La condotta del fisco alla luce del principio di collaborazione


          Per il principio di collaborazione tra contribuente ed amministrazione  finanziaria l’ufficio tributario deve informare il contribuente delle variazioni  organizzative che modifichino il soggetto attivo del rapporto giuridico tributario oggetto di contenzioso. La costituzione delle Agenzie fiscali, intervenuta nelle  more del giudizio di  cassazione,  attraverso  la  quale  è  stata  profondamente modificata la struttura organizzativa e l’attribuzione di competenze fra gli uffici dell’Amministrazione finanziaria, non è suscettibile di  pregiudicare la posizione del contribuente che  abbia errato nell’individuazione dell’ufficio successivamente dichiarato competente alla trattazione del contenzioso pendente soccorrendo il principio del legittimo affidamento ex art. 10, L. n. 212/2000; incorre, in particolare,  in errore scusabile il contribuente,  il  cui  atto  di riassunzione della causa, rinviata dalla Corte di cassazione al giudice di merito, sia stato rivolto e sia stato notificato ad  un  organo diverso da quello che era stato soggetto attivo del rapporto giuridico tributario controverso e che è divenuto successivamente incompetente per effetto di un atto interno di organizzazione amministrativa.


          L’ordinamento dello Stato, nella duplice  connotazione di Stato di diritto e Stato sociale, deve garantire al cittadino-contribuente non solo la proporzionalità e limitazione dei mezzi con i quali la sfera giuridica di quest’ultimo è attinta dai provvedimenti della Pubblica  Amministrazione  ma altresì assicurare che l’organizzazione  amministrativa  sia  improntata al rispetto della collaborazione e buona fede agevolando  l’adempimento dei doveri e l’esercizio dei diritti dei  cittadini. Conseguentemente,  le modificazioni all’assetto delle competenze poste in essere con atti  interni non possono costituire nocumento alle ragioni del  cittadino-contribuente incombendo sull’autorità incompetente investita della notifica di atti ovvero posta a conoscenza dell’esercizio di diritti da parte dello stesso di comunicare ed informare il notificante dell’errore nel quale è incorso (Cassazione sentenza n. 3559 del 13 febbraio 2009).


         Al fine di realizzare un rapporto tra Amministrazione Finanziaria e contribuente improntato sulla cooperazione e sul rispetto reciproco ed in osservanza dei principi generali dell’ordinamento statuiti dal cd. Statuto dei diritti del contribuente, è opportuno che gli uffici: a) diano ai contribuenti la più completa e chiara collaborazione in tema d’impugnativa degli atti; b)verifichino la propria competenza nel ricevere gli atti d’impugnativa, provvedendo in caso d’errore del contribuente stesso a trasmettere senza indugio il ricorso all’ufficio competente, con contestuale notizia al contribuente.


        In definitiva, nello spirito di elevare il livello di collaborazione tra Amministrazione Finanziaria e contribuente, gli uffici, nell’ipotesi d’errore scusabile del contribuente, non devono dare rilevanza giuridica all’irritualità della procedura esperita.


          Occorre prendere atto che le soluzioni operative sopra ipotizzate vogliono assicurare al contribuente una posizione di sicura centralità, rifiutano la visione del fisco come nemico del contribuente e costituiscono un fondamentale passo verso il totale recupero del consenso del contribuente ossia verso la creazione di un nuovo modello di relazioni tra le parti, ispirato non all’autoritarismo ma alla cooperazione e al reciproco rispetto.


          I principi sopra evidenziati ripudiano la concezione conflittuale  e  vessatoria dei rapporti tra Fisco e contribuenti, sono un fattore fondamentale per  la creazione di un nuovo modello di  relazioni  tra  le  parti,  ispirato  non all’autoritarismo  ma  alla  cooperazione  e  al  reciproco   rispetto,   e richiedono, da parte dell’Amministrazione  finanziaria,  la  consapevolezza della funzione pubblica come servizio al  cittadino  e  alla  collettività.


