Il combinato disposto studi di settore e indagini finanziarie

          Con sentenza n. 21 del 14 gennaio 2008 (dep. il 9 giugno 2008) la Commissione tributaria regionale di Torino, Sez. XXX, ha affermato che laddove lo scostamento fra i dati della dichiarazione e quelli desumibili dagli studi  di  settore possano giustificare l’attività di verifica da parte dell’Amministrazione finanziaria, gli elementi e notizie derivanti dalla contabilità del contribuente al pari dei movimenti  bancari, giusta la presunzione ex lege di cui all’art. 32, D.P.R. n. 600/1973, possono essere utilizzati ai  fini  della  ricostruzione  analitica  dell’effettivo reddito imponibile.


 


Fatto


 


          Con ricorso depositato in data 5/10/2007, il contribuente  aveva proposto appello avverso la sentenza n. 46/06 pronunciata il 3.7.2006 con la quale la  Commissione Tributaria Provinciale di Novara, in parziale accoglimento del  ricorso  introduttivo, aveva rideterminato in Euro 167.874,31 i ricavi della sua attività di impresa per l’anno d’imposta 2000.


          Con il medesimo atto di appello, il contribuente ha altresì  richiesto, in via cautelare, la sospensione dell’esecutività  della  predetta sentenza nonché della cartella di pagamento n. (omissis) notificatagli in data 27/2/2006 e relativa all’accertamento n.  (omissis),  oggetto  del  processo.


 


          L’Agenzia delle Entrate di Novara, con tale ultimo atto, aveva rettificato il reddito d’impresa dichiarato dal contribuente per l’anno 2000, “accertando maggiori ricavi dall’esame dei versamenti  effettuati  sul  conto corrente bancario utilizzato, come affermato dallo stesso  contribuente  sia per l’attività d’impresa  sia  per  operazioni  personali”. 


          Il contribuente lamentava viceversa che l’Ufficio avesse basato l’accertamento  sulla base degli studi di settore.


          In sede di primo grado, la Commissione Tributaria adita, anche sulla base della rettifica  di  un  errore di calcolo riconosciuto dall’Ufficio, aveva, come detto, rideterminato i ricavi dell’attività di impresa del ricorrente per l’anno in  questione  in  Euro  167.874,31,  con conseguente rideterminazione delle imposte e relative sanzioni, confermando, comunque, la legittimità dell’atto di accertamento.


          Nell’atto di appello il ricorrente ribadiva, in  diritto, le doglianze già esposte in prime cure, segnatamente in ordine alla presunta “illegittimità degli avvisi per omessa e/o insufficiente motivazione, in quanto basati, a suo avviso, sul mero scostamento tra il dichiarato e quanto risultante dagli studi di settore, mentre per quel che concerneva gli accertamenti bancari sosteneva che ci sarebbe stata  confusione  patrimoniale  tra  versamenti e prelevamenti a titolo personale e quelli relativi all’attività  di  impresa”.


          Secondo il contribuente appellante si sarebbe configurata una sostanziale  illegittimità  dell’accertamento  in quanto l’Ufficio l’avrebbe utilizzato presunzioni  basate su altre presunzioni. Integrava inoltre l’appello con nuova  documentazione producendo atto notarile di compravendita relativo all’acquisto di un lotto di  terreno con il  versamento pari ad Lire 50 milioni, operazione rappresentante un’ulteriore voce di spesa a carattere personale effettuata nell’anno 2000 e non vagliata nel primo grado di giudizio.


          Parte appellante concludeva con le domande sopra riportate ed in particolare  richiedendo la sospensione della sentenza appellata, nonché della cartella di  pagamento emessa nei suoi confronti.


          L’Ufficio, nel costituirsi in giudizio, dopo aver sostenuto l’inammissibilità  dell’appello del contribuente  in quanto privo di specifiche censure alla sentenza di primo grado, ribadiva la correttezza del proprio operato, chiedendo la conferma della sentenza di primo grado.


