E’ nullo l’atto esattivo se l’avviso di accertamento non è notificato al fallito!

          Se il Fisco non notifica l’avviso di accertamento anche alla società fallita o ai suoi soci illimitatamente responsabili, l’atto esattivo nei confronti di questi ultimi è nullo per mancata notifica dell’atto presupposto. Tale assunto è stato statuito dalla   Corte di Cassazione, sez. Tributaria, con sentenza del  18 dicembre 2008, n. 29642.

        In particolare, l’iter logico giuridico adottato da tale pronuncia si è così sviluppato: “L’accertamento tributario, che inerisca ad obbligazioni i cui presupposti si siano verificati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente deve essere notificato non solo al curatore, in ragione della partecipazione al concorso fallimentare, ma anche al contribuente, che, tornato in bonis, resta direttamente tenuto al soddisfacimento del debito tributario non soddisfatto dal fallimento, sicché è nullo l’atto esattivo emesso nei confronti del fallito tornato in bonis, cui, tuttavia, non sia stato notificato l’avviso di accertamento (cfr. Cass. 4235/06, 6937/02, 14987/00, 3667/97, 7561/95). Ciò comporta, con riferimento al caso di specie, che, in mancanza di notifica dell’avvio di accertamento alla società e/o ai suoi soci illimitatamente responsabili, l’atto esattivo emesso nei confronti di questi ultimi deve ritenersi nullo per mancata previa notifica dell’atto presupposto”.

 

RIFLESSIONI

 

          La giurisprudenza del giudice di legittimità ha elaborato un tessuto giurisprudenziale riguardante l’impugnazione degli avvisi notificati dall’Amministrazione finanziaria che si caratterizza per i seguenti principi: a) l’accertamento tributario, ove inerente a crediti i cui presupposti si siano  determinati  prima  della dichiarazione di fallimento del contribuente o nel periodo  di  imposta  in cui tale dichiarazione è intervenuta, deve essere notificato  non  solo  al curatore – in ragione della partecipazione di  detti crediti al  concorso fallimentare, o, comunque, della loro idoneità ad incidere sulla gestione delle attività e dei beni  acquisiti  al  fallimento – ma anche al contribuente, il quale non è privato, a seguito  della  dichiarazione di fallimento, della sua qualità di soggetto passivo del rapporto tributario e resta esposto ai riflessi, anche di carattere sanzionatorio, che conseguono alla “definitività” dell’atto impositivo [Cassazione, sentenze n. 3667  del 1997, n. 14987 del 2000, n. 6937 del 2002; b)  nell’inerzia  degli  organi fallimentari – ravvisabile, ad esempio, nell’omesso esercizio, da parte del curatore, del diritto alla tutela giurisdizionale nei  confronti  dell’atto impositivo – il fallito è  eccezionalmente  abilitato ad esercitare egli stesso tale tutela alla luce dell’interpretazione sistematica del combinato disposto degli artt. 43 della legge fallimentare e 16  del  D.P.R.  n. 636/1972, conforme ai  principi,  costituzionalmente  garantiti  (art. 24, commi 1 e 2), del  diritto  alla  tutela  giurisdizionale  ed  alla  difesa [Cassazione, sentenze  n.  3667 del 1997, n. 14987 del 2000, n. 6937 del 2002).

 

          Giova, poi, rammentare, alla luce dell’insegnamento delle sezioni unite del giudice di legittimità (Sent. n. 5791 del 12 febbraio 2008 dep. il 4 marzo 2008 della Corte Cass., SS.UU.) che la correttezza del procedimento di formazione della  pretesa tributaria è assicurata  mediante il rispetto di una  sequenza ordinata secondo una progressione di determinati atti, con le relative notificazioni, destinati, con diversa e specifica funzione, a farla emergere e a portarla nella sfera di conoscenza dei  destinatari, allo scopo,  soprattutto, di rendere possibile per questi ultimi un efficace  esercizio del diritto di difesa. Nella predetta sequenza, l’omissione della notificazione di un  atto presupposto (es. avviso di accertamento) costituisce  vizio procedurale che comporta la nullità dell’atto consequenziale (es. cartella di pagamento) notificato. Tale  nullità  può  essere  fatta valere dal contribuente mediante la scelta o di impugnare, per tale semplice vizio, l’atto consequenziale notificatogli – rimanendo esposto all’eventuale successiva azione dell’amministrazione,  esercitabile soltanto se siano ancora aperti i termini per  l’emanazione e la notificazione  dell’atto presupposto  – o di impugnare cumulativamente anche quest’ultimo  (non notificato) per  contestare  radicalmente la pretesa tributaria: con la conseguenza che spetta al  giudice di merito – la cui valutazione, se congruamente motivata, non sarà  censurabile in sede di legittimità  interpretare la domanda proposta dal contribuente al fine di  verificare  se egli abbia inteso far valere la nullità  dell’atto  consequenziale  in  base all’una o all’altra opzione

