I reati tributari (IV parte)

Premessa introduttiva

 

Nella quarta puntata della giurisprudenza dedicata ai reati tributari trattiamo di un tema abbastanza “caldo”, quale quello dei riflessi penali dell’emissione e dell’utilizzo di fatture false.

Dopo che con la L. n. 516/82 (legge in vigore ante riforma), si era considerata nell’art. 4, lettera d), come illecito penale non la sola emissione di fatture o altri documenti per operazioni in tutto o in parte inesistenti, ma anche la condotta di indicazione, nei predetti documenti, di nomi diversi da quelli veri in modo che ne risultasse impedita la identificazione dei soggetti cui si riferivano le operazioni documentate, la riforma adottata con il D.Lgs. n. 74 del 10 marzo 2000 ha disciplinato le due condotte di emissione ed utilizzazione di tali documenti in due norme distinte, agli artt. 2 ed 8. In sede di riforma, inoltre, è stata per la prima volta introdotta – all’art. 1, lettera a) – una espressa definizione della nozione di “fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”, essendosi stabilito che con tale espressione si intende fare riferimento alle fatture o agli altri documenti aventi rilievo probatorio analogo in base alle norme tributarie, emessi a fronte di operazioni non realmente effettuate in tutto o in parte o che indicano i corrispettivi o l’imposta sul valore aggiunto relative alle suddette operazioni in misura superiore a quella reale, ovvero che riferiscono l’operazione a soggetti diversi da quelli effettivi.

 

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Effetti della sentenza penale di condanna

Nessuna automatica autorità di cosa giudicata può attribuirsi nel separato giudizio tributario alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa, in materia di reati tributari, ancorché i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’Amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento nei confronti del contribuente. Pertanto, il giudice tributario non può limitarsi a  rilevare l’esistenza di una sentenza definitiva in materia di reati tributari, estendendone automaticamente gli effetti con riguardo all’azione accertatrice del singolo ufficio tributario, ma, nell’esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta della parti e del materiale probatorio acquisito agli atti, deve, in ogni caso, verificarne la rilevanza nell’ambito specifico in cui esso è destinato ad operare.

(Cassazione, sezione tributaria, sentenza n. 14953/06)

 

 

E’ a carico del contribuente la prova della veridicità della fattura

Qualora l’Amministrazione contesti al contribuente che alcune fatture  sono state emesse per operazioni inesistenti, incombe sul contribuente stesso dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni. A tal fine non è sufficiente la mera esibizione dei mezzi di pagamento (assegni) che, normalmente, vengono utilizzati fittiziamente (nel caso di specie, essi erano ritornati, dopo varie girate, nella disponibilità della contribuente).

(Cassazione, sezione tributaria, sentenza n. 28695/05)

 

 

Va versata ugualmente l’iva su operazioni inesistenti

L’ufficio finanziario ha il potere di accertare la sussistenza dell’eventuale simulazione di un contratto in grado di pregiudicare il diritto dell’Amministrazione alla percezione del giusto tributo, senza la necessità di un preventivo giudizio di simulazione, spettando poi al giudice tributario, in caso di contestazione, il potere di controllare incidenter tantum, attraverso l’interpretazione del negozio ritenuto simulato, l’esattezza di tale accertamento, al fine di verificare la legittimità della pretesa tributaria (nella fattispecie, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso avverso la sentenza della Commissione regionale, la quale aveva ritenuto legittimo l’accertamento fondato sulla dedotta simulazione di operazioni inesistenti, con conseguente indetraibilità dell’Iva versata per tali operazioni).

(Cassazione, sezione tributaria, sentenza n. 12353/05)

 

 

Profili di diritto di procedura penale

La contestazione suppletiva dell’utilizzo nella dichiarazione annuale dei redditi di fatture per operazioni inesistenti può essere praticata con il ricorso alla procedura di cui all’art. 516 del codice di procedura penale, ma se l’imputato è contumace va rispettato il disposto dell’art. 520 del codice di procedura penale.

