La prostituzione si tassa...sinteticamente...

interessanti le conclusioni cui perviene una sentenza della Commissione tributaria di Reggio Emilia, che si occupa dell’accertamento sintetico, esaminando un aspetto particolare: la tassazione dei proventi da meretricio

Sono interessanti le conclusioni cui perviene la sentenza n. 131 dell’11 giugno 2009 (ud. del 9 giugno 2009) della Comm. trib. prov. di  Reggio  nell’Emilia,  Sez.  I  –, che si occupa dell’accertamento sintetico, esaminando un aspetto particolare: la tassazione dei proventi da meretricio.


 


Il processo


 


          La  sig.ra  …,nata  a  Casablanca (Marocco), ricorre avverso altrettanti avvisi di accertamento di tipo sintetico emessi dall’Agenzia delle Entrate, Ufficio di Reggio Emilia, ai fini Irpef e relative sanzioni per gli anni d’imposta 2001, 2002, 2003, 2004, 2005; assume l’Agenzia che a carico della contribuente, sarebbe accertabile, secondo il disposto dell’art. 38,  comma 4, DPR  600/73, sulla  base del contenuto induttivo di elementi e circostanze di fatto certi, un reddito  complessivo netto che si discosterebbe di almeno un quarto da  quello  dichiarato;  i suddetti elementi si concretizzerebbero nella disponibilità di uno e, per un periodo d’imposta, di più immobili, posseduti a titolo di locazione non finanziaria  e di un’autovettura; inoltre alla stessa sarebbero anche attribuibili incrementi patrimoniali concretizzantisi in una continuativa serie di trasferimenti di denaro  in  Marocco.


 


          La Ricorrente deduce l’illegittimità degli impugnati avvisi in quanto negli  stessi: 1) non sarebbe individuato, ex art. 38, comma 2, cit., in quale categoria  il reddito accertato sarebbe da ricomprendere, 2) il valore induttivo dell’incremento patrimoniale non sarebbe correttamente quantificato; spiega poi che il maggior reddito sinteticamente accertato avrebbe fonte non nella mancata dichiarazione di redditi  percepiti ma nella circostanza che la Ricorrente, negli anni di cui agli accertamenti impugnati, ha intrattenuto varie relazioni sentimentali di  natura  extraconiugale, cioè con partner coniugati, dai quali ha ricevuto “regali” consistenti sia in  denaro  che  in beni; la tipologia delle suddette frequentazioni giustificherebbe,  altresì, la disponibilità di  varie  utenze  telefoniche  (più  utenze  attivate  per l’ovvia ragione che intrecciando più relazioni con più soggetti “l’uno  non doveva sapere dell’altro”) e delle locazioni di più immobili; a ciò consegue che: “Detti” ricavi” non possono, come è ovvio, dar corpo ad imposizione. Aggiunge poi che, ove si ritenesse che i suddetti  guadagni” non trovassero giustificazione nelle richiamate varie relazioni sentimentali, “ma potessero essere ritenuti quali controprestazioni di natura sessuale che la Ricorrente ha, ovviamente, intrattenuto con i propri amanti”, tali utilità/regali non possono comunque essere assimilati ai  redditi  derivanti dall’attività di meretricio, ma anche lo fossero non possono  in  ogni  caso considerarsi tecnicamente  redditi  poiché:  i  proventi  dell’attività  di prostituzione non possono essere ascritti a nessuna  categoria  reddituale“.


 


          Si costituisce in  giudizio l’Agenzia con  memorie  in  cui  rivendica  la legittimità del proprio operato, sottolineando come l’obbligo di individuare la categoria del reddito accertato sussista solo per gli accertamenti  di tipo analitico e non anche per quelli di tipo sintetico, confermando la correttezza della valorizzazione induttiva degli incrementi patrimoniali  ed evidenziando come: “.. qualora si ritenga che la prostituzione dia  luogo  a proventi illeciti (almeno sotto  il  profilo  civile),  questi  ultimi  sono imponibili: se si configura una  vera  e  propria  attività  esercitata  per professione abituale, il reddito potrà essere ricompreso fra le attività  di lavoro autonomo,mentre se si tratta  di  attività  non  abituale  saremo  in presenza di redditi diversi“; conclude ricordando come anche la Corte di Giustizia CEE abbia riconosciuto all’attività di prostituzione la qualifica di lavoro autonomo (sent. 20/11/2001, causa C-268/99).


 


Motivi della decisione


 


          In via pregiudiziale la Commissione emiliana affronta e risolve la questione della causa della disponibilità in capo alla Ricorrente degli elementi e circostanze    di fatto certi, ivi compresi gli incrementi patrimoniali, individuati dall’Agenzia; in altre parole và chiarito se la capacità di  spesa, indubbiamente dimostrata, e   non contestata, dalla Ricorrente, sia il frutto di entrate finanziarie, e/o equivalente, originate da una delle categorie di reddito di cui all’art. 6 cit.;  poiché  se fosse dimostrato che queste entrate avevano natura di donativi di modico valore le stesse non sarebbero inquadrabili in alcuna delle  categorie reddituali  di cui all’art. 6 cit.


