Anche il posto barca paga la TARSU


          Lo specchio d’acqua sul quale viene esercitata l’attività di nautica da diporto è soggetto all’applicazione della TARSU, dovuta non già dal diportista, quanto piuttosto dal concedente dell’area demaniale. E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 3829 del 18 febbraio 2009, nella quale il massimo giudice di legittimità analizza (e respinge) punto per punto le numerose eccezioni della ricorrente, così fornendo non solo un significativo intervento giurisprudenziale su un argomento di particolare complessità, ma soprattutto cogliendo l’occasione per riepilogare le finalità del tributo ed i meccanismi essenziali di applicazione dell’entrata comunale.


          I fatti di causa vedono opposti il Comune di…..e una società a responsabilità limitata che, giusta concessione demaniale, espletava all’interno di un porto turistico i servizi connessi all’uso dei posti barca curando, in particolare, i servizi antincendio e di vigilanza, l’assistenza all’ormeggio e disormeggio dei natanti, l’illuminazione del porto, nonché la cura  e la manutenzione dei segnali marittimi di entrata e dei fanali interni al porto.


          L’ente locale usciva vittorioso sia nel primo che nel secondo grado di giudizio: in particolare, i giudici del riesame avevano respinto l’appello della società contribuente ritenendo che “la comunità dei diportisti che fruiscono dei posti barca è certamente assoggettabile…alla tassa sui rifiuti, in quanto produttori di rifiuti caratteristici della vita di una stabile comunità di persone,…indipendentemente dalla localizzazione in un dato territorio, rientrandovi anche le comunità viaggianti ed anche le imbarcazioni da diporto che utilizzano detti posti barca soltanto in transito“.


          La società concessionaria ha chiesto la cassazione di tale decisione sulla base di cinque eccezioni, tutte respinte dalla Suprema Corte con convincenti motivazioni che qui intendiamo commentare nello stesso ordine utilizzato nella corposa sentenza.


1.   Natura del cespite  e sua  attitudine a  produrre rifiuti


          La ricorrente contesta l’assoggettabilità alla TARSU degli specchi d’acqua di cui constano i posti barca in quanto, a suo dire, “fondamentale ai fini dell’insorgenza dell’obbligo è la natura del cespite cui si imputa in via di presunzione la capacità di produrre rifiuti perché nella disposizione di cui all’art. 62 (1)…sono…specificamente individuate le componenti immobiliari che assumono rilevanza ai fini dell’applicazione del tributo.”


          Com’è noto, la norma citata dispone che “La tassa è dovuta per l’occupazione o la detenzione di locali ed aree scoperte  a qualsiasi uso adibiti, ad esclusione delle aree scoperte pertinenziali o accessorie di civili abitazioni diverse dalle aree a verde, esistenti nelle zone del territorio comunale in cui il servizio è istituito ed attivato o comunque reso in maniera continuativa nei modi previsti dagli articolo 58 e 59…“. Per la maturazione del presupposto, pertanto, occorre l’occupazione e/o la detenzione di locali ed aree scoperte e tale requisito ha carattere di presunzione (relativa) delle potenzialità o attitudine di tali superfici a produrre rifiuti, ammettendo l’eventuale prova contraria da parte del contribuente (2).


          In particolare, secondo la tesi del ricorrente, il legislatore avrebbe inteso circoscrivere l’ambito di applicazione della tassa alle sole componenti immobiliari, le uniche, a suo dire, “capaci di sostenere  ed ospitare la presenza dell’uomo” e, conseguentemente, cui si correla l’attitudine a produrre rifiuti. Ulteriore conferma di tale orientamento la società ricava dalla ris. ministeriale n. 8/474 del 4 luglio 1989 la quale, seppure ritiene tassabili gli stabilimenti balneari posti sugli arenili dati in concessione, trattandosi di aree scoperte ad uso privato idonee alla  produzione di rifiuti, pur tuttavia “non è mai stata ipotizzata la tassabilità dello specchio di mare ove vengono introdotte le imbarcazioni tenute nello stabilimento per lo svago dei bagnanti, essendo evidente che la superficie marina non può essere assimilata alle aree di cui si fa menzione nell’art. 62, comma 1, sopracitato“.


