La moglie paga il conto… del marito


Con sentenza n. 7266 del 26 marzo 2009 (ud. del 19 febbraio 2009) la Corte di cassazione ha esaminato, ancora una volta, le responsabilità della moglie per le attività imprenditoriali del marito.


 


La sentenza


 


          Come anticipato, la sentenza n. 7266 del 26 marzo 2009 (ud. del 19 febbraio 2009) ha esaminato le responsabilità della moglie per le imprese del marito, confermando la decisione dei giudici regionali.


          La  ricorrente, infatti,  aveva denunziato  la violazione e/o  falsa applicazione dell’art. 17 della legge n. 114 del 1977, degli artt. 1 e 4 del  D.P.R.  n.  917 del 1986, nonché l’omessa, insufficiente  e/o  contraddittoria  motivazione circa un punto decisivo della controversia,  con  riferimento  all’art.  360 c.p.c., nn. 3  e  5  in  quanto  la  CTR  non  avrebbe  considerato  che  la responsabilità  solidale  della  moglie  nell’obbligazione  tributaria   può basarsi soltanto sulla dichiarazione congiunta del  reddito,  ma  non  anche sulla rettifica svolta nei riguardi del marito, atteso  che  anche  in  tale ipotesi si configura una certa autonomia della posizione di ciascun coniuge, senza che eventuali altre diverse attività del marito possano incidere sulla posizione tributaria della moglie stessa.


 


          Per la Corte di Cassazione tale censura non ha pregio.


          Infatti, ai sensi dell’art. 17 della legge 13 aprile 1977, n. 114 – il  quale  prevede che, ove i coniugi abbiano presentato dichiarazione congiunta  dei  redditi, gli accertamenti in rettifica sono effettuati a nome di entrambi i coniugi e notificati nei  confronti  del marito, e  che  i  coniugi  medesimi  sono responsabili in solido per il pagamento  dell’imposta,  soprattasse,  pene pecuniarie  e  interessi  iscritti  a  ruolo  a  nome  del  marito  -,   la “ responsabilità solidale della moglie si estende alle obbligazioni  derivanti dal successivo accertamento di un maggior reddito a carico del marito”. 


          Tale disciplina non si pone in contrasto con  i  principi  di  eguaglianza  e  di capacità contributiva, atteso che l’accertamento riguarda un reddito omesso, o infedelmente indicato, nella dichiarazione  congiunta,  frutto  di  libera scelta del contribuente (V. pure Sentenze n. 5169 del  11/04/2002,  n.2168 del 2001).


Inoltre va rilevato che in tema di dichiarazione dei redditi  congiunta, l’avviso di mora, notificato alla moglie (e per essa all’erede)  per  debiti del marito, è legittimo, essendo i coniugi responsabili in solido, L. n. 114 del 1977, ex art. 17, per il pagamento  della  imposta,  delle  soprattasse, pene pecuniarie e degli interessi iscritti a ruolo a nome del marito,  senza che tale disciplina possa ritenersi in contrasto con gli artt. 3 e 24  Cost. (Cfr. anche Cass. Sentenza n. 8334 del 20/06/2000).


 


Brevi riflessioni


 


Occhio ai mariti.


          In pratica la moglie è responsabile delle attività del marito, in presenza di dichiarazione congiunta e ne paga il conto…anche se salato..


          E sul punto la Cassazione ha ormai una posizione consolidata.


          Si confronti, la sentenza n. 5169 dell’11 aprile 2002 (ud. dell’8 febbraio 2002), con la quale proprio in forza del citato art. 17, comma 4, della L. n. 114/1977, la Cassazione ha affermato che non  può essere esclusa la solidarietà derivante dalla dichiarazione  congiunta  dei coniugi nel caso di accertamento di un maggior reddito a carico del marito, titolare di impresa familiare, in cui la moglie è solo collaboratrice.


 


          Il tenore letterale  della  norma  in questione, considerata nel suo complesso e nelle singole disposizioni,  non corrisponde alla tesi interpretativa sostenuta dalla  ricorrente. 


