Impugnazione cumulativa proposta attraverso unico ricorso avverso una pluralità di sentenze


          La sentenza  n. 3692 del 16 febbraio 2009 (ud. del 13 gennaio 2009) della Corte Cass., SS.UU. civili in tema di ammissibilità della impugnazione cumulativa avverso una pluralità di sentenze ha così statuito: Deve ritenersi ammissibile l’impugnazione cumulativa proposta attraverso un unico ricorso avverso una pluralità di sentenze qualora non soltanto sussista l’identità delle parti  processuali  e del rapporto giuridico d’imposta, suddiviso nei segmenti dei differenti periodi d’imposta, ma altresì quanto le decisioni impugnate debbano essere risolte attraverso  una  identica  questione di  diritto,  la  quale  ben  potrebbe costituire – se  affrontata  in  separati  giudizi – giudicato rilevabile d’ufficio.


          In particolare, l’iter logico giuridico adottato da tale pronuncia ha denotato i seguenti capisaldi:


Ø     Come si ricorda nell’ordinanza che ha rimesso la questione alle  Sezioni Unite, può aversi per pacifico nella giurisprudenza della Corte un  generale principio di inammissibilità dell’impugnazione cumulativa (cfr.,  in  questo senso, Cass.  n.  2324/1964;  S.U.  n.  1616/1975;  S.U.  n.  5215/1979;  n. 312/1993; n. 5472/1994; n. 6626/1995; n. 805/1997; S.U.  n.  12562/1998;  n. 693/2001; n. 69/2002; n. 13831/2002; n. 17835 del 2004 e n. 19950 del 2005), principio che, secondo la stessa giurisprudenza, incontra tuttavia numerose eccezioni, talune delle quali  possono  ritenersi pacifiche: sentenza non definitiva oggetto  di  riserva di impugnazione e successiva sentenza definitiva; sentenza revocanda e  quella conclusiva del giudizio di revocazione; sentenza di  rinvio e quella  di rigetto della istanza di revocazione, allorché le due impugnazioni siano rivolte contro capi identici o almeno connessi delle due pronunzie; sentenze di grado diverso pronunciate nella medesima causa, che investano l’una il merito e l’altra una  questione pregiudiziale (v. Cass. n. 5472/1994; n. 805/1997; n. 693/2001; n. 69/2002; n. 13831/2002) – mentre altre, e segnatamente quella, ricorrente nella specie, relativa all’ipotesi di sentenze diverse emesse tra le stesse parti e sulla base della medesima ratio ma in procedimenti formalmente distinti (come di massima accade, in materia tributaria, in relazione a procedimenti relativi ad accertamenti per anni di imposta diversi basati sul medesimo processo verbale di constatazione o comunque sulle medesime  ragioni), sono controverse, essendo la possibilità di ricorso cumulativo, in  questo  caso, talvolta riconosciuta (Cass. nn. 7191/04, 309/06) e talaltra negata  (Cass. nn. 1542/07, 10134/07).