 


          Circa la richiesta avanzata dal contribuente volta ad ottenere la sospensione dell’esecutività della sentenza appellata nonché della  cartella di pagamento relativa all’accertamento, la Commissione Tributaria  Regionale:


– preso  atto  della  dichiarazione  del rappresentante dell’Ufficio che, nelle more del giudizio ed in seguito  alla pronuncia di primo grado, l’ufficio aveva rideterminato il dovuto; 


– che  ciò era stato comunicato al ricorrente e contestualmente al concessionario; 


– che erano state quindi iscritte a ruolo solo le sanzioni per l’importo  di  Euro 35.734,24 pari a 2/3 delle sanzioni rideterminate sulla base della  sentenza di primo grado;


 


rigettava tale richiesta con ordinanza n. 10.30.07 emessa in camera di consiglio  il 26.11.2007, giudicando non sussistessero i presupposti indicati dalla normativa per l’accoglimento e fissava nella data del 14.01.2008 l’udienza di trattazione della controversia.


 


Motivi


 


          La Commissione tributaria regionale, dopo aver respinto la domanda  pregiudiziale dell’Ufficio circa l’inammissibilità dell’appello in quanto ritiene che, dal suo esame si evinca, al di là della  forma,  che  nella sostanza  il contribuente abbia voluto, in sede d’appello, riproporre le doglianze già esposte nell’atto introduttivo e respinte dai  primi  Giudici, sottoponendo inoltre all’esame dei Giudici d’appello nuova documentazione, ha ritenuto che la “sentenza emessa dai  primi  Giudici  non  è  meritevole  di censura alcuna ed il Collegio ne condivide in toto le motivazioni”.


          Per i giudici piemontesi, “di alcun pregio è l’eccezione relativa  all’illegittimità  dell’atto in quanto l’accertamento non è basato su presunzioni ma, come  correttamente osservato nel primo grado di  giudizio,  sulla  presunzione  legale  di  cui all’art. 32 del DPR 600/73. In particolare, dall’esame della documentazione in atti, si desume la veridicità di quanto affermato dall’Ufficio. Anzitutto l’accertamento non  è stato concretato, come lamenta il contribuente, sulla base  degli  studi  di settore, la cui incongruità ha solo determinato l’avvio della procedura, ma, in applicazione del citato art. 32, tramite una puntuale ricostruzione del reddito d’impresa sia con l’ausilio della documentazione  contabile  fornita dal contribuente, sia con l’analisi, regolarmente autorizzata, compiuta sui movimenti effettuati sull’unico conto corrente bancario utilizzato e per l’attività d’impresa e per uso  personale  dell’imprenditore,  tenuto conto delle giustificazioni da esso addotte, atte a rappresentare prova  contraria alla presunzione legale”.


 


          Priva di fondamento, inoltre, è l’affermazione dell’appellante “circa una  presunta doppia imposizione in quanto l’Ufficio è pervenuto alla  determinazione  del reddito d’impresa escludendo dalla tassazione i movimenti bancari in entrata risultanti  dalla  contabilità aziendale e già confluiti  nei   ricavi dichiarati. L’Ufficio, nel determinare la quantificazione dei maggiori ricavi, si è comunque limitato, adottando una procedura indubbiamente più favorevole al Contribuente, a considerare le sole operazioni in  entrata,  conteggiando  i prelievi come inerenti ai costi d’impresa, con esclusione  delle  operazioni inferiori a Lire 500 mila che sono state considerate quali prelievi per fini personali. Circa l’operazione di prelievo pari a Lire 50 milioni relativa ad atto  d’acquisto,  essa  risulta  ininfluente  ai  fini   della   contestata determinazione del reddito in quanto, come detto, l’Ufficio si è limitato  a prendere in considerazione i soli movimenti bancari relativi ai  versamenti, tenendo conto anche delle giustificazioni per  le  singole  operazioni,  ove addotte dal ricorrente”.


 


          Pertanto, i giudici, hanno confermato l’ammontare dei ricavi, così  come  rideterminati  nel  primo  grado  di giudizio, tenuto conto dell’errore di calcolo nei  conteggi  e  di  elementi giustificativi  riconosciuti  dall’Ufficio.