          Infatti, la legge stabilisce che “gli accertamenti in rettifica” – quindi tutti  gli accertamenti,  riferibili  ad  uno  qualsiasi  dei  codichiaranti    sono effettuati a nome  di  entrambi  i  coniugi“,  non  del  solo  coniuge  cui l’accertamento eventualmente si riferisca. Tali accertamenti, inoltre, sono notificati “a norma del comma precedente“,  cioè  nei  confronti  del  solo marito.


          Infine, l’ultimo comma (“i coniugi sono responsabili in solido  per  il pagamento dell’imposta, soprattasse, pene pecuniarie e interessi iscritti a ruolo a nome del marito“) non autorizza alcuna distinzione, ai  fini  della responsabilità solidale, fra  quanto  congiuntamente  dichiarato  e  quanto eventualmente accertato dall’ufficio, giacché la solidarietà stessa permane riguardo a qualunque pagamento  iscritto  a  ruolo  a  nome  del  marito“, compreso quello delle maggiori imposte accertate, dato che queste sono pure iscritte a ruolo a nome del marito (comma 4).  Pertanto,  non  è  possibile desumere, dall’analisi testuale, l’esclusione  di  responsabilità  invocata dalla ricorrente.


 


          Inoltre, la norma non risulta in contrasto  col  principio  di autonomia del singolo contribuente, né sotto il profilo della  fondamentale distinzione delle due posizioni contributive  (a  seguito,  infatti,  delle modifiche introdotte al comma 2 della norma in esame dall’art.6, del  D.L. 5 marzo 1986, n. 57, convertito nella L. 18 aprile 1986, n. 121, anche  nel caso  della  dichiarazione  congiunta  si  tratta  ora  di  imposte  nette determinate separatamente per ciascuno dei coniugi“) nè  sotto  il  profilo dell’impossibilità o somma difficoltà del collaboratore d’impresa familiare – in una ipotesi del genere – di conoscere l’esatto reddito del coniuge  titolare  dell’impresa  giacché, secondo  l’indirizzo  accolto  da   questo   Supremo   Collegio   (sentenza n. 6056/1997), l’art. 230-bis del codice civile, inserito con la  legge  di riforma del diritto di famiglia (art. 89, della L. 19 maggio 1975, n. 151), attribuisce al  collaboratore  poteri  d’indirizzo  e  di  controllo  sulla gestione dell’impresa familiare, tali da  consentirgli  di  verificare  gli utili effettivamente conseguiti; il che esclude sia la dedotta disparità di trattamento tra titolare e  collaboratore  dell’impresa  familiare  sia  la possibilità, per quest’ultimo, di allegare l’ignoranza scusabile in  ordine al reale ammontare dei redditi del coniuge.


 


          Analoghe considerazioni valgono con riferimento alla pretesa violazione del principio  di  capacità  contributiva  (art. 53  della  Costituzione), giacché, pur essendo l’accertamento  necessariamente  posteriore alla dichiarazione congiunta, il reddito cui esso si riferisce fu omesso  o infedelmente indicato in occasione di tale dichiarazione, con cui  entrambi i coniugi assunsero liberamente e consapevolmente, di fronte al  fisco,  la responsabilità solidale.


          Anche la loro specifica capacità contributiva  va quindi  valutata  con  riferimento  all’epoca della  dichiarazione,  senza possibilità di attribuire giuridica influenza ad avvenimenti    come,  ad esempio, la cessazione dell’impresa familiare o la separazione dei  coniugi – posteriori ed estranei a quella libera scelta.


          In virtù delle argomentazioni  precedenti,  non  hanno  consistenza  le ragioni invocate dalla ricorrente  per  derogare  al  principio  legale  di solidarietà  nell’ipotesi  di  accertamento  successivo.


          Mentre acquista importanza  la  libera  scelta  del  coniuge di fare la dichiarazione  congiunta,  giacché,  in  presenza  di infedele dichiarazione del marito, conoscibile in virtù dei suddetti poteri d’ingerenza, uno dei modi  per  evitare  la  responsabilità  derivante  dal vincolo  solidale,  per  obbligazioni  presenti  ed  eventualmente  future, consiste nella possibilità di optare per la dichiarazione separata (cfr. Cass. n.5169/2002).


 


Roberta De Marchi


8 Aprile 2009


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