          Di ben diverso parere sono le conclusioni cui pervengono i giudici di legittimità i quali,  richiamandosi allo scopo perseguito dalla normativa istitutiva della TARSU  ed alle finalità tutelate dal legislatore (pubblica igiene e salubrità), osservano che, in tale prospettiva,  è agevole dovere intendere per “aree scoperte” costituenti presupposto della tassa de qua “tutte le estensioni (o superfici) spaziali comunque utilizzabili e concretamente utilizzate da una condizione umana, e quindi, a prescindere dal supporto (solido o liquido) di cui l’estensione stessa è composta e, conseguentemente, del mezzo (terrestre o navale) utilizzato per fruire di quell’estensione“.


          La Corte, quindi, lungi dal farsi condizionare dall’aspetto dell’elemento superficie, si sofferma sulla capacità di tale elemento di produrre rifiuti urbani, perché  prodotti da comunità di persone; in tal senso, è fuor di dubbio che anche i natanti, in quanto mezzi utilizzati dall’uomo, costituiscono superfici produttive di rifiuti che devono essere depositati sulla terraferma al momento della sosta nel porto, “facendo così sorgere, a carico dell’ente territorialmente competente, l’obbligo di rimuoversi e smaltirli“.


          In conclusione, ai fini dell’individuazione del presupposto giuridico della TARSU, “non bisogna avere riguardo semplicemente alla natura (solida o liquida) del luogo, alla cui superficie la tassazione stessa viene soltanto commisurata, ma alla presenza di una comunità di persone (anche indipendentemente da una fissa dimora) in un dato spazio perché quella comunità produce naturaliter rifiuti <urbani> che debbono essere smaltiti“.


2.   Individuazione del soggetto passivo


          La società assume che la decisione impugnata è censurabile anche perché la pretesa impositiva doveva essere indirizzata verso i singoli titolari dei posti barca, nei confronti dei quali l’art. 63, 1°, comma, del D. Lgs. 507/1993 radica l’obbligo di corrispondere il tributo e giammai sulla società responsabile della gestione dei servizi, forniti in base ad un contratto di “ormeggio”, del tutto atipico, consistente nella messa a disposizione delle strutture portuali sulle quali il diportista vanta un diritto di godimento e che, con riferimento allo specchio d’acqua sul quale insisterà la sua imbarcazione, farà maturare l’obbligo di corresponsione della tassa.


          Nel merito delle predette censure, non è fuor di luogo ricordare preliminarmente che i soggetti passivi della TARSU, individuati dall’art. 63 del D. Lgs. n. 507/1993, sono  coloro che occupano e/o detengono i locali e/o le aree soggette a tassazione: la relazione con l’immobile, in cui si sostanzia il presupposto, è configurata dal legislatore in termini molto ampi ed a prescindere dal titolo giuridico che ne giustifica l’utilizzo, cosicché anche l’occupazione di fatto o abusiva determina il sorgere dell’obbligazione tributaria.


          La Suprema Corte non ritiene che il riferimento al contratto di ormeggio sia idoneo ad escludere la soggettività passiva della società alla TARSU, tenuto conto che il soggetto che detiene un’area scoperta sulla quale si producono rifiuti urbani è tenuto al pagamento della TARSU per il solo fatto della detenzione e/o occupazione, “indipendentemente dall’individuazione dell’effettivo produttore del rifiuto“. In altre parole, analogamente a quanto accade nella gestione dei campeggi o di altre attività ricettizie, l’esistenza di un contratto di ormeggio non è  idonea a sottrarre al concedente la detenzione dell’area ed a trasferire alla controparte l’obbligo tributario perché tale contratto si risolve sempre e solo nell’attribuzione al diportista del diritto di utilizzare lo spazio ed i servizi connessi, senza privare il concedente della disponibilità dell’area e, quindi, della soggettività passiva al tributo.