 

        In definitiva, costituisce principio consolidato l’affermazione secondo  cui l’omissione della notificazione di un atto presupposto costituisce vizio procedurale che comporta la nullità dell’atto consequenziale notificato  e tale nullità può essere fatta valere dal contribuente mediante la scelta di  impugnare, per  tale  vizio, l’atto consequenziale notificatogli (Sent. n. 1024 del 26 ottobre 2007 dep. il 18 gennaio 2008 della Corte Cass., Sez. tributaria).

È affetto da nullità l’atto impositivo per  il  quale  risulti omessa  la  notificazione al  contribuente dell’atto  che  ne  costituisce antecedente logico e presupposto giuridico  e tale invalidità derivata può essere fatta valere in sede di  impugnazione  per mezzo di apposito motivo di ricorso (Sent. n. 20935 del 12 luglio 2007 dep. il 5 ottobre 2007 della Corte Cass., Sez. tributaria).

 

Angelo Buscema

15 Gennaio 2009

 

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ALLEGATI

 

1) Corte di Cassazione, sez. Tributaria, sent. 18 dicembre 2008, n. 29642

 

Svolgimento del processo

Con sentenza del 18.6.1992 n. 4858, il Tribunale di Venezia, dichiarò il fallimento della società “Delta Strade e Costruzioni s.a.s.” nonchè della socia accomandataria D.M.; il 25.5.1993, il fallimento fu esteso al socio G.B..

Nel corso della procedura fallimentare, l’ufficio richiese ed ottenne l’ammissione al passivo di rilevanti importi oggetto di accertamenti IVA relativi agli anni dal 1984 al 1992 e correlative sanzioni.

Peraltro, per incapienza dell’attivo fallimentare, nessun importo venne recuperato.

Dopo la chiusura del fallimento, disposta con decreto del Tribunale di Venezia depositato il 30.12.2000, l’Ufficio iscrisse a ruolo, nei confronti dei soci M. e B., ritornati in bonis, l’IVA, gli interessi e le soprattasse dovuti dalla società, risultanti negli avvisi di accertamento, divenuti definitivi, per gli anni d’imposta 1989, 1990, 1991 e 1992.

Avverso l’iscrizione a ruolo nei suoi confronti attuata, il B. propose ricorso, eccependo, tra l’altro, che gli avvisi di accertamento ed irrogazione delle sanzioni erano stati, a suo tempo, notificati soltanto al curatore fallimentare e non ai soggetti falliti, sicché l’iscrizione a ruolo doveva ritenersi illegittima, in quanto, nei suoi confronti, non preceduta da notifica dell’atto presupposto.

L’adita commissione tributaria accolse il ricorso, aderendo all’impostazione del ricorrente e richiamando a conforto della propria determinazione giurisprudenza di questa Corte.

La decisione fu appellata dall’Ufficio, sul presupposto che la notifica degli atti impositivi fatti al curatore è valida anche per la persona del fallito e che, conseguentemente, nella specie l’Amministrazione finanziaria non aveva alcun obbligo di provvedere a notificare al contribuente fallito gli atti impositivi relativi alle cartelle di pagamento qui in contestazione.

L’ appello dell’Ufficio fu respinto dalla commissione regionale.

Avverso la decisione di appello l’Amministrazione finanziaria ha proposto ricorso per cassazione in due articolati motivi.