          Compito  strategico  dell’Amministrazione  finanziaria  è  ormai  assistere l’utenza  ovvero  favorire  lo  spontaneo   adempimento   dell’obbligazione tributaria; l’attività di accertamento va  qualificata,  soprattutto,  come strumento deterrente preventivo in un  contesto  in  cui  l’Amministrazione finanziaria pone al centro della sua attenzione il cittadino nella  duplice veste di contribuente e di utente.


          La specifica missione istituzionale dell’Amministrazione finanziaria  è quella di assicurare il massimo livello di adesione spontanea agli obblighi fiscali.


          In tale ottica, giova segnalare la sentenza n. 4773 del 27 febbraio 2009 (ud. del 17 dicembre 2008) della Corte Cass. sez. tributaria secondo cui l’istanza  di  rimborso presentata ad un ufficio dell’amministrazione finanziaria,  ancorché incompetente funzionalmente o territorialmente a provvedere sulla medesima, è atto idoneo ad impedire la decadenza del contribuente dal diritto al rimborso prevista dal D.P.R. 29 settembre  1973, n. 602, art. 38; inoltre, l’attività del contribuente è suscettibile di conseguire la  formazione  del silenzio-rifiuto impugnabile avanti la giurisdizione tributaria.


Angelo Buscema


17 Marzo 2009


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ALLEGATI


Sent. n. 3559 del 13 febbraio 2009 (ud. del 3 novembre 2008) della Corte Cass., Sez. tributaria


    Svolgimento del processo – 1.1. Il 1-6 aprile  2005  è  notificato  alle amministrazioni  finanziarie  intimate  un  ricorso  della  Società  per  la cassazione  della  sentenza  descritta  in  epigrafe,  che   ha   dichiarato inammissibile l’atto di costituzione in giudizio della Società in  sede  del giudizio di rinvio dalla Corte di cassazione in tema di IVA 1989-1991.


    1.2. Il 7 giugno 2005 è notificato alla  Società  il  controricorso  del Ministero dell’economia e delle finanze e dell’Agenzia delle entrate.


    2.1 fatti di causa sono i seguenti:


    a) il 11 novembre 1993 l’Ufficio IVA di Mantova  notifica  alla  Società tre avvisi di rettifica dell’IVA 1989-1991;


    b) la CTP di Mantova  accoglie  i  ricorsi,  previamente  riuniti  della Società;


    c) la CTR di Milano accoglie parzialmente l’appello dell’Ufficio IVA  di Mantova;


    d) il ricorso per cassazione della Società è accolto da questa Corte con sentenza 27 agosto 2001, n. 11274, che rinvia la causa per il riesame  della controversia;


    e) “il 20 giugno 2002 la Società deposita un  atto  di  costituzione  in giudizio con allegato un fascicolo contenente documentazione varia  e  copia del ricorso in riassunzione avanti alla CTR della Lombardia, notificato  con raccomandate del 3.6.2002 all’Agenzia delle Entrate  di  Mantova  –  Ufficio Iva, in persona del capo ufficio e  alla  stessa  Agenzia  c/o  l’Avvocatura Distrettuale dello Stato, in Via S. Caterina, n. 16, di  Brescia”  (sentenza impugnata, pagina 2, righe 26-30);


    f) la CTR di Milano, Sezione di Brescia, dichiara  inammissibile  l’atto di costituzione in giudizio depositato il 20 giugno 2002.


    3. La sentenza della CTR, oggetto del ricorso  per  cassazione,  è  così motivata:


    a) “l’Ufficio competente in materia di Iva per le  pratiche  riguardanti il Comune di Gonzaga … è l’Agenzia delle entrate di Suzzara (MN)”;


    b) “in tema di contenzioso  tributario, l’omissione della  consegna  o spedizione del ricorso all’ufficio tributario competente determina, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 16 e  22  l’inammissibilità del ricorso, rilevabile d’ufficio dal giudice, anche se  copia  dello  stesso  sia  stata consegnata o spedita ad  altro  ufficio   appartenente   alla   stessa amministrazione finanziaria”;


    c) “inapplicabile, d’altro canto, al fine  di  evitare  la  declaratoria d’inammissibilità, è il D.P.R. 24 novembre 1971, n. 1199, art.  2,  comma  3 … perchè tale norma vale soltanto per i ricorsi amministrativi e non anche per quelli giurisdizionali”.