3.   Mancanza del potere impositivo in capo al Comune, trattandosi di demanio marittimo


          Con ulteriore doglianza, la società ricorrente eccepisce carenza del potere impositivo del Comune, considerato che gli specchi d’acqua ove sono ubicati  i posti barca ricadono nel demanio marittimo della Regione Sicilia e non nell’ambito del territorio comunale; pertanto, ritiene la società che il potere impositivo del Comune  non possa estendersi su porzioni del demanio marittimo ubicate al di fuori del territorio comunale, solo all’interno del quale il Comune può imporre e pretendere il tributo de quo.


          Con articolata motivazione, il massimo giudice di legittimità non ritiene che la natura demaniale dello specchio d’acqua costituisca elemento idoneo ad escludere la potestas impositiva del Comune che invece si estende a tutto il territorio comunale. Ciò in quanto “l’oggettiva diversità degli interessi perseguiti dall’ente cui il bene demaniale appartiene, da quelli propriamente igienico sanitari, affidati alle cure dell’ente comunale (al quale la legge impone di provvedere alla raccolta ed al successivo smaltimento dei rifiuti solidi urbani prodotti sul suo territorio), in una con l’esistenza di una qualche deroga apposita, evidenziano l’irrilevanza della natura demaniale del bene anche ai fini della tassa de qua“.


          Indiretta conferma di tale assunto si ricava  dalla soggezione alla tassa degli stabilimenti balneari, esplicitamente individuati dall’art. 68, comma 2, lett. b), unitamente ad altri immobili non necessariamente di proprietà comunale, ma che insistono sul suo territorio come musei, archivi, biblioteche, pinacoteche  etc… per i quali nessuna norma ne esclude la soggezione alla TARSU in quanto appartenenti allo Stato, alla Regione o alla Provincia e, quindi, siamo concordi nel concludere che  “la natura demaniale di un bene concesso in uso a privati è, in se’, del tutto irrilevante ai fini dell’assoggettamento della relativa area, se produttiva di rifiuti solidi urbani alla tassa comunale concernente la raccolta e lo smaltimento di quei rifiuti“.


4.   Intassabilità dei rifiuti  perché speciali


          Sostiene ancora la società che i rifiuti prodotti dalla gestione della struttura portuale sono “speciali (3)” (ovvero derivati da attività industriali, artigianali, di commercio e di servizi), in quanto ascrivibili all’esercizio di un’attività di servizio e non urbani (4) (ovvero domestici o similari): conseguentemente, essi restano esclusi dal regime di cui al D. Lgs. 507/1993, applicabile  solo rifiuti urbani e assimilati (5).


          La questione viene dichiarata inammissibile dalla Corte perché nuova, ma – nello stesso tempo – i giudici di legittimità ritengono che incomba sulla società ricorrente l’onere di fornire all’amministrazione comunale dati precisi in ordine alle superfici eventualmente interessate dalla produzione di rifiuti speciali e, conseguentemente, escluse dalla superficie tassabile. Richiamandosi a propria precedente giurisprudenza (Cass. n. 12749 del 02.09.2002), precisa la Corte che “costituendo tali esenzioni un’eccezione alla regola generale di assoggettamento alla tassa di tutti coloro che occupano o detengono immobili nelle zone del territorio comunale in cui il servizio di raccolta è istituito ed attivato, l’onere della prova circa l’esistenza e la delimitazione delle superfici per le quali il tributo non è dovuto grava su chi ritiene di avere diritto all’esenzione e non sull’amministrazione del comune“.