I1 contribuente ha resistito con controricorso, eccependo, preliminarmente l’inammissibilità del ricorso per difetto di autosufficienza.

 

Motivi della decisione

Riportando in termini essenziali i presupposti di fatto e le vicende processuali della controversia in oggetto, il ricorso per cassazione dell’Amministrazione finanziaria non è – come, invece, sostiene il controricorrente – radicalmente inammissibile.

Tanto premesso, va osservato che, con il primo motivo di ricorso (“Fallimento di società in accomandita semplice; debito tributario per omesso versamento: incapienza totale; responsabilità solidale e illimitata del socio; chiusura del fallimento ed escussione dei soci; omessa decisione, insufficiente o contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, comma 1 nn. 3, 4 e 5 c.p.c.”), l’Amministrazione finanziaria sembra censurare la decisione impugnata: a) per non essersi pronunciata sulla legittimità della pretesa tributaria avanzata nei confronti del socio fallito ritornato in bonis, dopo la chiusura della procedura fallimentare; b) per non aver considerato che, dopo l’infruttuosa chiusura della procedura fallimentare nei confronti della società, l’Amministrazione poteva legittimamente far valere la pretesa tributaria vantata nei confronti della società, nei confronti del socio fallito ritornato in bonis, in forza della sua responsabilità solidale ed illimitata ex art. 2291, comma 1, c.c. per i debiti della società.

 

 

I1 primo profilo della censura appare del tutto inconferente, posto che il giudice a quo non nega (ma, anzi, presuppone) che l’Amministrazione finanziaria possa legittimamente far valere nei confronti del fallito ritornato in bonis, dopo l’infruttuosa chiusura della procedura fallimentare, la pretesa tributaria avanzata nei confronti del socio.

Il secondo profilo della censura è, invece, infondato.

In proposito, occorre rilevare che – secondo l’ampiamente consolidata giurisprudenza di questa Corte (dalla quale non v’è ragione di discostarsi) – l’accertamento tributario, che inerisca ad obbligazioni i cui presupposti si siano verificati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente deve essere notifi-cato non solo al curatore, in ragione della partecipazione al concorso fallimentare, ma anche al contribuente, che, tornato in bonis, resta direttamente tenuto al soddisfacimento del debito tributario non soddisfatto dal fallimento, sicché è nullo l’atto esattivo emesso nei confronti del fallito tornato in bonis, cui, tuttavia, non sia stato notificato l’avviso di accertamento (cfr. Cass. 4235/06, 693’7/02, 14987/00, 3667/97, 7561/95). Ciò comporta, con riferimento al caso di specie, che, in mancanza di notifica dell’avvio di accertamento alla società e/o ai suoi soci illimitatamente responsabili, l’atto esattivo emesso nei confronti di questi ultimi deve ritenersi nullo per mancata previa notifica dell’atto presupposto.

Con il secondo motivo di ricorso – deducendo “Fallimento di società in accomandita semplice; debito tributario per omesso versamento: incapienza totale; responsabilità solidale ed illimitata del socio: chiusura del fallimento ed escussione dei soci; violazione e falsa applicazione degli artt. 2291, comma 1, e 2304 cod. civ.; art. 43 L.F. nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360, comma 1, nn 3, e 5 c.p. c.” – l’Amministrazione finanziaria censura la decisione impugnata per non aver considerato che, nel caso di specie, si trattava d’infruttuosa insinuazione al passivo fallimentare, non di atto di accertamento di maggior imponibile, bensì di atto di riscossione di mancati versamenti, sicché l’importo preteso poteva essere richiesto ai soci illimitatamente e solidalmente responsabili, pur in assenza di notifica dell’atto nei loro confronti.

I1 motivo si rivela, prima di ogni altra considerazione, inammissibile sul piano dell’autosufficienza: dalla sentenza di appello non emerge che la questione, fondata su specifiche circostanze di fatto, sia stata oggetto di contraddittorio nei pregressi gradi del giudizio e, in ricorso, l’Amministrazione non riferisce se e come essa sia stata precedentemente trattata (cfr. Cass. 20518/08, 14590/05, 13979/05, 6656/04, 5561/04).

