Manovra “anti-crisi”: ridimensionamento delle commissioni di massimo scoperto ed introduzione del tasso BCE


Le misure facenti parte del nuovo decreto legge n. 185/2008 convertito nella legge del 28 gennaio 2009 n. 2 (pubblicato in G.U. n. 22 del 28 gennaio 2009) in ambito bancario possono essere ripartite in quattro differenti interventi:


– introduzione del tetto del 4% per i mutui a tasso variabile;


– gratuità dell’autentica notarile all’atto di consenso per la surroga del mutui;


– attenuazione e/o ridimensionamento delle commissioni di massimo scoperto;


– introduzione del tasso BCE nella determinazione delle rate a tasso variabile.


 


Avendo già analizzato i primi due aspetti in altri articoli già apparsi sul sito al quale si preferisce rimandare il lettore per una più approfondita analisi, appare invece evidente come un posto di assoluta novità rispetto a quanto ormai consolidatosi in tutti questi anni e rispetto a quelle che erano apparse le reali intenzioni dell’esecutivo è occupato dal ridimensionamento delle “commissioni di massimo scoperto” (in seguito C.M.S.) che in un contratto di apertura di credito sottoscritto tra banca e cliente, possiamo definire come la percentuale, calcolata al tasso convenuto, sulla massima esposizione avuta sul conto corrente durante il trimestre di riferimento in aggiunta al calcolo degli interessi convenzionali.


Secondo il nuovo disposto (art. 2-bis) “le C.M.S. sono nulle se il saldo del cliente risulti a debito per un periodo continuativo inferiore a trenta giorni o se esse siano percepite a fronte di utilizzo in assenza di fido”.


Ne deriva che la C.M. S. sarà pattuibile e percepibile solo per saldi a debito continuativi di durata superiore a 30 giorni.


 


Risulteranno nulle anche le “provvigioni di conto” dette anche “commissioni di affidamento”, clausole che prevedono una remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione di fondi a favore del cliente titolare di conto corrente indipendentemente dall’effettivo prelevamento delle somme in misura proporzionale all’importo ed alla durata dell’affidamento.


Tutto ciò potrà accadere salvo che tale disponibilità non sia stata predeterminata con accordo scritto non rinnovabile tacitamente il quale con cadenza massima annuale dovrà essere rendicontato al cliente.


 


Quanto alla decorrenza delle disposizioni individuate nel decreto, tutti i contratti in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto sono adeguati alle disposizioni dell’articolo in questione entro 150 giorni dalla medesima data.


 


Ritengo sia però necessario per comprendere la portata ed il cammino effettuato fino ad oggi dal nostro legislatore nonché i possibili e prossimi sviluppi  circa il trattamento della C.M.S. effettuare un breve approfondimento sulla natura di queste commissioni.


Come è da tempo noto agli operatori del settore, la determinazione e l’addebito della C.S.M., e più in particolare l’illegittimità della stessa aveva di recente trovato, e sempre con maggiore insistenza, terreno fertile in numerose sentenze della giurisprudenza oltre che nelle critiche della dottrina.


 


A voler indagare circa il vero ed autentico significato della commissione di massimo scoperto, si potrebbe far riferimento ad una sentenza della Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. I, Sentenza n. 870 del 18 gennaio 2006), di fatto divenuta linea di pensiero sposata da tutti, che la definisce come “remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma”.


Nell’ipotesi di utilizzo da parte cliente, solo di parte della somma affidata, la banca percepirebbe un interesse corrispettivo per la somma utilizzata ed una commissione per la residua somma tenuta a disposizione.


 


Da ciò discende che essa va calcolata o sull’intera somma messa a disposizione della banca (ad esempio euro 10.000), ovvero sulla somma rimasta disponibile in quel dato momento e non utilizzata dal cliente (ad esempio euro 3.000, se il cliente ne ha utilizzato euro 7.000).