Ø     L’indirizzo contrario all’ammissibilità, nel caso di specie, del ricorso cumulativo sembra in definitiva far leva, essenzialmente, sulla considerazione che – diversamente da quanto accade nelle  altre  ipotesi  di ricorso  cumulativo  già  pacificamente  ammesse  dalla  giurisprudenza   di legittimità e sopra ricordate – difetterebbe il presupposto  rappresentato dalla “identità delle questioni trattate”, in conseguenza della diversità di oggetto dei procedimenti (in questo senso, in particolare, Cass.  1542/07, riguardo a procedimenti tributari relativi, come nella fattispecie in esame, a diverse annualità della medesima imposta). L’argomento non è tuttavia  decisivo. In aggiunta alle ragioni di economia processuale che sorreggono la (pacifica) ammissibilità del ricorso uno actu avverso più sentenze emesse nel medesimo procedimento, va osservato che – nel caso rimesso  all’esame di queste Sezioni Unite – i diversi procedimenti non solo attengono al medesimo rapporto giuridico di imposta, pur riguardando situazioni giuridiche formalmente distinte in quanto si riferiscono a diverse annualità, ma soprattutto dipendono per intero dalla soluzione (che è uguale in tutte le sentenze) di una identica questione  di diritto comune a tutte le cause ed in  ipotesi  suscettibile    secondo  la stessa giurisprudenza di legittimità (SS.UU. 13916/06) – di dare vita ad  un giudicato rilevabile d’ufficio in tutte le cause relative al medesimo rapporto di imposta. E’ ius receptum (Cassazione Sentenza n. 1542 del 24 gennaio 2007) l’assunto secondo cui è inammissibile l’impugnazione cumulativa avverso più sentenze che, sebbene siano state emesse tra le stesse parti, “hanno tuttavia pronunciato in distinte controversie d’imposta, relative a periodi diversi, con conseguente venir meno dell’identità delle questioni trattate. E’ esclusa “l’ammissibilità dell’impugnazione con unico atto di più sentenze emesse in procedimenti formalmente e sostanzialmente distinti, ancorché pronunciate tra le stesse parti (Cassazione n. 17835/2004 e n. 19950/2005); ciò trova conforto essenzialmente nella tassatività e specificità dei mezzi di impugnazione, nella natura pubblicistica ed inderogabile delle norme che regolano modi, tempi e forme per proporli ed, infine, nella tipicità dei provvedimenti impugnabili, cui corrispondono i relativi mezzi e modi di impugnazione previsti dalla legge e soltanto quelli”. La proposizione dell’impugnazione cumulativa avverso sentenze diverse non può incidere sull’autonomia delle singole impugnazioni, che restano ben distinte e richiedono pur sempre un formale provvedimento di riunione da parte del giudice per la trattazione congiunta. Ciò, in quanto l’opzione processuale di proporre con un unico atto diverse impugnazioni attribuirebbe alla parte il potere di disporre, in tal modo, la riunione dei procedimenti concernenti le impugnazioni proposte, così sottraendo il relativo potere al giudice, ovvero imponendo al predetto giudice l’esercizio di tale potere, che conserva, invece, natura discrezionale (Cassazione, sentenza n. 7645/2006). Occorre escludere l’ammissibilità dell’impugnazione con unico atto di più sentenze emesse in procedimenti formalmente e sostanzialmente distinti, ancorchè pronunciate tra le stesse parti (cfr. in questo senso, Cass. n. 2324/1964; S.U. n. 1616/1975; S.U. n. 5215/1979; n. 312/1993; n. 5472/1994; n. 6626/1995; n. 805/1997; S.U. n. 12562/1998; n. 693/2001; n. 69/2002; n. 13831/2002; n. 17835 del 2004 e n. 19950 del 2005). Le ragioni profonde di tale radicato orientamento risiedono essenzialmente nella considerazione della tassatività e specificità dei mezzi di impugnazione, della natura pubblicistica ed inderogabile delle norme che regolano modi, tempi e forme per proporli ed, infine, della tipicità dei provvedimenti impugnabili, cui corrispondono i relativi mezzi e modi di impugnazione previsti dalla legge, e soltanto quelli.


 


          Giova osservare che, quindi, è ammesso il ricorso cumulativo avverso più sentenze nell’ipotesi di:


Ø     esistenza di unitarietà del rapporto processuale – sentenze pronunciate tra le stesse parti e nell’ambito di un unico procedimento, ancorché in diverse fasi e gradi, come nel caso di sentenza non definitiva oggetto di riserva di impugnazione e di successiva sentenza definitiva;


Ø     sentenza revocanda e di quella conclusiva del giudizio di revocazione;


Ø     sentenza di rinvio e di rigetto dell’istanza di revocazione, allorché la due impugnazioni siano rivolte contro capi identici o almeno connessi delle due pronunzie (cfr Cassazione, sentenze n. 5472/1994, n. 805/1997, n. 693/2001, n. 13831/2002);


Ø     identità delle parti e delle questioni trattate nelle cause decise con le sentenze impugnate cumulativamente, sempre che vi sia espressa indicazione delle diverse sentenze e manifestazione non equivoca della volontà di impugnarle tutte (Cassazione n. 106/1970, n. 2646/1987, n. 2002/1990, n. 2905/1990, n. 10499/2003, n. 309/2006).


