Legittimo il redditometro anche per anni non consecutivi

          L’esigenza di una sempre più efficace lotta all’evasione fiscale ha spinto e spinge il legislatore fiscale a mettere in campo tutte le armi di cui dispone, nell’intento di riportare l’entità del fenomeno ad un limite di corretta sopportazione sociale.


          Sotto tale assioma, negli ultimi anni si è assistito alla continua ricerca di perfezionamento degli strumenti e delle metodologie di accertamento al fine di rendere questi ultimi compatibili ed adeguati ai fenomeni economici caratterizzati, soprattutto nelle moderne economie, da un elevato grado di complessità.


          All’interno delle tipologie di accertamento un posto di sicuro rilievo deve essere assegnato all’accertamento sintetico che sia il legislatore che la stessa Amministrazione finanziaria ritengono uno dei principali strumenti per contrastare i fenomeni evasivi a carico delle persone fisiche.


          Esempio emblematico della crescente importanza dello strumento può trarsi dal contenuto del recente Decreto Legge n. 112 del 2008 (cd. Manovra d’estate), in vigore dal 25.06.2008, che assegna proprio alla determinazione sintetica del reddito un ruolo fondamentale nell’attività di prevenzione e contrasto all’evasione per il triennio 2009 – 2011.


 


          L’accertamento sintetico è stato e continua ad essere oggetto di vivace dibattito da parte della giurisprudenza. Pur nella varietà delle argomentazioni, è comunque possibile individuare almeno cinque filoni giurisprudenziali:


– il primo attiene alla costituzionalità della norma;


– il secondo concerne la legittimità del dettato normativo;


– il terzo investe la legittimità dell’applicazione retroattiva dei decreti ministeriali;


– il quarto riguarda i rapporti con i soggetti che dichiarano redditi agrari;


– il quinto si incentra sulla problematica della prova.  


 


          Nel rilevare i diversi pronunciamenti su cui si sono soffermati i giudici (peraltro oggetto di attenzione da parte della circolare n. 49/2007), non si può non evidenziare il favore della giurisprudenza nei confronti di tale strumento, sin dalle prime sentenze degli anni 80, con prova a carico del contribuente.


L’accertamento  sintetico consiste  nell’applicazione di presunzioni semplici (art.  2727 del codice civile), in virtù delle quali l’ufficio finanziario è legittimato a  risalire  da  un fatto noto (per esempio, l’esborso di rilevanti somme di denaro  per l’acquisto di beni) a quello ignorato (sussistenza di un certo reddito e, quindi, di capacità contributiva).


          Tale  procedimento  di  controllo,  esperibile  nei  confronti  delle persone  fisiche,  ha  la  peculiarità  di  fondarsi   sulla sussistenza di elementi e circostanze di fatto certi (ad esempio, acquisto a titolo oneroso  di  un  bene  immobile, acquisto/possesso di autovetture, disponibilità di residenze secondarie, consumo di energia elettrica per uso domestico, eccetera) che fanno presumere una capacità di spesa correlata ad esborsi di somme di denaro e a spese  di  gestione  da confrontare  con  il reddito  imponibile  dichiarato.  Restano  esclusi   i beni e servizi riconducibili ad attività d’impresa o di lavoro autonomo che hanno rilevanza fiscale  solo  nell’ambito  dell’accertamento  del  reddito  delle  relative categorie.


          Essenziale è, quindi, l’identificazione degli elementi e  delle  circostanze  di  fatto  certi  rilevanti  ai  fini  della determinazione sintetica del reddito.


          Infatti, a tale  ultimo riguardo,  la giurisprudenza di legittimità e di merito ha  frequentemente  affermato  che non possono essere posti a fondamento  degli   accertamenti   sintetici elementi-indice di capacità contributiva  generici,  quali  il  possesso  di autovetture non  identificate  attraverso  l’anno  di  acquisto  e  le  loro caratteristiche specifiche o le spese di gestione familiare non  dettagliate nelle circostanze concrete in cui le stesse si traducono (ad esempio, utenze per  consumi di energia elettrica ad uso domestico, spese di ristrutturazione, eccetera).


          In particolare, i beni acquisiti al patrimonio  devono essere considerati sotto il duplice profilo:


– patrimoniale: la spesa rileva come esborso, in quota,  solo  nell’anno di acquisto del bene e nei quattro anni precedenti;


– gestionale: il costo di gestione è rilevante nell’anno di  acquisto  e nei successivi fino alla dismissione.


 


L’ultimo pensiero della Cassazione


 


          Con una interessante sentenza – n. 237 del 21 ottobre 2008 (dep. il 9 gennaio 2009) – la Corte di Cassazione si è soffermata su uno degli elementi necessari per procedere all’accertamento sintetico: lo scostamento biennale.


          Il nodo del contendere verte sulla necessità o meno che lo scostamento biennale sia consecutivo.


          Nel caso in questione, la Corte di Cassazione ha affermato che “dalla interpretazione letterale della norma non si ricava che i due o più periodi di imposta devono essere consecutivi, nè che essi  devono  essere necessariamente anteriori a quello per il quale si effettua l’accertamento, essendo sufficiente, secondo la  disposizione  in  esame, che il  reddito dichiarato non risulti congruo rispetto ai predetti elementi per due o  più periodi di imposta”.