    4. Il ricorso per cassazione della Società è sostenuto  con  tre  motivi d’impugnazione e si conclude con la richiesta che sia  cassata  la  sentenza impugnata, con vittoria di spese.


    5. Resistono  con  controricorso  il  Ministero  dell’economia  e  delle finanze e l’Agenzia delle entrate, le quali concludono per  il  rigetto  del ricorso.


    Motivi della decisione – 6. In  via  preliminare  dev’essere  dichiarata l’inammissibilità del controricorso per tardività. Esso,  infatti,  è  stato notificato il 7 giugno 2005,  per  contraddire  un  ricorso  per  cassazione notificato il 6 aprile 2005, cosicché  il  termine  di  venti  giorni  dalla scadenza del termine per il deposito del ricorso, che,  ai  sensi  dell’art. 370 c.p.c., comma 1, n. 1  sarebbe  scaduto  il  16  maggio  2005,  è  stato ampiamente superato.


    7.1. Con il primo motivo d’impugnazione si denunciano la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto.


    7.2. La Società sostiene, al riguardo, che  sulla  base  dell’evoluzione della normativa che ha determinato la successione delle Agenzie  fiscali  al Ministero delle finanze, la riassunzione della causa dopo  il  rinvio  dalla Corte di cassazione sarebbe stato effettuato validamente, perché  l’atto  di riassunzione sarebbe stato notificato all’Agenzia delle entrate  di  Mantova sia alla sua sede sia presso l’Avvocatura  dello  Stato  di  Brescia.  Essa, inoltre, precisa: “Vero è che la giusta destinataria del ricorso forse era la Agenzia delle Entrate di Suzzara (MN) anziché quella di  Mantova;  ma  la contribuente, che  si  era  vista  notificare  gli  avvisi   di   rettifica dall’Ufficio IVA di Mantova e si era trovata di fronte, in  Commissione Tributaria di primo grado, lo stesso  Ufficio,  il  quale  aveva  interposto appello ed aveva partecipato anche alla discussione avanti  la  Commissione Tributaria Regionale di Milano, non poteva immaginare che, con  un provvedimento non pubblicato secondo forme che lo  rendessero  ufficialmente noto, la trattazione del ricorso era  stata  trasferita  dall’Agenzia  delle Entrate di Mantova alla Agenzia delle Entrate di Suzzara (MN)”.


    7.3. Il motivo è fondato per le ragioni qui di seguito esposte.


    In fatto  è  accaduto  che,  in  pendenza  del  giudizio  di  cassazione conclusosi con la sentenza  di  questa  Corte  27  agosto  2001,  n.  11274, l’organizzazione  dell’amministrazione  finanziaria  è  stata   radicalmente modificata in attuazione del D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300: la  tradizionale organizzazione per ministeri, articolata in  organi  centrali  e  in organi periferici a competenza materiale determinata  in funzione  della  singola imposta o di più imposte specifiche, è stata sostituita a  decorrere  dal 1 gennaio 2001, da più enti pubblici, che hanno assunto  il  nome  di  agenzie fiscali (D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300, artt. 26, 61 e  62). Il D.Lgs. 30 luglio  1999,  n. 300,  art. 66, comma 3 poi,  ha stabilito, quanto all’organizzazione delle agenzie fiscali, che “L’articolazione degli uffici, a livello centrale e periferico, è stabilita con disposizioni interne che si conformano alle esigenze della conduzione aziendale favorendo il decentramento delle  responsabilità  operative,  la  semplificazione dei rapporti con i cittadini e il  soddisfacimento delle necessità  dei contribuenti meglio compatibile con i criteri di economicità e di efficienza dei servizi”.


    Per effetto dei menzionati atti normativi primari  e  delle  conseguenti disposizioni  interne  adottate  dall’amministrazione,   può   ben   essersi realizzata una situazione nella  quale  alcuni  contribuenti  abbiano  avuto difficoltà ad individuare il nuovo organo dell’Agenzia che, a partire dal  1 gennaio  2001,  è  divenuto  la  nuova  parte  del  suo  rapporto  giuridico tributario, specie ove, com’è accaduto nel caso di specie, il contenzioso su di esso si sia svolto  avendo  come  quadro  di  riferimento  il  precedente assetto di organizzazione amministrativa.