 


          Nel nostro ordinamento vige, pertanto, un principio di carattere generale, in virtù del quale in caso di pluralità di sentenze le impugnazioni che ad esse si riferiscono devono essere proposte con distinti atti, ma tale principio subisce deroga o quando unitario è il rapporto processuale (come nel caso della sentenza non definitiva e della sentenza definitiva emesse nello stesso giudizio, o quando le due sentenze “concorrono a dare contenuto unico alla decisione dell’ unica controversia”, e sono quindi obiettivamente collegate (come nel caso di una prima decisione emessa sulla sentenza revocanda e di una seconda decisione emessa all’esito del giudizio di revocazione). A queste ipotesi, proprio in forza del principio della sostanziale unità del rapporto processuale, la giurisprudenza di legittimità ha in via eccezionale equiparato quella relativa al regolamento preventivo di giurisdizione inerente a procedimenti connessi e promossi tra le stesse parti , e l’altra relativa al caso in cui, oltre all’identità delle parti, ricorra anche analoga identità delle questioni trattate.


 


NOTE


 


1) La sentenza n. 39 del 11 aprile 2007 della Commissione Tributaria Regionale di Roma sez. 9 merita attenta analisi poiché ha statuito l’inammissibilità dell’appello del contribuente proposto avverso sentenze diverse, che avevano  definito in primo grado separati processi.


In particolare, l’iter logico giuridico adottato da tale decisum si è così sviluppato: “Un atto di appello unico contro sentenze diverse, le quali hanno definito in primo grado processi con trattazione distinta in separati processi, finisce inevitabilmente per determinare un effetto(la trattazione unitaria in appello), la cui determinazione non appartiene ai poteri di iniziativa della parte, ma ai poteri di disposizione processuale del giudice ; la parte quindi finisce per esercitare un potere che l’ordinamento processuale attribuisce unicamente al giudice. Né siffatta argomentazione può essere superata richiamando i principi di economia processuale e di libertà delle forme. La eccezione dell’ufficio può, quindi, ritenersi fondata”.


Secondo la precedente sentenza n.  228 del  14 settembre 2006  della Comm. trib. reg. di Roma, sez. I,  il nostro ordinamento  giuridico (Cassazione sent. n. 17835 del 3 settembre 2004)  non  ammette  l’impugnazione cumulativa con unico atto, di una pluralità di  sentenze, a meno che le sentenze siano state rese tra le stesse parti ed abbiano trattato identiche questioni (circostanza che non si verifica nell’ipotesi in cui  una parte impugni congiuntamente la sentenza che  decida  sull’istanza di rimborso di un’imposta e quella che decida sull’avviso di  irrogazione delle sanzioni). Tinelli Giuseppe, Sull’ammissibilità dell’appello cumulativo nel processo tributario  in GT – Rivista di giurisprudenza tributaria n. 11/2003, pag. 1018 Magnone Cavatorta Stefania, Sul ricorso per cassazione cumulativo avverso più sentenze  in GT – Rivista di giurisprudenza tributaria n. 3/2001, pag. 217


 


Angelo Buscema


27 Febbraio 2009



 


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ALLEGATO


 


Sent. n. 3692 del 16 febbraio 2009 (ud. del 13 gennaio 2009) della Corte Cass., SS.UU. civili


 


    Svolgimento del processo – Il Comune di S. Benedetto del Tronto propone ricorso per cassazione, in base ad un solo motivo, illustrato da  successiva memoria, contro  quattro  distinte  sentenze della Commissione tributaria regionale delle Marche che, rigettando gli  appelli  del  Comune contro le sentenze di primo grado, hanno confermato l’accoglimento  dei  ricorsi proposti dalla contribuente contro avvisi di accertamento ICI relativi agli anni 1995, 1996, 1997 e 1998,  quanto ad uno stabilimento balneare sovrastante un tratto di arenile oggetto di concessione demaniale.


