Società in liquidazione e acconti di imposta

          La sentenza n. 133/10/07 della Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone è di grande interesse perchè chiarisce la portata della CM 96/13/9683 del 31/10/1977, nella parte in cui dispone che una società non è tenuta al versamento degli acconti di imposta nell’anno di messa in liquidazione, confermandone l’attualità nonostante il lungo tempo trascorso dalla sua emanazione.

          Il caso è quello di una società che, nell’anno 2000 in cui era stato deliberato lo scioglimento e la messa in liquidazione, non aveva effettuato gli acconti IRAP per tale anno, proprio con il richiamo alla suddetta CM nella parte in cui dispone che: “qualora, poi, nel periodo di competenza sia intervenuta la dichiarazione di fallimento di una ditta individuale o societaria, o la messa in liquidazione di una società o ente, il curatore e il liquidatore non sono tenuti al versamento dell’acconto, a meno che nell’anno di riferimento non vi sia stato esercizio provvisorio”

 

          L’Ufficio, in un primo momento, aveva accolto l’istanza di autotutela presentata dalla società sull’iscrizione a ruolo delle sanzioni ai sensi dell’art. 36-bis,  successivamente,  tornando sui suoi passi, aveva di nuovo iscritto  a ruolo lo stesso importo motivandolo con l’art. 43 DPR n. 602/73 –  Recupero di somme erroneamente rimborsate.

          Nelle memorie di costituzione in giudizio l’Ufficio, spiega che il motivo di tale ripensamento, è dovuto al fatto che, avendo rilevato dalla relazione al bilancio del collegio sindacale la seguente frase: le valutazioni sono state effettuate a norma di legge, con criteri di prudenza, competenza e nella prospettiva di provvisoria continuazione dell’attività di impresa giusto mandato conferito al liquidatore”, ha ritenuto di assimilare tale “continuazione dell’attività” all’esercizio provvisorio citato dalla Circolare. Conseguentemente, sosteneva che la società non avrebbe dovuto effettuare gli acconti di imposta per l’anno 2000 solo se la liquidazione si fosse conclusa entro il 31/12/2000, mentre ad oggi è ancora aperta.

          La Commissione, rigettando le tesi dell’Ufficio, nelle motivazioni della sentenza,  spiega in modo esaustivo la vera portata della CM : l’esercizio provvisorio a cui fa riferimento la CM, è quello previsto dall’art.90 Legge Fallimentare che viene disposto dal Tribunale dopo la dichiarazione di fallimento mentre la società, benché in esercizio provvisorio dal 2001, non è mai fallita.

          In proposito, rileva che il liquidatore ha concesso in affitto i due rami di azienda, cessando di fatto “la gestione diretta dell’attività” e avendo come  compito la salvaguardia dell’integrità dell’azienda  per realizzare, in caso di cessione, anche l’avviamento in aggiunta al valore realizzabile ai singoli beni dell’attivo.

          Ma l’elemento che rende diverse le due procedure, liquidazione ordinaria e fallimento, ai fini dell’obbligo di effettuazione degli acconti di imposta, non deriva dalla diversità del mandato conferito al liquidatore rispetto a quello istituzionalmente spettante al curatore, bensì dai diversi obblighi in termini di dichiarazioni fiscali a cui sono tenute le due procedure.

 

          La Commissione infatti, ritiene che nell’anno in cui viene deliberato lo scioglimento nella liquidazione ordinaria, essendo l’esercizio diviso in due parti, come prevede l’art. 124 (ora 182) TUIR, per ciascuna della quale  è prevista la presentazione di una autonoma dichiarazione dei redditi, gli acconti non  potrebbero essere attribuiti ad alcuna delle due.

          Le due dichiarazioni non sono in alcun modo assimilabili perchè riferite a frazioni di anno: la prima che va dall’1/1 alla data di scioglimento, riguarda l’ultima frazione di esercizio di una società in normale funzionamento; la seconda, che va da tale data fino al 31.12, è riferita alla fase della liquidazione vera e propria intesa come un maxiperiodo, sebbene ad ogni esercizio annuale sia dovuta una autonoma dichiarazione.

 

          Nel fallimento invece, gli obblighi dichiarativi sono del tutto diversi in quanto sono previste due sole dichiarazioni: la prima per il periodo antecedente la data di dichiarazione di fallimento; la seconda al termine della procedura stessa.

          Per tutta la durata della procedura invece  non è prevista la presentazione delle dichiarazioni intermedie a meno che non venga concesso l’esercizio provvisorio ai sensi dell’art. 90 LF: solo in tale caso il curatore è tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi  e i relativi  acconti di imposta.

          Si ritiene che la sentenza abbia il pregio di chiarire con argomenti convincenti, le vere ragioni di quella che sembrerebbe a prima vista una stranezza dell’ordinamento, per la quale solo nell’anno di messa in liquidazione della società non sono dovuti acconti mentre riprendono ad esserlo dall’esercizio successivo.

 

Ettore Scaramastra

22 Gennaio 2009


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