevista tanto per l’ipotesi del mancato rispetto del termine fissato per la comunicazione  dei  dati  stessi,  quanto  per  quella  della riscontrata insussistenza dei requisiti per fruire dell’agevolazione.

          Infatti, osserva la Corte, “la comminatoria di tale sanzione è diretta a garantire il rilevante interesse  pubblico all’immediata  disponibilità  dei  dati  non ricavabili dalla dichiarazione dei redditi all’epoca presentata, ma necessari allo svolgimento sia di uniformi ed organiche  politiche  di incentivazione, sia di piú agevoli e solleciti controlli sulla spettanza del contributo (ordinanza n. 124 del 2006)”.

 

          Dunque, la denunciata disparità di trattamento non sussiste, perché la previsione della decadenza dal contributo appare adeguata e coerente  con la ratio della norma censurata e non eccede i limiti dell’ampia discrezionalità riservata al legislatore in materia di agevolazioni;  limiti che,  come la Corte  ha piú volte affermato, vanno individuati esclusivamente nella «palese arbitrarietà od  irrazionalità»  (ex  plurimis, sentenze n. 346 del 2003 e n. 431 del 1997 e ordinanze n. 46  del  2009,  n. 124 del 2006 e n. 275 del 2005).

          Inoltre, anche la censura  per  cui  la  norma  denunciata,  derogando  «alla disciplina generale dettata dagli artt. 2, 5 e 6 della legge 27 luglio 2000, n. 212», violerebbe l’art. 97 Cost., è manifestamente  infondata,  perché  – contrariamente a quanto assume il rimettente – da un lato,  la  norma censurata  non  attiene  all’organizzazione  dei  pubblici uffici cui si riferisce il citato art. 97 Cost., “dall’altro le disposizioni della legge n. 212 del 2000 non costituiscono parametro idoneo a fondare il giudizio di legittimità costituzionale (ex multis, ordinanze n. 180 del 2007  e  n.  216 del 2004)”.

   

Brevi considerazioni

 

          L’ennesima Ordinanza della Corte Costituzionale – che continua a ritenere efficace la norma che prevede la decadenza in cui incorre il contribuente che non invia il CVS – fa venir meno ogni speranza agli operatori che ritenevano l’invio del CVS un elemento meramente formale.

          E la cosa non è di poco conto: perché magari a fronte di ingenti investimenti – effettivamenti  realizzati – vaniscono i benefici per la mancata trasmissione del modello CVS.

 

Francesco Buetto

28 Settembre


NOTE

(1) Cfr. Ordinanza della Corte Costituzionale n. 124 del 2006


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