    Il giudice tributario ritiene che la soggettività passiva ICI sia stata estesa al concessionario delle aree demaniali solo per effetto della  L. n. 388 del 2000, art. 18, modificativo del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 3, e che la norma suddetta abbia quindi carattere innovativo ed effetto perciò non retroattivo. Quanto ai periodi di imposta anteriori, oggetto degli accertamenti, non ritiene che il Comune abbia offerto prova adeguata del fatto che i manufatti siano stati realizzati dalla contribuente.


    L’intimata non si è costituita.


    Con ordinanza del 28/3/08 la sezione tributaria della Corte di Cassazione, rilevando l’esistenza di un contrasto di giurisprudenza, ha rimesso a queste Sezioni Unite la questione riguardante l’ammissibilità  del ricorso proposto contro una pluralità di sentenze.


 


    Motivi della decisione – 1.- Va preliminarmente affrontata la questione riguardante l’ammissibilità dell’unico ricorso proposto contro una pluralità di sentenze, avendo il Comune di S. Benedetto del Tronto  impugnato  quattro sentenze identiche, emesse dallo stesso giudice, nei confronti del  medesimo contribuente ed ente impositore, in relazione a diverse annualità di ICI.


    Come si ricorda nell’ordinanza che ha rimesso la questione alle  Sezioni Unite, può aversi per pacifico nella giurisprudenza della Corte un generale principio di inammissibilità dell’impugnazione cumulativa (cfr.,  in  questo senso, Cass.  n.  2324/1964;  S.U.  n.  1616/1975;  S.U. n. 5215/1979; n. 312/1993; n. 5472/1994; n. 6626/1995; n. 805/1997; S.U. n.  12562/1998;  n. 693/2001; n. 69/2002; n. 13831/2002; n. 17835 del 2004 e n. 19950 del 2005),


principio che, secondo la stessa giurisprudenza, incontra tuttavia numerose eccezioni, talune delle quali possono ritenersi pacifiche sentenza non definitiva oggetto di riserva di impugnazione  e  successiva   sentenza definitiva;  sentenza  revocanda  e  quella  conclusiva  del   giudizio   di revocazione; sentenza di  rinvio  e  quella  di  rigetto  della  istanza  di revocazione, allorché le due impugnazioni siano rivolte contro capi identici o almeno connessi delle due pronunzie; sentenze di grado diverso pronunciate nella medesima causa, che investano l’una il merito e l’altra una  questione pregiudiziale (v. Cass. n. 5472/1994; n. 805/1997; n. 693/2001; n. 69/2002; n. 13831/2002) – mentre  altre,  e  segnatamente quella,  ricorrente nella specie, relativa all’ipotesi di sentenze diverse emesse tra le stesse parti e sulla base della medesima ratio ma in  procedimenti  formalmente  distinti (come di massima accade, in materia tributaria, in relazione a  procedimenti relativi ad accertamenti per anni di imposta  diversi  basati  sul  medesimo processo verbale di constatazione o comunque sulle medesime  ragioni), sono controverse, essendo la possibilità di ricorso cumulativo, in  questo  caso, talvolta riconosciuta (Cass. nn. 7191/04, 309/06) e talaltra  negata  (Cass. nn. 1542/07, 10134/07).