Alla stregua delle considerazioni che precedono, s’impone il rigetto del ricorso.

Per la natura della controversia e per tutte le relative specifiche implicazioni, si ravvisano le condizioni per disporre l’integrale compensazione delle spese del giudizio.

P. Q. M.

La Corte respinge il ricorso; compensa le spese.

 

 

2) Sent. n. 5791 del 12 febbraio 2008 (dep. il 4 marzo 2008) della Corte Cass., SS.UU.

 

Svolgimento del processo – La controversia origina dall’impugnazione di una cartella esattoriale relativa all’iscrizione a ruolo di IRPEF ed ILOR, oltre interessi e pene pecuniarie, per gli anni dal 1976 al  1981, cartella della quale il contribuente deduceva la nullità in ragione  delle  irritale notifica degli avvisi di accertamento (perché eseguita  in  violazione  del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60 nonché degli artt. 139, 140 e 148  c.p.c.), precisando altresì di aver presentato regolare domanda di condono ex  L. n. 516  del  1982  per  la  definizione  automatica  degli  anni  d’imposta  in contestazione prima della notifica della cartella impugnata.

    La Commissione di primo grado accoglieva parzialmente il ricorso, annullando l’accertamento per gli anni dal  1976  al  1980  per  intervenuta definizione automatica e confermando l’accertamento per l’anno 1981, stante la regolarità  della  notifica  del  relativo  avviso. La  decisione era confermata, prima, dalla  Commissione  di  secondo  grado e, poi, dalla Commissione Tributaria Centrale che, in entrambi  i  casi,  rigettavano  le impugnazioni proposte dalle parti.

    Avverso tale ultima sentenza il contribuente  ha  proposto  ricorso  per cassazione  con  tre  motivi.  Resistono con  controricorso  il   Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate.

    In esito all’udienza del 24 gennaio 2007, la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione, con ordinanza n.  7263  del  26 marzo  2007,  rilevata l’esistenza  di  un  contrasto  di  giurisprudenza  sulla  questione della “impugnabilità dei singoli atti in cui si svolge l’iter procedimentale della gestione del rapporto tributario facendo valere anche il vizio della mancata notifica dell’atto presupposto”, rimetteva gli atti al Primo Presidente  per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite. Circostanza  per  la  quale  la causa è chiamata all’udienza odierna.

     Motivi della decisione – Il ricorso è articolato in tre  motivi,  con  i quali il contribuente denuncia:  a)  violazione  o  falsa  applicazione  del D.Lgs. n. 546 del 1992,  art  19,  comma  3,  ultima  parte,  rilevando  che erroneamente la Commissione Tributaria Centrale aveva escluso la possibilità che il contribuente si limitasse a denunciare la nullità della cartella  per la sola irritualità della notifica  dell’atto presupposto (primo  motivo); violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art.  36 nonché omessa ed insufficiente motivazione, per essersi  la Commissione Centrale limitata ad affermare apoditticamente che il giudice  di  prime  cure  aveva “riconosciuto la validità della notifica dell’accertamento” per l’anno  1981 senza dare conto (nemmeno riportando quelle espressi dal  giudice  riferito) delle ragioni per le quali fosse stata affermata la predetta validità  della notifica (secondo motivo); c) omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c. per aver la Commissione Centrale omesso di statuire  su  specifiche  censure mosse alla  sentenza  di  seconde  cure  in  relazione  ai  dedotti  vizi  – violazione art. 148 c.p.c., e  art.  48  disp.  att. c.p.c., incompletezza dell’avviso della  raccomandata    della  notificazione  contestata  (terzo motivo).

    Mentre il primo motivo, che pur concerne un problema sul quale si  dovrà tornare, deve considerarsi inammissibile in quanto esprime una  censura  che inerisce ad una parte della sentenza impugnata  che  riguarda  le  annualità ormai definite con condono e non quella relativa all’anno 1981  sulla  quale la controversia continua, il secondo ed il terzo motivo,  che  investono  la sentenza impugnata proprio con riferimento a detta annualità, sono  fondati.

