Società a ristretta base azionaria: lo schermo


          Con sentenza n. 9519 del 22 aprile 2009 (ud. del 20 marzo 2009) la Corte di Cassazione è ritornata ad affrontare la questione delle società a ristretta base azionaria.

          La Corte prende le mosse dalla sentenza della CTR che aveva osservato  che  la  ristretta  base  azionaria  della  società amministrata dai S.-G. e i maggiori proventi accertati nei confronti della compagine sociale non costituivano  elementi tali da fare fondatamente presumere che questi fossero stati  distribuiti pro-quota anche ai contribuenti, sui quali quindi non si spostava  l’onere della prova contraria, che invece doveva essere assolto dall’agenzia”, per smentire tale assunto.

 

          Infatti – osserva la Cassazione – “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel  caso  di società di capitali a ristretta base azionaria, è legittima  la  presunzione di attribuzione, ai soci, degli eventuali  utili  extracontabili  accertati, rimanendo salva la facoltà del contribuente di offrire la  prova  del  fatto che i maggiori ricavi non siano stati fatti  oggetto  di  distribuzione,  ma siano stati, invece, accantonati dalla società, ovvero da essa  reinvestiti, non risultando tuttavia a tal fine sufficiente  nemmeno  la  eventuale  mera deduzione del profilo per cui l’esercizio sociale ufficiale si sia  concluso con perdite contabili (Cfr. anche Cass. Sentenze n. 6197 del 16/03/2007,  n. 20851 del 26/10/2005, n. 16885 del 2003)”.

 

          Inoltre, nota la Corte, che “in tema di imposte sui redditi e con riguardo a quelli di capitale, nel caso di società  a  ristretta  base  sociale,  è ammissibile  la  presunzione  di  distribuzione ai soci degli  utili non contabilizzati, la quale non viola il  divieto di  presunzione di secondo grado, poiché il fatto noto non è costituito dalla sussistenza dei maggiori redditi induttivamente accertati nei confronti della società,  nella  specie la V.R.,  ma  dalla  ristrettezza  della  base  sociale e dal  vincolo di solidarietà e di reciproco controllo dei soci che, in tal caso, normalmente caratterizza la gestione sociale. Affinché, però, tale  presunzione possa operare occorre, pur sempre, sia che la ristretta base sociale e/o familiare – cioè il fatto noto alla base della presunzione – abbia formato oggetto  di specifico accertamento probatorio – del resto non contestato da S.  e  G.  – sia che sussista un valido accertamento a carico della società in ordine ai ricavi non contabilizzati, il quale costituisce il presupposto per l’accertamento a carico dei soci in  ordine  ai  dividendi (V. pure Cass. Sentenze n. 7564 del 15/05/2003, n. 7174 del 2002, n. 4695 del 2002)”.

 

Il pensiero della giurisprudenza recente

 

          La legittimità dell’accertamento per la presunta distribuzione in capo ai soci degli utili non contabilizzati da parte delle società a ristretta base azionaria è ormai un principi acclarato.

          La Corte di Cassazione – più volte chiamata ad occuparsi di tale argomento – ha affermato che la ristretta base azionaria costituisce, da sola, la prova presuntiva di distribuzione degli utili ai soci, capovolgendo così l’onere della prova.

          Si segnalano le sentenze più recenti:

  • con la sentenza n. 11724 del 6.4.2006, dep. il 18.5.2006, ha affermato che costituisce ius receptum, nella giurisprudenza di legittimità, il principio secondo il quale nell’accertamento di maggior base imponibile a carico di una società di capitali a  ristretta  base azionaria non occorre una prova specifica dell’attribuzione al socio  degli utili non contabilizzati, operando una presunzione relativa di ripartizione pro quota superabile dal contribuente tramite prova  contraria e con  la dimostrazione che i  maggiori  ricavi  sono  stati accantonati   ovvero reinvestiti; secondo la Corte, ‹‹non vi è motivo per discostarsi da tale orientamento giurisprudenziale nel caso di specie, così che la sentenza impugnata, che ad esso non si è uniformato senza convincente  motivazione,  deve  essere cassata, con rinvio della controversia ad altra Sezione  della  Commissione tributaria regionale del Lazio,  affinché  la  lite  sia  decisa  facendosi corretta applicazione del principio di diritto innanzi ribadito ››;
  • con la sentenza n. 25689 del 26.10.2006 (dep. il 4.12.2006), nel riconfermare l’indirizzo, lo estende – di fatto – anche in relazione ai proventi illeciti. Per la Cassazione, ‹‹gli accertamenti  tributari  di  cui  è  causa  traggono origine da evasione di imposta su vendite di prodotti petroliferi effettuati dalla società partecipata senza contabilizzazione nei libri sociali e dunque di attività di occultamento di ricavi messi in atto dalla stessa società. Non  è  perciò  pertinente  il  richiamo  a  redditi  che  deriverebbero dall’attività  delittuosa  compiuta  solo  da  taluni  soci   che   non   si rifletterebbe sulla posizione degli altri››;
  • con la sentenza n. 10982 del 3.4.2007, dep. il 14.5.2007, una volta acclarata la presunzione secondo cui nelle società di capitali a ristretta base sociale i redditi occulti siano stati distribuiti fra i soci, ne fa discendere l’obbligo per la società di provvedere anche alle ritenute alla fonte su tali redditi. Del resto, prosegue la Corte, ‹‹ ex art. 5, comma 1, del D.P.R. n. 597/1973 i redditi  delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita  semplice,  che  hanno nel territorio dello stato la sede  legale  o  amministrativa  o  l’oggetto principale dell’attività, sono imputati a ciascun socio, indipendentemente dall’effettiva percezione,   proporzionalmente alla sua  quota  di partecipazione agli utili. E nella  specie  si  tratta  appunto  di  redditi accertati nei confronti  della  società  resistente a seguito di maggior redditi accertati in capo a società in accomandita semplice  di  cui  la  F. resistente era compartecipe in varia misura››”; nello  stesso senso vd. anche Cass. n. 20851/2005, con il conseguente obbligo di effettuazione della ritenuta. Del resto, prosegue la Corte, ‹‹ ex art. 5, comma 1, del D.P.R. n.  597/1973  i  redditi  delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita  semplice, che  hanno nel territorio dello stato la sede legale o amministrativa o  l’oggetto principale dell’attività, sono imputati a ciascun socio,  indipendentemente dall’effettiva percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili. E nella specie si tratta appunto di redditi accertati nei confronti della  società  resistente a seguito di maggior redditi accertati in capo a società in accomandita semplice di cui  la  F. resistente era compartecipe in varia misura ››;
  • con la sentenza n. 7910 del 5.3.2007 (dep. il 30.3.2007) ha ritenuto legittima la pretesa erariale per  il  pagamento  dell’Irpef evasa e delle conseguenti sanzioni rivolta al socio  accomandatario di  una società in accomandita semplice, in conseguenza dell’accertamento a suo carico di un maggior reddito, stante la presunzione legale  di  avvenuta percezione dei maggiori utili (salva la prova del  contrario da  parte  del contribuente), a prescindere dalle  circostanze (ininfluenti rispetto all’obbligo di pagamento dell’Irpef) relative al carattere reale o fittizio della società od anche alla sua ammissibilità o inammissibilità, in  base alle norme regolanti l’esercizio delle libere professioni;
  • con la sentenza n. 21415 del 28.9.2007, dep. l’11.10.2007, ha ritenuto legittima la presunzione di distribuzione ai soci degli utili extracontabili, non ricorrendo il divieto di presunzione di secondo grado. La Corte ha accolto il ricorso dell’Agenzia, ‹‹atteso che la  sentenza impugnata è stata resa in violazione del principio elaborato da questa Corte (sentenza n. 7174/2002) e secondo  il  quale,  nel  caso  di  società a ristretta base sociale, è ammissibile la presunzione di  distribuzione  ai soci degli utili non contabilizzati,  la  quale  non  viola  il  divieto di presunzione di secondo grado, poiché il fatto noto non è  costituito dalla sussistenza dei maggiori redditi  induttivamente  accertati nei confronti della società, ma dalla ristrettezza della base sociale  e  dal  vincolo  di solidarietà e di reciproco controllo dei soci che, in tal caso,  normalmente caratterizza la gestione sociale ››. Pertanto, ove, come nella specie, si versi dinanzi ad  una  società di capitali  a  ristretta  base  sociale,  è  legittima  la  presunzione  di distribuzione ai soci degli  utili  extracontabili,  attesa  la  mancanza  – trattandosi  di  utili  occulti    di una deliberazione ufficiale di approvazione del bilancio (dopo la quale soltanto può essere effettuata la distribuzione degli utili dichiarati), la distribuzione si presume avvenuta nello stesso periodo d’imposta  in  cui  gli  utili sono stati  conseguiti (Cass. n. 7564/2003);
  • con sentenza n. 3972 del 19 febbraio 2009, udienza del 19 novembre 2008, alla luce anche della sentenza n. 6197 del 16 marzo 2007, secondo cui in tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel caso di società di capitali a ristretta base azionaria, “è legittima la presunzione di attribuzione, ai soci, degli eventuali utili extracontabili accertati, rimanendo salva la facoltà del contribuente di offrire la prova del fatto che i maggiori ricavi non siano stati fatti oggetto di distribuzione, ma siano stati, invece, accantonati dalla società, ovvero da essa reinvestiti”. 

Francesco Buetto

15 Maggio 2009


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