    L’eventuale errore nell’individuazione dell’organo dell’Agenzia  fiscale come parte  del  rapporto  giuridico  tributario,  in  cui  sia  incorso  il contribuente, sia in sede amministrativa sia in sede processuale,  non  è  a lui  imputabile  in  base  al  principio  di  affidamento  del  contribuente garantito dalla L. 27 luglio 2000, n. 212,  art.  10  che  porta  il  titolo “Tutela dell’affidamento e della buona fede. Errori del contribuente”  e  il cui primo comma dispone che “i rapporti tra contribuente ed  amministrazione finanziaria sono improntati al principio della collaborazione e della  buona fede”.


    Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte ha già avuto occasione di precisare:


    1) che il principio di collaborazione e di buona fede sono il  risultato di un’esplicitazione, operata della L. 27 luglio  2000,  n.  212,  art.  10, comma 1  dei  principi  costituzionali  di  buon  andamento  e  imparzialità dell’amministrazione pubblica, cosicchè essi “debbono essere annoverati  tra quelli  immanenti  nel  diritto  e  nell’ordinamento  tributati  già   prima dell’entrata in vigore dello Statuto dei diritti  del  contribuente  (prima, cioè, del 1 agosto 2000” (Corte di cassazione 10 dicembre 2002, n. 17576);


    2) che “le regole generali di comportamento (collaborazione e buona fede in senso oggettivo, appunto)…  debbono  sempre  informare  lo  svolgimento delle attività  di  amministrazione  finanziaria  e  contribuente  nei  loro reciproci rapporti” (Corte di cassazione 10 dicembre 2002, n. 17576);


    3) che “l’art. 10, comma 1 si riferisce  ad  un  unico  principio  della collaborazione e della buona fede, trattando i  due  diversi  termini  quasi come espressione di un’endiadi” (Corte di cassazione 10  dicembre  2002,  n. 17576);


    4) che sia la “collaborazione” sia la “buona fede” “mirano ad assicurare comportamenti  dell’amministrazione  …  coerenti,  vale a  dire non contraddittori o  discontinui  (mutevoli  nel  tempo);  ed  infine, che  il medesimo termine, se riferito al contribuente, presenta un’analoga, parziale coincidenza con quello di collaborazione ed allude ad un generale dovere  di correttezza, volto  ad  evitare,  ad  es.,  comportamenti  del  contribuente capziosi, dilatori, sostanzialmente connotati da abuso di diritti  e/o  tesi ad eludere una giusta pretesa tributaria” (Corte di cassazione  10  dicembre 2002, n. 17576).


    Ai  criteri  interpretativi  appena  ricordati  anche  questo   Collegio aderisce, ritenendo, peraltro, di dover formulare una duplice precisazione.


    La prima precisazione è che l’immanenza nell’ordinamento tributario  dei principi di collaborazione e di buona  fede  trovano  il  loro  radicamento, specie per quel che riguarda l’amministrazione tributaria, nella forma dello Stato italiano e nei due principi fondamentali nei quali essa si  manifesta, che sono costituiti dal principio dello  Stato  di  diritto  e  dello  Stato sociale.