          La Ricorrente afferma che le suddette entrate finanziarie troverebbero  causa  nelle numerose relazioni sentimentali di   natura clandestina intrattenute con uomini, coniugati, da cui avrebbe ottenuto, “animo donandi“, “regali consistenti sia in denaro sia  in  beni“; dalle modalità, e dalla frequenza, dei suddetti rapporti appare difficile credere, secondo quella che é la comune esperienza, che i partner “coniugati” della Ricorrente fossero motivati nei loro regali da un “animo  donandi“,  id  est “spirito  di  liberalità“,  e  non,  invece,  dalla  convinzione di dover riconoscere  alla Ricorrente un corrispettivo  per le sue   prestazioni sessuali; a ciò consegue che i rapporti tra la Ricorrente e gli uomini  con cui manteneva relazioni apparivano regolati da un preciso accordo commerciale, esplicito o  implicito,  di  tipo sinallagmatico, un “do  ut facias“, per cui le parti, nel corso dei loro rapporti, erano ben consci  di dover adempiere ad un preciso obbligo  contrattuale;  queste  considerazioni portano a concludere che “la Ricorrente svolgesse per professione abituale, ancorché  non  esclusiva, un  attività di lavoro autonomo consistente nell’intrattenere dietro corrispettivo rapporti sessuali  con  uomini, cioè svolgesse un’attività di meretricio; invero come ci insegna la  dottrina il lavoro autonomo risulta caratterizzato dai  seguenti  elementi:  1) la prevalenza del lavoro personale del prestatore d’opera; 2)  l’assenza  del vincolo della subordinazione; 3) la  libera  pattuizione  del compenso;  4) l’assunzione a carico del lavoratore  degli  oneri  relativi  all’esecuzione della prestazione e del  rischio inerente all’esecuzione medesima; tutti elementi che sono rinvenibili  nell’attività svolta dalla  Ricorrente;  và pertanto affermato che le entrate finanziarie di cui sopra  erano  originate dalla categoria del reddito di lavoro autonomo”.


 


          Sempre in via pregiudiziale va affrontato il problema se, affermata l’origine reddituale, sub specie di attività di lavoro autonomo, delle suddette entrate  l’Agenzia avrebbe dovuto procedere ad emettere una accertamento di tipo  analitico,  anche  se  induttivo,  e  non  invece  un accertamento di tipo sintetico;  l’art. 38, 4°comma, cit., non pone un simile onere a carico dell’Agenzia, (L’Ufficio indipendentemente dalle disposizioni recate dai commi precedenti e dall’art. 39,…), “ che è  pertanto  libero  di scegliere la via che ritiene più proficua”.


          Ancora in via pregiudiziale va respinta, in quanto infondata, l’eccezione della Ricorrente in ordine alla carente individuazione, secondo il combinato disposto degli artt. 38, 2°comma, cit. e 6 DPR 917/86, della categoria cui imputare il maggior reddito accertato: invero il suddetto obbligo, come ben ricorda l’Agenzia  resistente, è operante, secondo il disposto dell’art. 38,  4°comma,  cit. (“L’ufficio,  indipendentemente  dalle disposizione recate dai commi precedenti e dall’articolo  39….)  solo  per gli accertamenti  di  tipo  analitico  non  anche,  logicamente,  stante  la “struttura” dell’accertamento, per quello di tipo sintetico.


 


          Passando al merito del ricorso    affermata  la  fondatezza  delle doglianze della Ricorrente in ordine alle modalità  di  quantificazione  del valore induttivo dell’incremento patrimoniale; la norma, art. 38, comma 5, cit. dispone che “Qualora  l’Ufficio  determini  sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali,  la stessa si presume sostenuta, salvo prova contraria, con redditi  conseguiti, in quote costanti  nell’anno  in  cui  è  stata  effettuata  e  nei  quattro precedenti”.


          La norma, cioè, introduce una presunzione relativa secondo cui l’incremento patrimoniale è finanziato con disponibilità accumulate in quote costanti nell’anno della spesa e nei quattro precedenti: conseguentemente l’Agenzia avrebbe dovuto, procedendo a ritroso dall’ultimo anno d’imposta in cui  si  è  verificato  un  incremento  patrimoniale, “spalmare  la  spesa sostenuta in ciascun anno, in quell’anno e nei quattro precedenti e sommare poi, per ogni anno d’imposta, i dietimi di competenza; “l’Agenzia, invece, ha proceduto sommando le spese per incremento patrimoniale sostenute in ciascun anno ed in quelli successivi e poi dividendo  la  somma  così  ottenuta  per cinque;  in  questo  modo  ha  imputato  ad  ogni  anno  d’imposta   dietimi conteggiati in modo del tutto scorretto”.


          Sul punto,cioè sulla quantificazione del valore induttivo dei dedotti  incrementi patrimoniali, gli avvisi impugnati vanno annullati mentre mantengono  la  loro  validità  per  quanto attiene alla quantificazione del valore induttivo della disponibilità degli immobili tramite contratti di locazione non finanziaria e di un’autovettura, in quanto correttamente effettuate.


 


Riflessioni brevi


 


          Da questa simpatica sentenza emergono alcuni punti fermi, degni di nota, che meritano di essere evidenziati:


1)    L’attività di meretricio è attività di lavoro autonomo;


2)    L’ufficio è libero di scegliere l’accertamento che ritiene più opportuno;


3)    Se l’ufficio ricorre all’accertamento sintetico non ha bisogno di individuare la categoria del reddito.



 


          Lo strumento dell’accertamento sintetico segue un ragionamento logico che spesso è convincente da sè per verificare il tenore di vita del contribuente.


          Nel caso di specie l’ufficio ha utilizzato il metodo sintetico per tassare i proventi della prostituzione (al di là delle modalità legittime o non legittime del calcolo effettuato).


          E probabilmente, tale mezzo di accertamento costituisce lo strumento più adatto per queste ipotesi o ipotesi similari (proventi illeciti), in quanto non ci si deve porre il problema della categoria reddituale di appartenenza.


 


Roberta De Marchi


2 luglio 2009

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