Sui contrasti interpretativi del giudice di legittimità nell’ipotesi di mancata costituzione della controparte


          La sentenza n. 6780/2009 del giudice di legittimità ha statuito che è causa d’inammissibilità dell’appello notificato per posta o per consegna diretta, non la mancanza di attestazione da parte dell’appellante della conformità dell’atto d’impugnazione notificato rispetto all’atto di notificazione depositato presso la segreteria della Commissione Tributaria regionale, ma l’effettiva difformità. Ciò vale anche per l’ipotesi in cui l’appellato non si sia costituito in giudizio.


 


          L’iter logico giuridico adottato da tale pronuncia ha evidenziato quanto segue.


Il principio, affermato dalla consolidata giurisprudenza del giudice di legittimità con riguardo all’ipotesi in cui l’appellato si sia costituito in giudizio, secondo il quale è causa d’inammissibilità dell’appello notificato per posta, non il mero difetto della attestazione di conformità, ma l’effettiva difformità accertata dal giudice, tra l’atto depositato e quello spedito alla controparte (Corte di cassazione 8 luglio 2005, n. 14430; 22 febbraio 2005, n. 3562; 27 agosto 2004, n. 17180), vale anche  per l’ipotesi in cui l’appellato non si sia costituito in giudizio, perchè la richiesta legislativa della dichiarazione di conformità del ricorso (e dell’appello), che siano notificati in modo diverso da quello ex art. 137 c.p.c. e segg., cioè per posta o per consegna diretta, non è un requisito di ammissibilità per le seguenti ragioni:


1) perchè la legge prevede espressamente come causa d’inammissibilità dell’atto d’impugnazione solo la “non conformità dell’atto depositato a quello consegnato o spedito” (art. 22, comma 3, n. 2), mentre nulla dice sulla violazione del vincolo ad attestare la conformità delle due dichiarazioni incorporate nei due documenti diversamente destinati;


2) perchè la giurisprudenza della Corte costituzionale (1) e del giudice di legittimità (2) è decisamente orientata ad interpretare restrittivamente le norme che prevedono l’inammissibilità degli atti processuali;


3) perchè, data la struttura della notificazione scelta dall’appellante, è per lui impossibile provare che il documento notificato incorpora una dichiarazione identica a quella del documento depositato;


4) perchè, di conseguenza, mentre l’eventuale dichiarazione tardiva, che sia resa dall’appellante, di non conformità comporterebbe l’inammissibilità dell’appello, l’eventuale dichiarazione tardiva di conformità evidenzierebbe il carattere meramente formale dell’adempimento;


5) perchè la difformità delle due dichiarazioni – quella notificata e quella depositata – è una situazione il cui accertamento implica di necessità la collaborazione del destinatario della notificazione, che, se intende farla valere, è gravato dell’onere di costituirsi in giudizio, senza che la sua costituzione, che sia effettuata al solo scopo di far valere la difformità, produca la sanatoria dell’inesistenza dell’appello determinata dalla difformità;


6) perchè, se non si ammettesse che il mero difetto di attestazione di conformità non valesse per l’ipotesi di mancata costituzione in giudizio dell’appellato, basterebbe la sua inerzia a determinare l’inammissibilità dell’appello e si premierebbe il comportamento omissivo di un soggetto che è gravato, invece, per le ragioni di ordine letterale e sistematico poc’anzi illustrate, dell’onere di eccepire l’eventuale difformità della dichiarazione notificatagli rispetto a quella depositata dall’appellante presso la segreteria della CTR.


 


          Giova osservare che, viceversa, secondo la sentenza n. 28676 del 3 dicembre 2008 (ud. del 23 ottobre 2008) della Corte Cass., Sez. tributaria l’omissione circa l’attestazione della conformità della copia depositata in  rapporto all’originale dell’atto notificato conduce alla declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione nell’ipotesi di mancata costituzione  della controparte. Precisamente, qualora, l’appellato sia rimasto contumace,  venendo  a mancare in radice la possibilità di riscontrare e denunciare la  difformità, si impone la declaratoria dell’inammissibilità dell’appello, in  quanto,  in caso contrario, nell’ipotesi “de qua” la prescritta formalità  risulterebbe priva di qualsiasi reale funzione.


 


          L’omissione circa l’adempimento dell’attestazione di conformità diviene suscettibile di sanzione nella misura in cui non sia possibile per  il  giudice confrontare l’originale notificato e la copia depositata all’atto della costituzione del ricorrente (appellante), quando ricorra la contumacia della parte intimata; qualora la parte alla quale l’atto sia stato notificato non si costituisca in giudizio,occorre comminare  l’inammissibilità  dell’impugnazione  in  dipendenza  dell’omessa attestazione della conformità all’originale, poiché in tal caso è  preclusa  ogni facoltà di indagine da parte del giudice adito.