    Per il primo, oltre alle argomentazioni  utilizzate  dalla  sentenza  di questa Corte poc’anzi richiamata e alla quale  per  questo  si  rinvia,  può valere anche la considerazione che la regola tendenziale della separatezza della sfera del singolo (governato) da quella dell’autorità  (governante)  e della fissazione della linea del loro  contatto  (confine  privato/pubblico) attraverso la garanzia della legge trova un limite nei “doveri  inderogabili di solidarietà  politica,  economica  e  sociale” (art.  2  Cost.,  seconda proposizione),  tra  i  quali  rientrano  anche  i  vincoli  –  obblighi   e obbligazioni – di natura tributaria del cittadino.  Ma,  proprio  perché  le intromissioni nella sfera del governato sono delle eccezioni  rispetto  alla regola della sua intangibilità, derivante dall’assunzione,  da  parte  dello Stato italiano, della forma dello Stato di  diritto  (art.  2  Cost.,  prima proposizione),  esse   devono essere, non   solo ridotte al   minimo indispensabile, secondo un altro principio – quello di proporzionalità – immanente anch’esso nell’ordinamento ed esplicitato dalla L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 1, comma 2 (“La pubblica amministrazione non può  aggravare  il procedimento se non per straordinarie e  motivate esigenze imposte dalla svolgimento dell’istruttoria”), ma devono essere ispirate  al  principio di collaborazione e di lealtà e devono essere tali da non indurre in errore il governato. Tra i fattori di disorientamento  dell’amministrato figura, per tradizionale riconoscimento della giurisprudenza prima e del legislatore, poi, la complessità dell’assetto dell’organizzazione amministrativa, cui s’è cercato di por rimedio in sede processuale con il riconoscimento dell’errore scusabile e con la previsione legislativa  dell’obbligo  di  apposizione  ai provvedimenti  amministrativi,  anche  quelli  tributari,   della clausola d’impugnazione  (L.  7  agosto  1990,  n. 241,  art. 3, comma 4 per  i provvedimenti amministrativi in generale, e L. 27 luglio 2000, n. 212,  art. 7, comma 2 per i provvedimenti amministrativi  tributari,  in  particolare).


Questa impostazione dell’ordinamento è rilevante anche per  la  controversia in  esame,  per  la  quale  si  è  verificato  che  l’assetto  organizzativo dell’amministrazione finanziaria  è  mutato  in  pendenza  del  giudizio di cassazione, con la conseguenza che il contribuente non ha potuto  godere  di quella  garanzia che  gli  è normalmente  assicurata dalla clausola d’impugnazione dei provvedimenti amministrativi. È vero che qui si versa  in ambito processuale, ma è anche vero che la tutela  fornita al contribuente dal principio di collaborazione e di buona fede copre l’intero  arco della vita di un rapporto giuridico tributario, estendendosi fino alla sua definizione eventualmente in sede contenziosa giurisdizionale.


    Contribuisce a rafforzare questa soluzione anche il necessario  richiamo al principio dello Stato sociale, che l’art. 2 Cost. annoda a  quello  dello Stato di diritto. In estrema sintesi, poiché, in quanto  Stato  sociale,  lo Stato italiano è vincolato  dal  legislatore  costituente  a  premurarsi  di


fornire, non solo le garanzie  formali  dei  diritti  del  cittadino,  ma  a provvedere ai suoi bisogni sostanziali (art. 3 Cost., comma 2), i governanti sono tenuti ad operare, come s’è detto con espressione efficace per altri ordinamenti simili al nostro, come Helfer des Buergers, come assistenti  del cittadino, come suoi aiutanti, se no  addirittura  come  servitori.  Il  che equivale a dire, con riferimento alla controversia  in  esame,  che, se le autorità amministrative tributarie modificano con  atti  interni,  sia  pure adottati sulla base di  atti  normativi  primari,  la  loro  organizzazione amministrativa, le novità non possono costituire una  trappola  per  il contribuente e il suo errore nella riassunzione della causa  in sede di rinvio dalla Corte di cassazione ben avrebbe potuto essere sanato con una tempestiva informazione dell’autorità incompetente, notificataria dell’atto di riassunzione, al riassumente o all’ufficio competente,  consentendogli l’eventuale costituzione in giudizio con effetto  di  sanatoria.  Tutto  ciò avrebbe  potuto  e  dovuto  verificarsi  in  attuazione  del  principio  di collaborazione dell’autorità tributaria nei confronti del  contribuente, in attuazione del più generale principio dello Stato sociale e del suo derivato principio di collaborazione. Non avendo l’autorità destinataria dell’atto di riassunzione provveduto in tal senso, sarebbe stato onere  del  giudice  del rinvio non far gravare sul contribuente le conseguenze di  un’ignoranza  del nuovo assetto organizzativo  dell’amministrazione  tributaria,  a  lui  non imputabile, e rimetterlo in termini per la  scusabilità  del  suo  errore  e provvedere ad ordinargli la rinnovazione della  notificazione  ex  art.  291 c.p.c..