 


          La stessa Corte di Cassazione è consapevole dell’interpretazione fornita dalle Entrate nella circolare n. 49/2007, che “sottolinea  che  per  procedere  con  l’accertamento sintetico è necessario verificare la sussistenza delle condizioni previste dal  predetto comma 4 dell’art. 38, cioè che il reddito complessivo  netto  sinteticamente accertabile si discosta per almeno  un  quarto dal reddito  imponibile dichiarato  e  che  tale  scostamento  è  verificato   per   due   annualità consecutive” (peraltro evidenziata dal contribuente in sede di contestazione), tuttavia richiamando precedenti pronunce afferma “che  di  fronte alle norme Tributarie l’amministrazione finanziaria ed il  contribuente  si trovano su di un piano di parità, per  cui  la  cosiddetta  interpretazione ministeriale (proveniente di solito da   uffici centrali dell’Amministrazione), sia essa contenuta in circolari o risoluzioni, non vincola nè i contribuenti nè i giudici, nè costituisce fonte di diritto, con la conseguenza che  a  detti  atti  ministeriali  non  si  estende  il controllo di legittimità esercitato dalla Corte di  Cassazione,  in  quanto essi non sono manifestazione di  attività  normativa,  bensì  atti  interni della  medesima  Pubblica  Amministrazione  destinati  ad  esercitare   una funzione direttiva nei confronti degli uffici  dipendenti  ma  inidonei  ad incidere sul rapporto tributario (v. tra le altre Cass. n. 14619 del 2000)”.


          Inoltre, prosegue la Cassazione, “trattandosi di atto amministrativo al  quale non si estende il principio iura novit curia, la suddetta circolare  poteva essere presa in considerazione solo se prodotta nel giudizio di merito e riportata testualmente (nel rispetto del principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione) nel ricorso in esame”.


          E quindi i Massimi giudici hanno respinto il  ricorso  per Cassazione  del contribuente.


 


Brevi riflessioni


 


          Che dire di questa sentenza: non fa una grinza.


          La Corte è partita dal dettato normativo, secondo cui l’ufficio,  indipendentemente  da una previa rettifica analitica, può, in base ad elementi e circostanze di  fatto certi, determinare  sinteticamente  il  reddito  complessivo   netto   del contribuente, quando il  reddito dichiarato non risulta congruo rispetto agli elementi previsti dai DD.MM. per due o  più periodi di imposta (fermo restando la necessità che il reddito complessivo netto accertabile si discosti per almeno un quarto da quello dichiarato).


          La norma è chiara, non fa nessun riferimento alla sussistenza della consecutività.


          In pratica, si può prendere a riferimento il 2004 e il 2006, ovvero annualità chiuse con il condono e annualità aperte (2002 e 2004).


          Il lasso temporale così si allunga agli anni ancora accertabili.


          Il rilancio dello strumento e il piano di controlli previsto per l’anno in corso, oggi si fa forte di una ulteriore sentenza della Corte di Cassazione che stringe le maglie dei contribuenti, e fa seguito a quella sentenza, sempre della Corte di Cassazione (n. 25386 del 26 ottobre 2007, dep. il 5 dicembre 2007) che ha affermato che gli accertamenti  effettuati mediante redditometro si sottraggono all’obbligo di motivazione ex art. 3, comma 2, della L. 7 agosto 1990, n.  241,  con  la conseguenza che l’Amministrazione  finanziaria  è esonerata da qualunque prova ulteriore  rispetto  ai  fatti  indicativi  di capacità contributiva individuati dal redditometro e posti  a  base  della pretesa fiscale (nel caso di specie: possesso di automobili),  gravando sul contribuente l’onere di dimostrare che il reddito presupposto sulla base del redditometro non esiste o esiste in misura inferiore.


 


          Ne consegue, per la Corte, che “in presenza di dati certi  ed incontestati, non è consentito  pretendere  una  motivazione  specifica  dei criteri in concreto adottati per pervenire alle poste di reddito fissate  in via sintetica nel cosiddetto  redditometro,  in  quanto  esse,  proprio  per fondarsi su parametri fissati in via generale, si sottraggono all’obbligo di motivazione, secondo il principio  stabilito  dall’art. 3,  secondo  comma, della legge 7 agosto  1990,  n.  241  (Cass.  327/06),  e  l’Amministrazione Finanziaria resta dispensata da qualunque ulteriore prova rispetto ai  fatti indicativi di capacità contributiva, individuati dal redditometro  stesso  e posti a  base  della  pretesa  tributaria  (nella  specie,  il  possesso  di automobili}, gravando sul contribuente l’onere di dimostrare che il  reddito presunto sulla base del redditometro non esiste o esiste in misura inferiore (Cass. 10350/03)”.


          E quindi, il sintetico è legittimo anche ad anni alterni e non c’è bisogno di motivarlo ( bastano gli indici dei DD.MM.).


 


Gianfranco Antico


29 Gennaio 2009


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