5.   Errore nel computo della superficie


          L’ultimo motivo di ricorso riguarda l’erroneità del computo della superficie d’acqua sulla quale applicare la tassa per non avere il Comune escluso  dalla tassazione le parti d’acqua effettivamente non coperte dalle imbarcazioni.


          L’eccezione – afferma preliminarmente la Corte di Cassazione – non ha fondamento, con ciò assolvendo la Commissione Tributaria Regionale dall’essere incorsa nel denunziato vizio di omessa pronuncia “atteso che quel giudice, con la totale conferma dell’atto impositivo, ha affermato in maniera non equivoca la correttezza dell’operato del Comune circa la misura della superficie da considerare ai fini della determinazione del detto quantum“.


          In ogni caso, come correttamente osservato, l’eventuale temporanea mancanza di natanti equivale, ai fini della debenza del tributo, alla situazione data dalla mancata occupazione di stanze di albergo o di posti di campeggio da parte degli utenti delle relative strutture e ciò configura – analogamente a quanto avviene nel settore turistico alberghiero – il “permanere della detenzione in capo al concessionario comunque dell’intera superficie dell’area concessa (…) con conseguente persistenza del presupposto legale sufficiente per affermare l’integrale debenza della tassa de qua da parte del concessionario stesso“.


          In conclusione, la tassa rifiuti è dovuta anche per il posto barca  e questa non è sicuramente una sorpresa piacevole per i diportisti sui quali,  pur senza assumere la figura di soggetti passivi del tributo, inevitabilmente il concessionario “spalmerà” il relativo costo.


Valeria Fusconi


25 Marzo 2009


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NOTE


(1) del D. Lgs. 507 del 15 novembre 1993.


(2) La presunzione assoluta era stata introdotta dalla legge n. 366/1941 e riguardava sia la formazione di rifiuti ordinari in ogni tipo di locali con presenza continua dell’uomo, che utilizzazione del servizio comunale da parte di chi occupa o conduce locali nelle zone in cui il servizio è regolarmente istituito.  In ordine alla dimostrabilità della non produzione di rifiuti da parte del soggetto passivo si è formata una consolidata giurisprudenza (ex multis,  Cass. n. 12084 del 01/07/2004, n. 15083 del 05/08/2004 e n. 15658 del 12/08/2004).


(3) Trattasi di rifiuti da lavorazioni industriali, da attività commerciali, derivanti dall’attività di recupero e smaltimento dei rifiuti, i fanghi prodotti da trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi; i rifiuti derivanti da attività sanitarie, i macchinari e le apparecchiature deteriorati ed obsoleti, i veicoli a motore, rimorchi e simili fuori uso e le loro parti.


(4) Vi rientrano i rifiuti domestici anche ingombranti ed i rifiuti provenienti dallo spezzamento delle strade; i rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche ed i rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali.


(5) Il  D. Lgs. n. 22/1997 ha ripristinato il potere di assimilazione dei rifiuti da parte del Comune, previa determinazione dei criteri tecnici da parte dello Stato,  per cui ogni singolo Comune stabilisce l’assimilazione in base alle potenzialità di smaltimento. L’esercizio del potere discrezionale di assimilazione deve essere conforme a quanto previsto dalla norma (oggi modificata dall’art. XXXX) e deve essere esercitato con deliberazione adottata nell’ambito del regolamento che disciplina il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti: pertanto, non può ritenersi legittima la c.d. ‘assimilazione implicita’, che in passato veniva posta in essere a mezzo di semplice menzione delle attività interessate nell’elencazione delle classi di utenza assoggettabili alla tassa. E’ di tutta evidenza che il concreto esercizio del potere di assimilazione da parte dell’ente consente l’ampliamento della base imponibile del tributo, estendendosi la competenza comunale anche ad alcune tipologie di rifiuti speciali e/o pericolosi che – in difetto – resterebbero esclusi dal campo di applicazio della TARSU.


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