        In buona sostanza, secondo la più recente sentenza è onere dell’appellato eccepire l’effettiva difformità dell’atto notificato rispetto a quello depositato; pertanto, la conformità dei due atti si presuppone verificata sia quando l’appellato si sia costituito in giudizio e non abbia sollevato alcuna eccezione al riguardo sia quando l’appellato non si sia costituito ed abbia perciò rinunciato a sollevare tale eccezione; viceversa secondo il precedente orientamento l’effettiva difformità dei due atti deve essere accertata d’ufficio da parte del giudice nel caso di costituzione dell’appellato; qualora quest’ultimo sia rimasto contumace venendo a mancare la possibilità di riscontrare e denunciare la difformità si impone la declaratoria di inammissibilità dell’appello privo dell’attestazione di conformità.  


 


 


NOTE


(1) La Consulta (sentenza n. 98/2004) ha sancito che l’inammissibilità deve essere limitata solo a quelle cause che costituiscano una ragionevole sanzione per la parte processuale, che si deve mirare a contrastare la realizzazione della giustizia solo per ragioni di seria importanza, che i profili di forma devono essere valutati criteri di equa razionalità, che si deve assicurare l’armonia sistematica del regime dell’istituto controverso con lo specifico sistema processuale cui esso appartiene; il canone ermeneutico (adottato dal giudice delle leggi, ad es., nelle sentenze C. Cost. nn. 520/2002 e 98/2004) è quello secondo cui è necessario dare alle norme processuali in genere, ed a quelle sul processo tributario in particolare, una lettura che, nell’interesse generale, faccia bensì salva la funzione di garanzia istituzionalmente propria del processo, ma consenta altresì, per quanto possibile, di limitare al massimo l’operatività d’irragionevoli sanzioni d’inammissibilità in danno delle parti che di quella garanzia dovrebbero giovarsi.


 


(2) Le norme processuali in genere, ed a quelle sul processo tributario in particolare,  debbono essere interpretate in modo da tutelare ad un tempo la funzione di garanzia che è istituzionalmente propria del processo e, nel contempo in modo da limitare al massimo 1’operatività di “irragionevoli” sanzioni di inammissibilità in danno delle parti che dì quella garanzia dovrebbero giovarsi (Sent. n. 18088 del 28 maggio 2004 dep. l’8 settembre 2004 della Corte Cass).


 


 


Angelo Buscema


8 Maggio 2009


 


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ALLEGATI


 


Corte di Cassazione, sez. trib., sentenza 20 marzo 2009, n. 6780


Svolgimento del processo e motivi della decisione


Considerato:


a) che il 23 maggio 2005 è notificato all’intimato un ricorso del Ministero dell’economia e delle finanze e dell’Agenzia delle entrate per la cassazione della sentenza indicata in epigrafe, che ha dichiarato inammissibile l’appello dell’Ufficio Bologna 4 dall’Agenzia delle entrate contro la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Bologna n. 540/15/2001, che aveva accolto il ricorso del contribuente contro il silenzio rifiuto formatosi sulla sua richiesta di rimborso dell’ILOR 1980 – 1984;


b) che il ricorso del Ministero dell’economia e delle finanze è inammissibile, perché tale organo non è stato parte del giudizio d’appello;


c) che la sentenza impugnata ha dichiarato inammissibile l’appello dell’Ufficio tributario, perchè esso è stato notificato per posta e la copia depositata è priva della dichiarazione di conformità all’originale notificato, senza che, data la mancata costituzione dell’appellato, il collegio abbia potuto verificare la conformità sostanziale della copia dell’atto depositato con l’originale, anche tramite raffronto diretto;


d) che con l’unico motivo d’impugnazione, addotto a sostegno del suo ricorso per cassazione, l’Agenzia delle entrate sostiene la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, artt. 53 e 22;


c) che con ordinanza 23 ottobre 2006, iscritta a ruolo per essere decisa in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., è stata rinviata all’udienza pubblica, “perchè la Corte ha avuto si occasione di pronunciarsi sulla questione proposta nella presente controversia, ma che solo con riguardo all’ipotesi in cui l’appellato si fosse costituito in giudizio ha fissato il principio secondo cui è causa d’inammissibilità dell’appello notificato per posta, non il mero difetto della attestazione di conformità, ma l’effettiva difformità tra l’atto depositato e quello spedito alla controparte”;


f) che il ricorso è fondato, perchè il principio, affermato dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte con riguardo all’ipotesi in cui l’appellato si sia costituito in giudizio, secondo il quale è causa d’inammissibilità dell’appello notificato per posta, non il mero difetto della attestazione di conformità, come erroneamente ritenuto dalla Commissione tributaria regionale, ma l’effettiva difformità, in concreto non verificata dal giudice d’appello, tra l’atto depositato e quello spedito alla controparte (Corte di cassazione 8 luglio 2005, n. 14430; 22 febbraio 2005, n. 3562; 27 agosto 2004, n. 17180), vale anche per l’ipotesi in cui l’appellato non si sia costituito in giudizio, perchè la richiesta legislativa della dichiarazione di conformità del ricorso (e dell’appello), che siano notificati in modo diverso da quello ex art. 137 c.p.c. e segg., cioè per posta o per consegna diretta, non è un requisito di ammissibilità per le seguenti ragioni:


1) perchè la legge prevede espressamente come causa d’inammissibilità dell’atto d’impugnazione solo la “non conformità dell’atto depositato a quello consegnato o spedito” (art. 22, comma 3, n. 2), mentre nulla dice sulla violazione del vincolo ad attestare la conformità delle due dichiarazioni incorporate nei due documenti diversamente destinati;


2) perchè la giurisprudenza della Corte costituzionale e di questa Corte è decisamente orientata ad interpretare restrittivamente le norme che prevedono l’inammissibilità degli atti processuali;


3) perchè, data la struttura della notificazione scelta dall’appellante, è per lui impossibile provare che il documento notificato incorpora una dichiarazione identica a quella del documento depositato;


4) perchè, di conseguenza, mentre l’eventuale dichiarazione tardiva, che sia resa dall’appellante, di non conformità comporterebbe l’inammissibilità dell’appello, l’eventuale dichiarazione tardiva di conformità evidenzierebbe il carattere meramente formale dell’adempimento;


5) perchè la difformità delle due dichiarazioni – quella notificata e quella depositata – è una situazione il cui accertamento implica di necessità la collaborazione del destinatario della notificazione, che, se intende farla valere, è gravato dell’onere di costituirsi in giudizio, senza che la sua costituzione, che sia effettuata al solo scopo di far valere la difformità, produca la sanatoria dell’inesistenza dell’appello determinata dalla difformità;


6) perchè, se non si ammettesse che il mero difetto di attestazione di conformità non valesse per l’ipotesi di mancata costituzione in giudizio dell’appellato, basterebbe la sua inerzia a determinare l’inammissibilità dell’appello e si premierebbe il comportamento omissivo di un soggetto che è gravato, invece, per le ragioni di ordine letterale e sistematico poc’anzi illustrate, dell’onere di eccepire l’eventuale difformità della dichiarazione notificatagli rispetto a quella depositata dall’appellante presso la segreteria della CTR;


g) che vige, pertanto il seguente principio di diritto: “è causa d’inammissibilità dell’appello notificato per posta o per consegna diretta, non la mancanza di attestazione da parte dell’appellante della conformità dell’atto d’impugnazione notificato rispetto all’atto di notificazione depositato presso la segreteria della CTR, ma l’effettiva difformità, che è onere dell’appellato di eccepire e che si presuppone verificata sia quando l’appellato si sia costituito in giudizio e non abbia sollevato alcuna eccezione al riguardo sia quando l’appellato non si sia costituito ed abbia, perciò, rinunciato a sollevare tale eccezione”;


h) che conseguentemente il ricorso dev’essere accolto, la sentenza impugnata dev’essere cassata e la causa dev’essere rinviata ad altra Sezione della Commissione tributaria regionale dell’Emilia-Romagna, che, oltre a fare applicazione del principio di diritto enunciato sub g), provvederà anche sulle spese processuali relative al giudizio di cassazione.


P.Q.M.


La Corte dichiara inammissibile il ricorso del Ministero dell’economia e delle finanze, accoglie il ricorso dell’Agenzia delle entrate, cassa la sentenza, impugnata e rinvia la causa ad altra sezione della Commissione Tributaria regionale dell’Emilia-Romagna, anche per le spese processuali relative al giudizio di cassazione.


 



Sent. n. 28676 del 3 dicembre 2008 (ud. del 23 ottobre 2008) della Corte Cass., Sez. tributaria    


 


    Svolgimento del processo    Con  ricorso  alla  commissione  tributaria provinciale di Reggio Emilia, proposto in data  non  precisata,  la  società S.E.  &  C.  snc.  impugnava  l’avviso  di  rettifica,  fattole   notificare dall’ufficio Iva di quella città, relativamente all’anno  1989,  chiedendone l’annullamento,  in  quanto  le  indagini  bancarie  avevano  riguardato  le operazioni  relative  al  conto  corrente,  per  il  quale  i   soci   della contribuente  avevano  delega,  e  che  era  intestato  a   C.F.,   semplice pensionata,  con  una  pensione  molto  modesta,  madre  di   E.S.,   legale rappresentante della società, e perciò soggetto estraneo all’impresa, sicchè gli elementi acquisiti non potevano  fondare  alcuna  presunzione,  tale  da giustificare quella rettifica, per la quale era stata  recuperata  l’imposta al 19%, in relazione ai versamenti e prelevamenti per oltre L. 300  milioni.