La banca, infatti, nel momento in cui assume l’obbligo di tenere a disposizione del cliente una determinata somma di denaro, ad esempio euro 10.000, per un tempo determinato, destina quella determinata somma a quell’utente per la durata dell’affidamento indipendentemente dalla sua effettiva utilizzazione, poiché deve tenerla a disposizione di quel cliente (che la può utilizzare totalmente ma anche parzialmente in qualsiasi momento lo ritenga opportuno).


La natura della C.M.S. imporrebbe quindi che la banca percepisse una commissione sull’intera somma affidata (euro 10.000), anche nel caso che il cliente non utilizzasse alcuna delle somme messe a sua disposizione dalla banca.


Nell’ipotesi che il cliente, invece, utilizzasse solo in parte (euro 7.000) la somma affidata (euro 10.000), la banca dovrebbe percepire un interesse per la somma utilizzata (euro 7.000) ed una commissione per la residua somma tenuta a disposizione (euro 3.000).


Questo meccanismo viene chiaramente fatto proprio dalla citata Cassazione Civ., n. 870/06.


 


Oggi, però, negli usi bancari, contrariamente a quella che dovrebbe essere la sua natura in accordo con la definizione che ne fa la Cassazione, la commissione di massimo scoperto non viene calcolata sulla somma affidata o rimasta disponibile, bensì, al contrario, sulla somma massima utilizzata nel periodo (cosiddetta “punta” nel trimestre) e per tutti i giorni del periodo di riferimento; in particolare, un’autorevole dottrina sostiene che la commissione di massimo scoperto è “conteggiata ad ogni chiusura di conto in una misura percentuale sul massimo scoperto del periodo considerato e cioè sull’esposizione massima effettivamente raggiunta”.


 


Sembra dunque esservi una dicotomia non sanabile tra l’effettiva metodologia di calcolo della commissione di massimo scoperto (una voce accessoria all’interesse) e l’identificazione teorica della stessa così come enunciata in giurisprudenza; detta contraddizione porterebbe, secondo Giurisprudenza di merito, alla nullità di quell’addebito, non trovandosi, ovviamente alcuna giustificazione causale.


 



Tasso  BCE nella determinazione delle rate a tasso variabile


 


          Quanto invece al quarto punto in precedenza elencato, viene attribuita la nuova possibilità di utilizzo del tasso BCE con l’obiettivo di rendere più stabili le rate; di fatto le nuove disposizioni prevedono che i mutui a tasso variabile possono essere parametrati al tasso ufficiale determinato mensilmente dalla Banca Centrale Europea in luogo del noto Euribor.


          La norma nasce evidentemente dall’intenzione di legare i finanziamenti ad un parametro meno fluttuante che essendo determinato una volta al mese (in genere ogni primo giovedì del mese)  rimane poi invariato fino alla seduta successiva.


 


          Sulla scia delle istruzioni impartite dal decreto, la Banca d’Italia ha emanato lo scorso 30 dicembre 2008 una serie di disposizioni che di fatto obbligano le banche a fornire a partire dal 1° marzo un’informativa riguardante tutte le tipologie di mutuo offerte, in modo da agevolare le scelte del cliente verso prodotti più aderenti alle proprie esigenze.


          In pratica le banche dovranno indicare in maniera chiara  le caratteristiche ed i rischi tipici delle differenti operazioni di mutuo proposte alla clientela, con indicazione chiara del tasso di interesse, della durata del mutuo, delle modalità di ammortamento e della periodicità delle rate.


 


          La valutazione della convenienza circa la migliore scelta tra i parametri a disposizione della clientela ricadrà ovviamente sul mutuatario e certamente non si preannuncia facile poiché se da un lato il nuovo parametro utilizzabile – tasso BCE – consente di mitigare la volatilità della rata, dall’altro le comparazioni storiche tra i due tassi evidenziano che molto spesso il tasso Euribor è risultato inferiore rispetto al tasso BCE anche per intervalli di tempo significativi.


 


Giuseppe Demauro




 


5 Febbraio 2009


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