E’ sanzionabile penalmente il comportamento del commercialista che divulga notizie dei clienti… ma il Fisco…?


Con sentenza n. 17674 del 24 aprile 2009 (ud. del 6 marzo 2009) della Corte Cass., Sez. II pen. è stato affermato che il professionista che, all’esito della  determinazione del cliente di estinguere il rapporto professionale, minacci di comunicare alle Autorità preposte talune irregolarità (nella specie, in campo  tributario) suscettibili di conseguenze sanzionatorie e successivamente  trasmetta notizie riservate acquisite nell’ambito dell’attività svolta per conto  del cliente agli uffici della Pubblica Amministrazione è punibile per  i  reati puniti dagli artt. 622 e 629 c.p.. Né rileva ai  fini  della  consumazione dell’estorsione la circostanza che il cliente non si sia sentito intimidito dalla minaccia.

 

Fatto e diritto

 

          Con sentenza del 7/3/2005,  la  Corte  di  appello  di Palermo confermava la sentenza pronunciata dal Tribunale di Trapani in  data 22/01/2004 nella parte in cui aveva ritenuto G.A. responsabile dei delitti di rivelazione di segreto professionale e di tentata estorsione ai danni  di S. S. e, per l’effetto riduceva la condanna alla  pena  di  anni  uno,  mesi cinque di reclusione ed Euro 450,00 di  multa  oltre  alla  rifusione  delle spese sostenute dalla parte civile.

 

          Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per Cassazione il prevenuto adducendo i seguenti motivi:

1. Violazione dell’art. 622 c.p.: sostiene il ricorrente che è stata affermata la penale responsabilità senza  verificare  la  sussistenza  degli elementi costitutivi del  reato.  In  particolare,  avendo  esso  ricorrente denunciato notizie relative alla vidimazione  dei  registri  degli  acquisti solo in epoca successiva all’inizio della scritturazione,  sarebbe  evidente che la notizia non poteva essere coperta da  alcun  segreto  tanto  più  che l’aveva appresa non dalla  cliente  ma  in  maniera  del  tutto  accidentale rispetto all’incarico conferito;

2. Violazione dell’art. 629 c.p.: ad avviso del ricorrente non sarebbe configurabile, nell’azione compiuta (richiesta di mantenere il rapporto professionale), uno dei requisiti previsti dal delitto di  estorsione ossia la minaccia anche considerando le condizioni oggettive della vittima ed il contesto nel quale la stessa operava: la S., infatti, era una donna decisa che “riteneva di non aveva alcunchè da tenere  avendo sempre affidato le scritture contabili a professionisti“, tant’è che,  nonostante la  pretesa minaccia non esitò “a ritirare il proprio incartamento e ad  affidarlo ad altro professionista, rifiutando peraltro il pagamento dei compensi fin  lì maturati“.

 

          Per la Corte, la doglianza è manifestamente  infondata.

          La ratio incriminatrice dell’art. 622 c.p. consiste nella tutela della libertà e della sicurezza del singolo, nel senso che il professionista  che, in ragione del suo status, viene a conoscenza dei  segreti  del  cliente,  è tenuto ad assicurarne la riservatezza: Cass. 8635/1996 Rv. 205967.

          La norma, quindi, punisce il professionista che divulghi, facendola diventare notoria, una notizia appresa in ragione della propria attività.

 

          Nel caso di specie, dalla sentenza in atti (cfr pag. 2) si evince che il G. “aveva comunicato alla agenzia delle Entrate di Trapani e alla Guardia di Finanza le irregolarità delle scritture contabili, consistite in una tardiva variazione dati, avvenuta il 1 novembre 2000 ma denunciata il  13/2/2001  e, quindi, oltre i termini previsti dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 35. Tale violazione di carattere formale era stata punita  con  al  sanzione amministrativa di Euro 134,16“.

          Sulla base del suddetto accertamento di fatto, la decisione non si presta ad alcuna censura proprio perchè deve ritenersi che “il ricorrente apprese la notizia che poi denunciò, divulgandola, a causa ed in occasione della sua attività professionale (disamina delle  scritture  contabili). La suddetta notizia deve ritenersi segreta non  solo  perchè non era conoscibile dal quisque de populo ma solo dal professionista che, dotato di una specifica competenza, potesse avere accesso a quelle determinate scritture  contabili, ma anche perchè il ricorrente, in questa sede, introduce diverse questioni di fatto (consistente nello stabilire se e in che termini  quelle scritture contabili fossero consultabili da chiunque – le modalità con cui  venne a conoscenza della suddetta irregolarità) che non risultano mai  essere  stata sottoposta ai giudici di merito, come dimostrato dalla circostanza che la Corte territoriale si occupa del solo problema di verificare se sussistesse o meno una giusta causa (cfr  pag.  5  sentenza  impugnata  in  cui  vengono riassunti i motivi di gravame e pag. 13), questione non più  riproposta  nel presente ricorso”.

 

          Inoltre, per la configurabilità del reato di estorsione, la  minaccia,  che può essere attuata con le modalità più disparate (diretta – indiretta – reale – figurata – scritta – orale ecc: Cass. 26/1/1999, Rv 212945), non richiede che avvenga mediante la prospettazione di un male tale da  non lasciare al soggetto passivo alcuna libertà di scelta, “essendo  sufficiente che nella vittima sorga il timore di un concreto pregiudizio ove non  acconsenta  alla richiesta dell’agente”.

 

          Nel caso di specie, è accertato che il ricorrente, commercialista della S., una volta che questa decise di non avvalersi più della  sua prestazione professionale, la minacciò, nel caso  gli  avesse  revocato  l’incarico, di rivelare alla Guardia di Finanza le irregolarità che aveva rilevato nei libri contabili. Né vale che la minaccia non abbia sortito effetti, “dovendo essere valutata in astratto e cioè come idoneità a far sorgere nella vittima il timore di  un pregiudizio concreto (nella specie, ravvisabile nelle conseguenze fiscali derivanti dalla denuncia di irregolarità contabili) e, quindi, a coartare la sua libertà contrattuale e di autodeterminazione”.

 

Riflessioni

 

          Il cliente che decide di cambiare consulente va lasciato libero e non può essere minacciato con la eventuale trasmissione di dati ed elementi sensibili agli uffici finanziari.

          E’ questo, in estrema sintesi, il pensiero espresso dalla Sezione penale della Corte di Cassazione.

          E’ anche vero, però, che una volta comunque acquisiti questi dati da parte dell’ufficio fiscale, questo può utilizzarli e quindi pur se il consulente viene condannato in sede penale, per il contribuente si apre un contenzioso con il Fisco.

 

Roberta De Marchi

17 Luglio 2009


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