    La seconda precisazione, con la quale si ritiene di dover integrare le argomentazioni della sentenza di questa Corte 10 dicembre 2002, n. 17576, è un’immediata conseguenza delle  considerazioni precedenti   e   riguarda l’estensione anche all’ufficio tributario del  vincolo a  non  abusare del proprio diritto. Infatti, configurerebbe una siffatta ipotesi ogni atto  di riorganizzazione dell’amministrazione  tributaria  che,  non  essendo  reso oggetto di adeguate operazioni di conoscenza nei riguardi dei  contribuenti, fosse la causa di impedimenti all’esercizio del diritto di difesa  da  parte dell’amministrato.


    7.4. In conclusione devono considerarsi vigenti i seguenti principio di diritto, o norme giuridiche:


    a)  “per  il principio di collaborazione tra contribuente ed amministrazione finanziaria l’ufficio tributario deve informare il contribuente delle variazioni organizzative che modifichino il soggetto attivo del rapporto giuridico tributario oggetto di contenzioso”;


    b) “incorre in errore scusabile il  contribuente,  il  cui  atto  di riassunzione della causa, rinviata dalla Corte di cassazione al giudice  di merito, sia stato rivolto e sia stato notificato ad  un  organo diverso da quello che era stato soggetto attivo del rapporto giuridico tributario controverso e che è divenuto successivamente incompetente per effetto di  un atto interno di organizzazione amministrativa”.


    8. Le precedenti considerazioni conducono a  riconoscere  la  fondatezza del primo motivo d’impugnazione. Ne deriva l’assorbimento  delle  altre  due censure, con le quali si denuncia la nullità de  procedimento  in  relazione agli artt. 156, 157, 160 e 162 c.p.c. e  la  nullità  dei  procedimento  per violazione dell’art. 157 c.p.c., comma 1.


    9. Dall’accoglimento del  primo  motivo  consegue  la  cassazione  della sentenza impugnata e il rinvio  della  causa  ad  altra  Sezione  della  CTR Lombardia, che farà applicazione dei principi di diritto enunciati nel 7.4 e liquiderà anche le spese processuali relative al giudizio di cassazione.


    P.Q.M. – La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa ad altra Sezione della CTR della  Lombardia,  anche  per  le  spese processuali relative al giudizio di cassazione.                                       


Sent. n. 4773 del 27 febbraio 2009 (ud. del 17 dicembre 2008) della Corte Cass. sez. tributaria


    Svolgimento del processo – Con ricorso  alla  commissione  tributaria provinciale di Napoli C.A., in proprio e per conto di  congiunti,  proponeva opposizione avverso il silenzio – rifiuto  formatosi  in ordine alla  sua richiesta del 28.7.1999, rivolta al centro dei servizi di  Salerno,  per  il rimborso della somma di L. 210.036.336, oltre agli interessi, che il  Comune di Forio d’Ischia aveva trattenuto, quale sostituto d’imposta, a  titolo  di Irpef su quella corrisposta per  l’esproprio  di  un  terreno per pubblica utilità, sul presupposto che quell’indennizzo fosse esente, perché  si trattava di immobile rito in una determinata tipologia.


    Instauratosi il contraddittorio, l’agenzia delle entrate eccepiva la inammissibilità dell’impugnativa, in  quanto  il  ricorso  era  privo  della indicazione del domicilio fiscale, nonché l’infondatezza della pretesa,  per mancanza di prova, e perciò chiedeva il rigetto della domanda.


    Il giudice di prima istanza, in accoglimento del ricorso,  annullava  il provvedimento negativo con sentenza n. 375 del 2003.


    Avverso  la  relativa  decisione  A.C.  proponeva  appello   principale, relativamente alla mancata condanna dell’ufficio  al  rimborso  dell’imposta versata, e a cui l’agenzia delle entrate resisteva, svolgendo  a  sua  volta quello incidentale, dinanzi  alla  commissione  tributaria  regionale  della Campania, la quale, in parziale riforma di quella impugnata,  ha  dichiarato inammissibile il secondo,  e,  in  accoglimento  del  primo,  ha  condannato l’agenzia al rimborso della somma di Euro 108.474,71, oltre agli  interessi, e compensato le spese del grado con sentenza del 17.6.2004.