Chiedeva perciò l’annullamento di quell’avviso instauratosi il contraddittorio, l’ufficio contestava la fondatezza  del ricorso, eccependo  in  particolare  che  le  verifiche  effettuate  avevano condotto ad accertare che tali operazioni  concernevano  i  ricavi  inerenti alla gestione della società in questione, atteso che Casotti  appariva  solo come intestataria del conto corrente.


    Il giudice adito, in accoglimento dell’impugnativa,  annullava  l’avviso di rettifica con decisione n.  239  del  1997,  rinviando  le  ragioni  alla motivazione di altra sentenza emessa a seguito di impugnativa di  avviso  di accertamento da parte della stessa contribuente per l’Irpef.


    Avverso tale pronuncia l’agenzia delle entrate proponeva appello, cui la S.E.  &  C.  resisteva,  dinanzi  alla  commissione   tributaria   regionale dell’Emilia Romagna, la quale, con  decisione  n.  306  del  22.11.2001,  ha dichiarato il  gravame  inammissibile,  in  quanto  l’appellante  non  aveva dimostrato  il  perfezionamento  del  procedimento  notificatorio   mediante l’attestazione della conformità della copia  del  ricorso  del  gravame  con l’originale  notificato  all’appellata  mediante  spedizione  a  mezzo   del servizio postale; né il giudice di seconda istanza  era  stato  posto  nella condizione di verificare tale presupposto.


    Avverso quel provvedimento il Ministero dell’economia e delle finanze  e l’agenzia delle entrate hanno proposto ricorso per cassazione sulla base  di un unico motivo.


    La società S.E. & C. non ha svolto alcuna difesa.


 


    Motivi della decisione – Col motivo addotto a  sostegno  del  ricorso  i ricorrenti deducono violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546  del 1992, artt. 1 e 22, e art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, in quanto la commissione tributaria regionale non avrebbe considerato che in base al D.Lgs. n. 546 del 1992,  art.  22,  la  mancata  attestazione della conformità della copia del ricorso in appello all’originale consegnato o notificato, non comporta la drastica  sanzione  della  inammissibilità  in mancanza  di  contestazione  o  di  prova  della  difformità   degli   atti, trattandosi di norme sanzionatorie che non possono  essere  interpretate  in modo estensivo o analogico. Semmai si sarebbe  solo  trattato  di  una  mera irregolarità formale. S.E. & C. non  aveva  mosso  alcuna  contestazione  al riguardo circa la conformità o meno della copia,  e  quindi  il  giudice  di appello non poteva sollevare alcuna questione  d’ufficio.  Semmai  poteva  e doveva disporre la produzione dell’originale a carico  dell’appellata,  onde verificarne la conformità della copia.


     Il motivo è fondato.


    In tema di contenzioso tributario, il D.Lgs. 31 dicembre 1992,  n.  546, art. 22, comma 3, – richiamato, per il giudizio di appello, dall’art.  53  – che disciplina il deposito in segreteria della commissione tributaria  adita della copia del ricorso mediante consegna o spedizione a mezzo del  servizio postale, va interpretato nel senso che costituisce causa di  inammissibilità non la mancata attestazione, da parte dell’appellante, della conformità  tra il documento  depositato  ed  il  documento  notificato,  ma  solo  la  loro effettiva difformità, accertata d’ufficio  dal  giudice  in  caso  di  detta mancanza. Qualora,  però,  l’appellato  sia  rimasto  contumace,  venendo  a mancare in radice la possibilità di riscontrare e denunciare la  difformità, si impone la declaratoria dell’inammissibilità dell’appello, in  quanto,  in caso contrario, nell’ipotesi “de qua” la prescritta  formalità  risulterebbe priva di qualsiasi reale funzione (Cfr. anche Cass.  Sentenze  n.  4615  del 22/02/2008, n. 17180 del 2004).


    Sul punto perciò la sentenza impugnata  non  risulta  motivata  in  modo giuridicamente corretto.


    Ne deriva che il ricorso va accolto, con  conseguente  cassazione  della sentenza  impugnata,  con  rinvio  alla  commissione  tributaria   regionale dell’Emilia Romagna, altra sezione, per nuovo esame, e che si uniformerà  al suindicato principio di diritto.


    Quanto alle spese di questa fase, esse saranno regolate dal giudice  del rinvio stesso.


 


    P.Q.M. – La Corte:


    Accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata, e rinvia, anche per le spese, alla commissione  tributaria  regionale  dell’Emilia  Romagna,  altra sezione, per nuovo esame.


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