    L’indirizzo contrario all’ammissibilità, nel caso di specie, del ricorso cumulativo sembra in   definitiva far leva, essenzialmente, sulla considerazione che – diversamente da quanto accade nelle  altre  ipotesi  di ricorso  cumulativo  già  pacificamente  ammesse  dalla  giurisprudenza   di


legittimità e sopra ricordate – difetterebbe il presupposto rappresentato dalla “identità delle questioni trattate”, in conseguenza della diversità di oggetto dei procedimenti (in questo senso, in  particolare,  Cass. 1542/07, riguardo a procedimenti tributari relativi, come nella fattispecie in esame, a diverse annualità della medesima imposta).


    L’argomento non  è  tuttavia  decisivo.  In  aggiunta  alle  ragioni  di economia processuale che sorreggono la (pacifica) ammissibilità del  ricorso uno actu avverso più sentenze emesse nel medesimo procedimento, va osservato che – nel caso rimesso  all’esame  di  queste  Sezioni  Unite    i  diversi procedimenti non solo attengono al medesimo rapporto giuridico  di  imposta, pur riguardando situazioni giuridiche formalmente distinte in quanto si riferiscono a diverse annualità, ma soprattutto dipendono per  intero  dalla soluzione (che è uguale in tutte le sentenze) di una identica  questione  di diritto comune a tutte le cause ed in  ipotesi  suscettibile    secondo  la stessa giurisprudenza di legittimità (SS.UU. 13916/06) – di dare vita ad  un giudicato rilevabile d’ufficio  in  tutte  le  cause  relative  al  medesimo rapporto di imposta.


    Il ricorso è pertanto ammissibile, fermi restando gli eventuali obblighi tributari del ricorrente, in relazione al numero di sentenze impugnato.


    2.- Nel merito, con l’unico motivo il Comune  lamentando  la  violazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, artt. 1 e 3, dell’art. 978 c.c. e segg. e art. 2697 cod. civ., unitamente al vizio  di  motivazione censura le sentenze impugnate per avere escluso che il concessionario di  beni demaniali  fosse soggetto passivo ICI anche prima dell’entrata in vigore della L. n. 388 del 2000, art. 18. Assume al  contrario  il  ricorrente che  la  posizione  del concessionario fosse assimilabile a quella del titolare di un diritto reale di godimento e che pertanto il concessionario stesso fosse  assoggettato  ad ICI anche sulla base dell’originario tenore del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 3. Sotto altro aspetto la sentenza del giudice tributario sarebbe carente dal punto di vista  motivazionale  ove  ha  escluso  che la documentazione prodotta dal comune fosse idonea a dimostrare la titolarità,  in capo alla concessionaria, di un diritto di proprietà superficiaria sui  beni  tassati, ritenendo non provato  che  le  opere  edili  siano  state  eseguite  dalla contribuente.


    2.1.- Il mezzo è fondato, nei termini di seguito precisati.


    La L. n. 388 del 2000, art. 18, cui fondatamente il  giudice  tributario riconosce efficacia non retroattiva, modificando il D.Lgs. n. 504 del  1992, art.  3,  comma  2,  ha  esteso  la  soggettività  passiva  dell’imposta  ai concessionari di aree demaniali.


    La fattispecie considerata dalla norma riguarda tuttavia – come è reso palese dal tenore letterale della disposizione – il mero  concessionario  di area demaniale, precedentemente di certo non soggetto all’imposta, ma non il proprietario di un immobile costruito, in forza di concessione,  su un’area demaniale, che invece – secondo la giurisprudenza di questa Corte    doveva ritenersi già soggetto ad ICI.