(Cassazione, sezione penale, sentenza n. 19553/04)

 

 

Riforma dei reati e modifiche delle contestazioni

Non costituisce reato l’emissione di fattura per operazione inesistente finalizzata esclusivamente al conseguimento di un vantaggio fiscale per l’emittente, trattandosi di fattura non contabilizzata dalla società destinataria e dichiarata non imponibile ai sensi dell’art. 8 del D.P.R. n. 633/1972.

(Cassazione, sezione penale, sentenza n. 19234/05)

 

 

Depenalizzazione dei reati commessi prima della riforma

A fronte dell’originaria contestazione di una frode fiscale per utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti (art. 4, lettera d, della L. n. 516/1982) è consentito al pubblico ministero, avuto riguardo alle circostanze emerse nell’istruzione dibattimentale, modificare l’imputazione evidenziando l’uso delle fatture in dichiarazione dei redditi ed Iva, riconducibile alla fattispecie ex art. 2 del D.Lgs. n. 74/2000.

(Cassazione, sezione tributaria, sentenza n. 23442/05)

 

 

Depenalizzazione dei reati commessi prima della riforma

La frode all’Iva con fatture per operazioni inesistenti consumata prima della vigenza del D.Lgs. 10 marzo 2000, n.  74, non è in continuità normativa con l’art. 2 di tale decreto.

Il recepimento in dichiarazione Iva del dato emergente dalla fattura per operazione inesistente era estraneo alla fattispecie ex art. 4, lettera d), della L. n. 516/1982 e la fattispecie ex art. 4, lettera f), della L. n. 516/1982 prevedeva come oggetto della condotta materiale la sola dichiarazione dei redditi e non quella ai fini Iva.

(Cassazione, sezione penale, sentenza n. 29235/05)

 

 

E’ a carico dell’Ufficio la prova della veridicità della fattura

Le fatture costituiscono – di per sé – idoneo mezzo di prova delle operazioni compiute da un’impresa. Pertanto, incombe sull’Amministrazione che le contesti fornire la prova che esse sono state emesse per operazioni inesistenti e che, quindi, i relativi costi sono stati indebitamente detratti dal reddito.

(Cassazione, sezione tributaria, sentenza n. 18710/05)

 

 

Non c’è dolo nelle fatture false in banca

Non sussistono i presupposti per l’applicazione dell’Iva nei casi in cui le fatture relative ad operazioni inesistenti, presentate a vari istituti di credito per l’accredito, salvo buon fine delle corrispondenti ricevute bancarie, non siano mai state utilizzate ed inserite nella contabilità e non abbiano, quindi, mai assunto rilevanza  ai fini fiscali.

(Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone, sentenza n. 66/IV/05)

 

 

Applicabilità di ipotesi attenuate del reato

L’ipotesi attenuata di emissione di fatture per operazioni inesistenti di cui all’art. 8, comma 3, del D.Lgs. n. 74/2000 ha  natura giuridica di reato autonomo ed è applicabile anche in caso di falsità esclusivamente soggettiva.

(Cassazione, sezione penale, sentenza n. 26395/04)

 

 

Ancora sulla ipotesi attenuata del reato

Nel   calcolo   della   soglia   dell’ipotesi   attenuata nell’emissione di fatture per operazioni inesistenti vanno incluse le somme relative all’Iva.

(Cassazione, sezione penale, sentenza n. 19583/04)

 

 

Casi di prova della fittizietà dell’operazione

Nel  delitto  di  emissione  di  fatture   per   operazioni inesistenti il fine di consentire a  terzi  l’evasione  delle  imposte  sui redditi o dell’Iva può considerarsi in re ipsa quando  sia  dimostrato  che l’emittente non era in grado di effettuare le operazioni commerciali per le quali ha emesso le fatture e  neppure  ha  prospettato  una  finalizzazione della propria condotta a scopi esclusivamente extratributari.

(Cassazione, sezione penale, sentenza n. 38749/04)


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