Divieto di rettifica in assenza di motivazione


          L’ufficio finanziario non può procedere alla rettifica IVA di costi non contabilizzati se non fornisce valide motivazioni a supporto degli elementi di fatto dedotti.

          Quanto precede è contenuto nella sentenza n. 17572 depositata il 29 luglio 2009 della Corte di Cassazione (V sezione civile) da cui emerge che l’ufficio accertatore deve motivare i fatti indicati nell’avviso di accertamento che presentano i requisiti di “gravità, precisione e concordanza” ex art. 2727 c.c., idonei a fondare la presunzione di inesistenza delle operazioni compiute.

 

          Com’è noto la presunzione altro non è che la conseguenza che la legge o il giudice trae da un elemento di fatto noto per risalire a un fatto ignorato e nell’ambito di queste si deve distinguere tra presunzioni semplici lasciate dalla legge al libero apprezzamento del giudice e quelle legali il cui valore probatorio è riconosciuta dalla legge stessa senza che il giudice le possa valutare liberamente. Le presunzioni legali si distinguono a loro volta in presunzioni legali assolute conto cui non è ammessa la prova contraria e in presunzioni legali relative contro le quali è possibile fornire una prova contraria.

 

          Nel caso portato al vaglio della Cassazione l’ufficio finanziario ha notificato un avviso di rettifica ad una società del nord a seguito delle risultanze di un processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza contestando l’indebita detrazione dell’IVA relativamente ad operazioni inesistenti intercorse tra la stessa ed altra impresa risultata “una cartiera”. Il rappresentante di quest’ultima aveva reso una confessione da cui emergeva che la maggior parte delle fatture emesse erano per operazioni inesistenti, citando, tra l’altro, come destinataria la società ricorrente. Detta società ha proposto ricorso accolto dai giudici di primo mentre i giudici di secondo grado hanno ritenuto che l’ufficio non aveva indicato gli elementi di fatto da cui emergeva è stato respinto dai giudici della Commissione tributaria regionale.

 

          I giudici della Corte di Cassazione, avallando l’operato della Commissione Tributaria Regionale, hanno ritenuto preliminarmente che nel ricorso proposto l’ufficio non ha esibito alcuna prova a sostegno del suo accertamento, limitandosi ad allegare parte del verbale della Guardia di Finanza (in cui si afferma che le dichiarazioni rese da rappresentante dell’impresa cedente sono contraddittorie). L’ufficio non ha fornito gli elementi da cui si potesse configurare una presunzione ovvero l’assunta carenza di qualsiasi struttura organizzativa, amministrativa e commerciale dell’impresa fornitrice né ha esposto i dati fattuali emersi dalla documentazione bancaria riferibile a quest’ultima. In particolare il ricorrente non ha spiegato perché da quei fatti (pure indicati genericamente) si possono trarre elementi, forniti dei requisiti di “gravità, precisione e concordanza” richiesti dall’art. 2727 c.c., idonei a fondare la presunzione di inesistenza delle operazioni contestate e avvenute tra la società accertata e l’impresa fornitrice.

 

          Sul tema in esame la giurisprudenza ha più volte posto sul contribuente l’onere della prova (Cfr. Cass. 8 febbraio 2008, n. 3034; 16 dicembre 2008, n. 29396) ritenendo comunque che in materia di accertamento fondato su presunzioni i requisiti di gravità, precisione e concordanza il ragionamento presuntivo che consente di ritenere provato un fatto ignoto sulla base di un fatto noto, implica che quest’ultimo non presenti margini di incertezza e non sia, a sua volta, frutto di presunzione (Cass. 11 maggio 2007, n. 10792). Le presunzioni semplici su cui può essere fondato l’accertamento induttivo non possono che essere assistite dalla connotazione civilistica di cui agli articoli 2727 e 2729 c.c. e lo stesso, quindi, non può fondarsi su elementi di scarsa consistenza oggettiva (1).

 

          In mancanza di necessari elementi presuntivi o probatori che valutano debitamente la natura e i presupposti reali della professione, o da elementi ricavati da verifiche contabili bancarie o documentali, l’avviso di accertamento fondato sui “parametri” può risultare carente (Cfr. CTR Lazio, sez. XXXVI, 24 gennaio 2006, n. 130).

 

          Emerge che l’onere di provare la veridicità delle fatture, per il contribuente, è ravvisabile solo allorché gli organi preposti ai controlli fiscali indicano elementi che almeno fanno sorgere dubbi sulla non veridicità delle fatture contabili (2). Il contribuente è tenuto a provare la legittimità e la correttezza delle operazioni attraverso l’esibizione della relativa documentazione, viceversa la detrazione richiesta deve considerarsi indebita (CTR,sez. I, 16 aprile 2008, n. 131).

 

Enzo Di Giacomo

26 Settembre 2009

 


NOTE

 

(1) CTR Toscana 20 aprile 2006, n. 10. L’accertamento non può basarsi sulla percentuale  di ricarico con uno scostamento modesto rispetto alla media dei valori riferibili alle imprese del settore né su elementi di raffronto cui sia attribuita una valenza o notorietà senza che siano riscontrati o desumibili dagli atti.

(2) Cass. 21 agosto 2007, n. 17799. Gli organi di controllo non possono ritenre che tutte le fatture si presumono false, fino a prova contraria fornita dal contribuente.


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