    Come si sottolinea infatti con chiarezza, da ultimo, nelle sentenze cass nn. 22757/04, 8637/05, il provvedimento amministrativo di concessione  ad aedificandum su un area demaniale può in  astratto dare luogo sia ad un diritto di natura reale, riconducibile alla proprietà  superficiaria (cfr. Cass. nn. 1718/07, 21054/07, proprio con riferimento all’ipotesi di stabilimento balneare), sia ad un diritto di  natura  personale,  che  possa essere fatto valere nei confronti del solo concedente, gravando sulla parte che invoca tale seconda configurazione giuridica l’onere di  dedurre  chiari indici rilevatori (Cass. nn. 4402/98, 7300/01, 9938/08), tra i quali rilievo decisivo deve essere attribuito alla destinazione dell’opera costruita dal concessionario al  momento della  cessazione del rapporto, “dato che è evidente che, se essa torna nella disponibilità del concedente, ci  troviamo in presenza di un rapporto obbligatorio” (così Cass. n. 22757/04).


    Premesso che il relativo accertamento,  integrando una questione  di fatto, va rimesso al giudice del merito, deve sottolinearsi che, nel caso di proprietà superficiaria, l’assoggettamento dell’immobile all’ICI deriva dal testo originario del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 3 (v. Cass. n. 7273/99)  e non dalla modifica apportatavi dal D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 58, comma 1, che ha espressamente ricompreso tra i soggetti passivi il titolare  del diritto di superficie, essendo pacifico nella giurisprudenza di questa Corte il carattere meramente  interpretativo  della  norma  del  1997  (Cass.  nn. 242/04, 17730/06 e altre).


    2.2.- Vero è che il giudice tributario ha ritenuto  che  il  Comune  non abbia offerto prova adeguata del fatto che i  manufatti  di  cui  si  tratta siano stati costruiti dalla contribuente, il che escluderebbe in  radice  la possibilità che sussista il presupposto impositivo. È  tuttavia fondata  la censura di motivazione insufficiente che il Comune muove alle sentenze  sul punto, atteso che il giudice tributario si limita ad affermare che la documentazione all’uopo prodotta dall’ente   impositore a seguito dell’ordinanza 10/2/04 (titolo concessorio, certificato storico catastale  e altri atti concessori) non è idonea a soddisfare l’onere  probatorio  su  di esso gravante, senza tuttavia specificare le ragioni di tale inidoneità.


    3.- Appare dunque evidente che le sentenze impugnate sono ispirate ad un erroneo  principio  di  diritto,  quanto  all’affermazione  secondo  cui  la contribuente potrebbe ritenersi assoggettata ad ICI solo per  effetto  della L. n. 388 del 2000, art. 18, mentre – per quanto  si  è  detto  sub  2.2.  – risultano prive di adeguata motivazione  quanto  all’accertamento  di  fatto relativo al difetto di prova circa la riferibilità alla stessa  contribuente della costruzione del manufatto.


    Le sentenze stesse vanno pertanto cassate, con rinvio ad  altra  sezione della Commissione tributaria regionale delle Marche.


    Il giudice di rinvio dovrà preliminarmente accertare, in punto di fatto, se i manufatti di cui si tratta siano stati edificati dal concessionario e, in caso positivo, se il  suo  diritto  abbia,  nella  specie,  natura  reale (proprietà superficiaria) o personale, alla stregua dei criteri indicati sub 2.1.; nel caso in cui ritenga che abbia natura reale, farà applicazione  del seguente principio di diritto:  “con riguardo al concessionario di area demaniale cui il provvedimento amministrativo attribuisca un diritto reale di edificare e mantenere manufatti sull’area oggetto di concessione, l’edificazione del manufatto rende  applicabile, ai sensi del D.Lgs.  30 dicembre 1992, n. 504, artt. 1 e 3 (anche nella formulazione in vigore prima delle modificazioni introdotte a decorrere dal 1 gennaio 1998 con il  D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 58), l’ICI a carico del concessionario stesso in veste di proprietario del manufatto”.


    Il giudice di rinvio provvederà inoltre riguardo alle spese del presente giudizio.


 


    P.Q.M. – La Corte, a  Sezioni  Unite,  accoglie  il  ricorso,  cassa  le sentenze impugnate e rinvia, anche per le  spese,  ad  altra  sezione  della Commissione tributaria regionale delle Marche.


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