Sono indizi le dichiarazioni di terzi


          Con sentenza n. 14290 del 19 giugno 2009 (ud. del 4 marzo 2009), la Corte di Cassazione ha affermato che il divieto relativo all’acquisizione della prova testimoniale nel processo tributario, di cui all’art. 7, del D.Lgs. n. 546/1992, trova fondamento nell’esigenza di celerità e speditezza del rito. Tuttavia, le dichiarazioni rese da terzi e raccolte dalla polizia tributaria possono  assumere  valenza di indizi utilizzabili dal giudice non essendo annoverabili  fra  le  prove testimoniali per difetto dei presupposti di sostanza e di forma.

          Infatti, “l’esclusione della prova testimoniale è dettata da un’esigenza di speditezza del processo tributario (cfr. Cassazione civile, sez. 1^, n. 12854 del 19 dicembre 1997) e non comporta l’inutilizzabilità delle dichiarazioni di terzi rese  ai verbalizzanti, secondo quanto chiarito dalla stessa giurisprudenza richiamata dalla società ricorrente (si veda in particolare Cassazione civile, sezione 5^, n. 19114 del 29 settembre 2005 secondo la quale le dichiarazioni di terzi raccolte dalla Polizia tributaria ed inserite nel processo verbale di constatazione non hanno natura di testimonianza bensì di mere  informazioni  acquisite  nell’ambito   di indagini amministrative, sfornite, pertanto, ex se, di efficacia probatoria, con la conseguenza che esse risultano del tutto inidonee, di per sè, a fondare  un’affermazione di responsabilità del contribuente in termine di imposta,  potendo  soltanto (come nella specie) fornire un ulteriore riscontro a quanto già accertato  e provato aliunde in  sede  di  procedimento  tributario)”. 

 

          Osserva, quindi, la Corte che “coerentemente a questa giurisprudenza la motivazione della C.T.R.  non  fonda  affatto  la decisione su tali dichiarazioni dei terzi ma si limita a rilevare che, contrariamente a quanto affermato nella  motivazione della C.T.P.,  le affermazioni della Guardia di Finanza trovano invece riscontro nella quasi totalità delle dichiarazioni rese dai terzi”. La  ricorrente  censura proprio questa espressione, sotto il profilo del difetto di motivazione, ritenendo che la C.T.R. avesse l’obbligo di analizzare dettagliatamente il  contenuto di quella parte minoritaria  delle dichiarazioni non  in  conformità  con  le affermazioni della Guardia di Finanza.

          La censura  – per i Massimi giudici – “si dimostra  palesemente generica  e  indeterminata dato che non indica quali dichiarazioni smentirebbero le affermazioni dei verbalizzatori nè argomenta le ragioni per cui esse dovrebbero inficiare la credibilità del processo verbale”. Di fronte a una concisa  espressione della motivazione della C.T.R., che vuole solamente affermare il generale riscontro delle affermazioni dei verbalizzatori da parte dei terzi sentiti in sommarie informazioni, la ricorrente attribuisce alla stessa espressione un significato niente affatto univoco e diretto a riaprire il giudizio di merito,  sopravvalutando il significato da attribuire nel contesto della motivazione,  all’espressione “quasi totalità“. Sul punto viene richiamata la giurisprudenza della Corte, secondo cui il vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia, denunziabile  per  cassazione  ai  sensi  dell’art.  360 c.p.c.,  n.  5,  postula che il giudice di merito abbia formulato un apprezzamento, nel senso che, dopo avere percepito un fatto di  causa  negli esatti termini materiali in cui  è  stato prospettato dalla parte, abbia omesso di valutarlo in modo  che  l’omissione  venga  a  risolversi in  un implicito accertamento negativo sulla rilevanza del fatto stesso, ovvero lo abbia valutato in modo insufficiente o illogico (Cassazione  civile  sezione 3^ n. 19298 dell’8 settembre 2006)”.

 

          In ordine alla mancata considerazione della  sentenza di proscioglimento la Corte osserva che la stessa ha natura di provvedimento di  non  luogo  a procedere, “inidoneo ad acquisire l’efficacia di cosa giudicata. La C.T.R. ha richiamato altresì il principio di piena autonomia del giudice tributario nella valutazione degli elementi probatori emergenti in  sede  di processo penale. Ed è implicito in tale richiamo il riferimento del  giudice per le indagini preliminari al difetto degli  elementi  probatori  necessari per la prosecuzione del procedimento  penale a carico dell’amministratore della società contribuente per i reati di  omessa  contabilizzazione  di corrispettivi e di frode fiscale ma senza  pregiudizio  per  la  legittimità dell’accertamento tributario”.

 

          Infine, in merito alla presunta mancata disamina della prova contraria alla pretesa impositiva (si riferisce specificamente alla voluminosa ed esaustiva perizia depositata in atti), per la Corte questo motivo “pecca di indeterminatezza perchè  non  specifica  in quali punti le risultanze della perizia contraddirebbero l’ampia motivazione della C.T.R. basata su una serie cospicua di elementi pertinenti e rilevanti rispetto ai quali non viene  portato dalla  ricorrente  alcun  elemento di concreto confronto idoneo a far ritenere l’insufficienza o la  incongruità della motivazione. Vi è solo l’affermazione, oscura e generica, per  cui  la perizia contabile era volta a dimostrare che i flussi di cassa rinvenuti dai verificatori con lo strumento dell’accertamento bancario non avevano rilevanza ai fini del  tributo  in  questione. Il raggiungimento di tale finalità doveva però essere dimostrato dalla  ricorrente  nell’illustrazione del motivo di ricorso mentre rimane del tutto apodittica l’affermazione  per cui sarebbe stato misconosciuto  lo  sforzo incredibile della perizia di documentare e giustificare l’irrilevanza di centinaia di operazioni bancarie sui conti personali dei soci. Il ricorso va  pertanto  ritenuto generico e privo del  requisito  di  autosufficienza.  È  infine  palesemente  illogico sostenere che i giudici di appello avrebbero disconosciuto senza una congrua motivazione una  capacità reddituale autonoma dei soci  persone  fisiche rispetto alla società non tenendo conto delle vincite al  casinò  realizzate in anni successivi a quello cui si riferisce l’accertamento IVA”.