    Quanto all’appello principale ha rilevato che in effetti il contribuente aveva  diritto  alla  ripetizione  delle  somme  trattenete  dal   sostituto d’imposta, godendo del beneficio dell’esenzione,  attesa  la  tipologia  del terreno; in ordine a quello incidentale, ha  osservato  che  l’eccezione  di incompetenza per territorio era nuova, e perciò non proponibile in  sede  di gravame.


    Avverso questa pronuncia il Ministero dell’economia e  delle  finanze  e l’agenzia delle entrate hanno proposto ricorso per cassazione sulla base  di un unico motivo.


    A.C. ha resistito con controricorso, e a sua  volta  ha  svolto  ricorso incidentale condizionato, enunciando un unico motivo.


     Motivi della decisione – In via pregiudiziale va  disposta  la  riunione dei ricorsi, ai sensi dell’art. 335  c.p.c.,  atteso  che  essi  sono  stati proposti contro la stessa sentenza.


    Ricorso principale.


    Col motivo addotto a sostegno di esso i ricorrenti  deducono violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 37,  D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 16, 19 e 57, con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, in quanto la CTR non avrebbe considerato  che  quella  proposta  con  l’appello incidentale non era una vera e propria eccezione, bensì  una  sollecitazione al giudice di appello affinché  rilevasse  la  improcedibilità  del  ricorso introduttivo, posto che nessun silenzio –  rifiuto aveva potuto formarsi, giacché la richiesta di rimborso doveva essere  proposta  all’intendenza  di finanza (ora DRE) di Roma, città  nella  quale  il controricorrente  ha  il domicilio fiscale.


    Il Collegio ritiene il motivo infondato,  pur  essendo  consapevole  che simile pronuncia si discosta dall’orientamento prevalente di  questa  Corte, accolto anche nella sentenza delle Sezioni Unite 13 novembre 1997, n. 11217.


    Poiché la sentenza impugnata è stata depositata anteriormente al 2 marzo 2006, non  trova  applicazione l’art. 374 c.p.c.,  comma  2,  (così  come riformato dalla L. n. 40 del 2006) secondo  cui  “la  sezione semplice  che ritiene di non condividere il principio di diritto enunciato  dalle  sezioni unite, rimette a queste ultime, con ordinanza  motivata,  la  decisione  del ricorso”. E dunque il Collegio deve decidere il medesimo.


    Per una corretta impostazione del problema, appare opportuno  premettere che, con riguardo a somme  oggetto  di  ritenuta  per  Irpef,  l’istanza  di rimborso di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38,  comma  2,  deve  essere presentata dal contribuente, al pari di quella di  cui  al  comma  1,  dello stesso articolo relativa al rimborso dei versamenti diretti, alla  direzione regionale delle entrate (subentrata  all’intendenza  di  finanza  a  seguito della nuova articolazione organizzativa  che ha interessato il Ministero delle finanze dopo la L. 29 ottobre 1991, n. 358) nella cui  circoscrizione ha sede il concessionario presso il quale il versamento è, stato eseguito.


    Nel caso di specie la domanda di rimborso doveva essere presentata  alla direzione regionale della Campania, e non invece  a  quella  del  Lazio;  né tanto meno all’ufficio periferico di Salerno, atteso che  la  previsione  di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 37,  riguarda  solamente  le  trattenute operate dallo Stato, e non piuttosto i sostituti d’imposta.


    E la prevalente giurisprudenza  di  questa  Corte  ha  ritenuto  che  la presentazione dell’istanza ad ufficio  diverso, e quindi  territorialmente incompetente, osti alla formazione del provvedimento negativo,  anche  nella forma del silenzio – rifiuto, e conseguentemente determini l’inammissibilità del ricorso presentato alla commissione tributaria per difetto di provvedimento impugnabile; improponibilità rilevabile d’ufficio dal  giudice anche in sede di gravame,  salvo  che  si  sia  già  fermato  sul  punto  un giudicato interno (v. ex plurimis Cass. n. 13194 del  16/07/2004;  n.  23701 del 15/11/2007; n. 9095 del 2002; Sezioni Un. n. 11217 del 1997).