          Dalla soccombenza ne è conseguita la condanna dell’appellante  alle  spese  del presente grado di giudizio a favore dell’Ufficio, che la Commissione ha determinato in Euro 1.687,50 complessivi (Euro 1.000,00 per onorari, Euro 500,00 per diritti ed  Euro  187,50  per  rimborso  forfetario delle spese).


 


Riflessioni a margine


 


          E’ noto agli operatori del settore che la circolare n. 5 del 23 gennaio 2008 ha fornito delle nuove indicazioni che incidono sull’attività di controllo e accertamento.


          Non è più consentito, infatti, l’uso indiscriminato dello studio di settore, che deve essere valorizzato in sede di contraddittorio ovvero con l’ausilio di ulteriori mezzi istruttori.


          Per le Entrate,  le dette stime in tanto sono utilizzabili in quanto da  esse sia  fondatamente desumibile l’ammontare dei ricavi, compensi e corrispettivi effettivamente conseguiti nel periodo d’imposta considerato”.


          Le Entrate, precisano ancora che “nei casi in cui  lo  scostamento  del  valore  dei  ricavi,  compensi  e corrispettivi  dichiarati  sia  particolarmente  elevato,  sia  in   termini assoluti che in termini percentuali, l’Ufficio è sempre tenuto a verificare, anche nel contraddittorio con  il  contribuente,  l’eventuale  esistenza  di cause  che  abbiano influito negativamente sul normale svolgimento dell’attività,  indipendentemente dal  fatto  che  si  tratti  o  meno  di situazioni  coincidenti   con   quelle già contemplate dalla  prassi amministrativa, così come la corretta  attribuzione  al  cluster  di riferimento dell’attività effettivamente esercitata”.


          Se la motivazione degli atti di accertamento basati  sugli studi di settore non deve essere “di regola” rappresentata  dalla mera trasposizione dello studio in accertamento, ma deve essere il frutto di un procedimento di valutazione  che dia conto del percorso seguito ed utilizzato dall’ufficio per rideterminare i ricavi o i compensi, è possibile che l’ufficio possa considerare la non congruità come elemento/indizio per avviare le indagini finanziarie (ciò che è avvenuto nel caso sottoposto all’attenzione dei giudici piemontesi).


          E la lettura dei conti potrebbe essere di supporto allo studio di settore.


          In pratica, l’effetto del combinato disposto studi di settore/indagini finanziarie potrebbe avallare lo studio, anzi potrebbe portare a determinare ricavi/compensi  ben maggiori di quelli prodotti da GERICO.


          In questa ipotesi, è sicuro che l’onere della prova spetti al contribuente, né lo stesso potrebbe far valere la natura indiziaria degli studi di settore.


          Si pensi, ad esempio, ad un ristorante per il quale GERICO determina maggiori ricavi rispetto a quelli dichiarati per 12 mila euro.


 


          Il contribuente, ricevuto l’invito, non solo non lo chiude con la nuova definizione dell’invito a comparire di cui al DL n. 185/2008, ma non si presenta neanche al contraddittorio.


          L’ufficio, che in questo caso – assenza del contribuente al contraddittorio – sarebbe comunque legittimato all’accertamento sulla base del solo studio di settore (cfr. circ. n. 5/2008), potrebbe ritenere che vi siano i presupposti per richiedere l’autorizzazione alle indagini bancarie.


            La lettura dei movimenti bancari potrebbe portare l’ufficio ad invertire il metodo di controllo, procedendo ad un accertamento di tipo analitico, sulla base dei dati ed elementi risultanti dalle indagini bancarie (cosa che è accaduta nel caso qui in esame), ed utilizzando lo studio di settore come atto volto a corroborare i maggiori ricavi.


          E di questo il contribuente ne deve tener conto, prima di rifiutare ogni contraddittorio con l’ufficio.


 


Concetta Pagano


23 Gennaio 2009


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