 

Riflessioni

 

          La  prova  testimoniale richiamata dal citato art. 7 del D.Lgs. n. 546/1992 – ed esclusa – è esclusivamente quella che si forma in sede processuale, restando possibile la formalizzazione di dichiarazioni  verbali  rese agli organi operanti, le quali pur non essendo prove immediatamente fruibili  hanno valenza indiziaria.

          Tali dichiarazioni non possono avere natura di prova certa ed  inequivoca,  ma  semmai  di  mero indizio bisognevole di ulteriori supporti, non potendosi ad esse attribuire il significato e la  portata  della  prova testimoniale, atteso che, a differenza di quest’ultima,  non  sono  assunte con le garanzie e le modalità rigidamente previste nel codice di  procedura civile.

 

          Siamo in presenza, quindi, di elementi indiziari, che possono concorrere a formare il  convincimento del giudice, ma non sono, da soli, idonei a fondare  la  decisione,  se  non supportate da riscontri oggettivi.

          Anche al  contribuente è data la possibilità di utilizzare in suo favore eventuali dichiarazioni a lui  rese da terzi al di fuori del giudizio,  nell’ottica di attuazione dei principi  del  giusto  processo“.

          Naturalmente anche per il contribuente le dichiarazioni in questione  non potranno avere  pieno valore probatorio, ma solo il  valore  di  elementi“,  che non possono costituire da soli il fondamento della decisione.

          Il valore probatorio delle verbalizzazioni è quindi rimesso al libero  apprezzamento del giudice.

 

          Si segnalano le sentenze di maggiore interesse rese, in quest’ultimo periodo, dalla Corte di Cassazione:

  • sentenza n. 16418 del 23 gennaio 2008 (dep. il 18 giugno 2008) confermativa dell’avviso di accertamento fondato su dichiarazioni rese  da  terzi.  Le dichiarazioni di terzi, nel caso di specie clienti, ben  possono  costituire la base di un ragionamento induttivo circa il  reddito presumibile del contribuente.  E  tale  utilizzazione  non  contrasta  con  il  divieto di assunzioni di prove testimoniali nel processo tributario. Né è priva di supporto la supposizione secondo cui la ditta praticasse a tutta la clientela condizioni analoghe a quelle accertate in ordine ai clienti le cui dichiarazioni sono state assunte”;
  • sentenza n. 6548 del 18 marzo 2009 (ud. del 6 febbraio 2009) secondo cui l’insufficienza della motivazione consiste principalmente nell’omessa disamina  degl’indizi  forniti  dai  verbalizzanti,  nel  quadro complessivo  del materiale raccolto (Cass.  nn.  3390/2005, 16831/2003, 15399/2002 ed altre), al fine di valutare, con giudizio di merito non censurabile in questa sede  se  correttamente  motivato,  la  possibilità  o l’impossibilità di pervenire, con un grado di  approssimazione  ragionevole, all’accertamento dell’evasione fiscale: è invero sufficiente che il fatto ignoto da provare (evasione fiscale) sia desumibile dal fatto  noto  non  in termini di assoluta certezza, ma come conseguenza ragionevolmente  possibile o probabile, secondo regole di esperienza (Cass. nn. 16993/2007, 13546/2006, 12802/2006 ed altre); purché di tale deduzione probabilistica il giudice  di merito dia adeguato conto in motivazione”. Inoltre, “sono  giuridicamente  (e  logicamente) errate le seguenti affermazioni: che il giudice tributario non debba tenere in alcun  conto  le dichiarazioni di terzi alla guardia di finanza, per non violare il divieto di prove testimoniali; che quindi non possa darsi valida presunzione se gli unici indizi raccolti provengano da dichiarazioni orali, non suffragate da prove documentali“. Per la Corte, “ le dichiarazioni rese da terzi nel corso della procedura di accertamento sono utilizzabili nel contenzioso tributario, pur caratterizzato dal divieto di prova testimoniale, quali  indizi  a  supporto della pretesa dell’ufficio (C. cost. sent. n. 18/2000; Cass. nn. 9402/2007, 14774/2000); e che la presunzione ha valore autonomo di prova della  pretesa fiscale, senza necessità di riscontri documentali, se fondata, con  criterio probabilistico  e  non di assoluta necessità (Cass. nn. 16993/2007, 13546/2006, 12802/2006 ed altre), su indizi che,  valutati  singolarmente  e nel  complesso  delle  acquisizioni  processuali   (Cass.   nn.   3390/2005, 16831/2003, 15399/2002 ed altre),  siano  ritenuti  dal  giudice  di  merito gravi, precisi e concordanti, con giudizio non suscettibile  di  riesame  in sede di legittimità se congruamente motivato. Tale  presunzione  sposta  sul contribuente l’onere della prova contraria (Cass. nn. 9203/2008,1575/2007)”.

          La sentenza che si annota, inoltre, rivendica, ancora una volta, l’autonomia del processo tributario rispetto al processo penale e non prende in considerazione la perizia di parte – oscura e generica – in una parola, vaga.

 

Francesco Buetto

14 Luglio 2009


Partecipa alla discussione sul forum.