    Ritiene però il Collegio che simile drastica conclusione, che viene a penalizzare un errore  meramente formale del contribuente, debba  essere rivisitata alla luce dei principi di cooperazione,  collaborazione e buona fede che, in base alla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 10, devono improntare i rapporti tra amministrazione finanziaria e contribuente.


    Sulla scorta di simili principi questa sezione ha già  riconosciuto che l’istanza  di  rimborso  presentata ad un ufficio dell’amministrazione finanziaria, ancorché  incompetente  funzionalmente  o  territorialmente  a provvedere sulla medesima, è, atto  idoneo  ad  impedire  la  decadenza  del contribuente dal diritto al rimborso prevista dal D.P.R. 29 settembre  1973, n. 602, art. 38, (Cass. 6 maggio 2005, n. 9407; Cass. n. 14212 del 28 luglio 2004). Ha però soggiunto che tale istanza – rivolta ad organo incompetente – non sarebbe invece idonea a determinare la formazione di un provvedimento di diniego nella forma del silenzio – rifiuto, e renderebbe  conseguentemente inammissibile il ricorso al giudice tributario;  quindi  il  contribuente dovrebbe, entro il termine prescrizionale di  cui  all’art.  2967  c.c., rinnovare l’istanza rivolgendola all’organo competente.


    Il Collegio ritiene che la coerenza del  sistema  imponga  un ulteriore passo avanti e dunque di riconoscere che l’ufficio non competente che riceva un’istanza  di rimborso è tenuto a  trasmettere l’istanza all’ufficio competente, in conformità delle regole di collaborazione  tra  organi  della stessa amministrazione (cfr. anche la L. 18 marzo 1968, n. 249, art. 5), restando configurabile, in difetto, un silenzio – rifiuto del rimborso medesimo, impugnabile dinanzi alle commissioni tributarie (Cass.  8  agosto 1988 n. 4878), e ciò sia perché la domanda di rimborso non è rivolta ad un organo estraneo all’amministrazione finanziaria, sia perché, in tema di rimborso, l’ordinamento impone una  dovuta  costante  collaborazione  organi (arg. D.P.R. n. 602 cit., ex art. 38, comma 3).


    La soluzione accolta appare, infine, conforme  al  principio  più  volte affermato da questa Corte e secondo cui le leggi devono essere  interpretate alla luce delle esigenze di celerità processuale e di sollecita  definizione dei diritti delle parti di cui all’art. 11 Cost., (cfr.  le  sentenze  delle Sezioni Unite n. 24883 del 9 ottobre 2008 e n. 4109 del 22  febbraio  2007); appare infatti inutilmente defatigatorio imporre ad |un contribuente, il cui diritto non è venuto meno, di presentare una seconda istanza ed instaurare un secondo giudizio, senza che ciò risponda ad alcuna esigenza  sostanziale, dal  momento  che  l’amministrazione ha  resistendo nel primo  giudizio, manifestato la inequivocabile decisione di non procedere al rimborso.


    Alla luce quindi di quanto più sopra  enunciato, la  motivazione della sentenza impugnata va integrata nel senso suindicato, ferma  restandone la statuizione, con la conseguenza che il ricorso principale va rigettato.


    Ricorso incidentale.


    Col  motivo addotto a sostegno del  ricorso incidentale, che è condizionato, il ricorrente per incidente in realtà non muove sostanzialmente censura al provvedimento che assume  impugnato,  chiedendo solo il rigetto del gravame avverso, con l’aderire sia alla motivazione  che alla statuizione del giudice di secondo grado, incentrando l’adesione  sulla applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38, anziché sulla previsione di quello precedente, applicabile solamente alle amministrazioni statali  in ipotesi di trattenuta diretta.


    Esso perciò è da intendersi assorbito da quello esaminato.


    Quanto  alle  spese  di  questa  fase,  sussistono  giusti  motivi   per compensarle.


    P.Q.M. – La Corte


    Riuniti  i  ricorsi,  rigetta  quello  principale;  dichiara   assorbito l’incidentale, e compensa le spese.


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