L’ufficio finanziario deve produrre il verbale


          Anche per gli atti impositivi notificati prima dell’entrata in vigore dello Statuto del contribuente (legge n 212 del 2000) il contribuente non è tenuto a produrre in giudizio il processo verbale di constatazione.


          Detto principio è contenuto nella sentenza n. 4356 del 12 febbraio 2009 della Corte di Cassazione (Sezione tributaria) in cui si afferma che tale onere incombe sull’ufficio finanziario e che il mancato deposito del processo verbale di constatazione non produce effetti negativi a carico del contribuente, nemmeno come possibile causa di inammissibilità del ricorso.


 


          L’art. 6, comma 4, della legge n. 212 del 2000 recante disposizioni  in materia di statuto dei diritti del contribuente, prevede che al contribuente non possono essere richiesti documenti ed informazioni già in possesso dell’amministrazione. Circa il reale significato da attribuire a detta disposizione che richiama l’art. 18, comma 4, della legge n. 241 del 1990, la giurisprudenza ha affermato che l’amministrazione ha l’onere di produrre ogni documento, anche favorevole al contribuente, che sia in suo possesso (1). Il predetto art. 18, quindi, opera anche nel processo tributario, in quanto è espressione del più generale principio di collaborazione tra pubblica amministrazione e privati, che comporta una diversa ricostruzione dei loro rapporti anche per quello che attiene all’onere della prova (Cfr. Cass. 5/10/2001, n. 12284). Da quanto precede ne consegue che, nel caso il contribuente non abbia depositato, alcun atto che attesti il versamento dell’imposta,  grava sull’ufficio tributario l’obbligo di verificare quanto richiesto con la domanda di rimborso, previo accertamento dei documenti risultanti agli atti (2). 


 


          Nel caso portato al vaglio della Corte di Cassazione la società aveva impugnato un avviso di accertamento IVA, motivato mediante rinvio al contenuto del processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza. I giudici di merito, sia in primo che in appello, hanno respinto il ricorso ritenendo che la mancata produzione del p.v. non consentiva di valutare la fondatezza del ricorso del contribuente. Avverso la decisione della CTR la società ha proposto ricorso per Cassazione eccependo, tra l’altro, la violazione e falsa applicazione del principio dell’onere della prova, atteso che la mancata produzione del p.v.c. comportava il fallimento dell’onere della prova.


          I giudici della Suprema Corte hanno ritenuto preliminarmente che  legittima la motivazione per relationem degli avvisi di accertamento, come nal caso di specie, prima dell’entrata in vigore dell’art. 7, comma 1, della legge n. 212 del 2000 (Cfr. Cass n. 2462 del 2007; n. 9220 del 2008). Gli stessi giudici hanno affermato che l’ufficio finanziario può liberamente motivare per relationem il proprio atto impositivo (rectius: può anche motivare in maniera indiretta ma dinanzi al giudice deve fornire la prova del proprio assunto), ma non al punto che il contribuente debba provare “accusa e difesa”, risultando che la tecnica della redazione della motivazione non incide sull’onere della prova.


          E stato affermato, quindi, il principio di diritto per cui “in relazione agli atti impositivi notificati prima dell’entrata in vigore della legge n. 212 del 2000, per i quali non era necessaria la contestuale notifica del processo verbale di constatazione richiamato in motivazione, il contribuente non ha l’onere di produrre in giudizio il p.v.c., trattandosi di adempimento, che anche in sede contenziosa, grava sull’ufficio”.


 


          Alla luce di quanto precede, il mancato deposito del verbale, non solo non produce effetti negativi per il contribuente, ma allo stesso modo non rileva come possibile causa di inammissibilità del ricorso.


          La sanzione dell’inammissibilità del ricorso, infatti, è prevista soltanto nel caso di mancato deposito degli atti e documenti di cui all’art. 22, comma 1, del d lgs n. 546 del 1992 8 tra cui è compreso l’originale o la fotocopia dell’atto impugnato) ma non anche degli atti  previsti dal successivo quarto comma del medesimo articolo. Deriva da ciò che l’originale o la fotocopia dell’atto impugnato può essere presentato anche in un momento successivo ovvero su impulso del giudice tributario in virtù dei poteri allo stesso riconosciuti dal quinto comma dell’art. 22 (3).


 


Enzo Di Giacomo


8 Aprile 2009








NOTE


(1) Cass 2 marzo 2004, n. 4239. Nel caso di proposizione di azione di rimborso, il giudice di merito ha ritenuto correttamente perseguita la prova del quantum dovuto in restituzione, allorché la prospettazione del contribuente non venga contestata dall’amministrazione attraverso la produzione della documentazione.



 


(2) CTR Lazio, Sez. XXVII, 6 luglio 2007, n. 76; CTR Lazio, Sez. XXIX, 26 maggio 2004, n. 18



 


(3) Cass. 7 settembre 2007, n. 18872. Dalle disposizioni contenute nell’art. 22 d. lgs n. 546/92, risulta che l’inammissibilità del ricorso deriva solo nel caso di mancato deposito degli atti previsti dal primo comma ma non per quelli di cui al successivo quarto comma (originale o fotocopia dell’atto impugnato); il deposito di questi ultimi documenti, da ritenersi facoltativo, può avvenire anche in un momento successivo e su impulso e giudice.


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