Invero  la  Commissione Centrale  non  si  è  pronunciata  sui  vizi  della notificazione dedotti dal contribuente ed ha risolto la  propria  decisione nella effettivamente apodittica affermazione che il giudice di prime cure aveva riconosciuto rituale la notifica dell’avviso di accertamento: nessuna ragione di tale ritenuta ritualità è, tuttavia, spiegata,  nemmeno  mediante la trascrizione nella motivazione delle ragioni enunciate dal primo  giudice ed evidentemente condivise.

    Tanto basta per cassare, in  accoglimento delle predette censure, la sentenza impugnata con  rinvio  della  stessa  alla  Commissione  Tributaria Regionale del Molise perché esamini la questione se davvero potesse  nella specie  ritenersi  rituale la notifica  dell’avviso di accertamento che costituisce l’ineludibile presupposto per la legittimità della iscrizione a ruolo impugnata dal contribuente per il tramite della cartella  esattoriale che ne costituisce, nei confronti del contribuente medesimo, il mezzo tipico di conoscenza.

    Tuttavia, stante la rilevanza della questione che è stata  sottoposta a queste Sezioni  Unite, la  decisione non  può  esaurirsi   esclusivamente nell’accoglimento del ricorso per i motivi enunciati, ma  è  opportuno  che venga enunciato anche il principio cui il giudice di merito dovrà  attenersi per l’ipotesi in cui il nuovo esame  dovesse concludersi nel  senso della irritualità della notifica dell’avviso di accertamento presupposto dell’iscrizione a ruolo impugnata originariamente nella fattispecie. E qui l’attenzione torna sul primo motivo di ricorso, il quale, se pure, sotto  un profilo strettamente  formale,  investe,  come  già  detto,  un  capo della sentenza che riguarda annualità definite per condono e rispetto alle quali è stata dichiarata cessata la materia del contendere, sotto un profilo sostanziale, può ben essere inteso come censura  di  un   orientamento giurisprudenziale teso a ritenere irrilevante la mancata notifica dell’atto presupposto,  in  ragione della   possibilità offerta dalla norma processualtributaria di impugnare detto atto   unitamente   all’atto consequenziale.

    In proposito va ricordato che queste Sezioni Unite, occupandosi di questione sostanzialmente analoga a quella sottoposta ora al suo giudizio – in specie della questione della nullità dell’avviso di  mora  non  preceduto dalla notifica (o dalla rituale notifica) della cartella esattoriale,  hanno affermato il seguente principio di diritto, cui il Collegio  intendere  dare continuità: “La correttezza del procedimento  di  formazione  della  pretesa tributaria è assicurata  mediante  il  rispetto  di  una  sequenza  ordinata secondo una progressione di determinati atti, con le relative notificazioni, destinati, con diversa e specifica funzione, a farla emergere e a portarla nella sfera di conoscenza  dei  destinatali,  allo  scopo,  soprattutto, di rendere possibile per questi ultimi un efficace  esercizio  del  diritto  di difesa. Nella predetta sequenza, l’omissione della notificazione di un  atto presupposto costituisce vizio procedurale che comporta la nullità  dell’atto consequenziale notificato e tale nullità può essere fatta  valere dal contribuente mediante la scelta o di impugnare, per tale semplice vizio, l’atto consequenziale  notificatogli – rimanendo  esposto  all’eventuale successiva  azione  dell’amministrazione,  sercitabile soltanto se siano ancora aperti i  termini  per  l’emanazione  e  la  notificazione dell’atto presupposto – o di  impugnare  cumulativamente  anche  quest’ultimo  (non notificato) per  contestare  radicalmente  la  pretesa  tributaria:  con  la conseguenza che spetta  al  giudice  di  merito    la  cui  valutazione  se cogniamente  motivata  non  sarà  censurabile  in  sede  di  legittimità  – interpretare la domanda proposta dal contribuente al fine di  verificare  se egli abbia inteso far valere la nullità  dell’atto  consequenziale  in  base all’una o all’altra opzione” (Cass. S.U. n. 16412 del 2007).

    L’attenzione va posta alla disposizione di cui  al  D.Lgs.  n.  546  del 1992, art. 19, comma 3, ultimo  periodo,  in  relazione  al  significato  da attribuire  alla  possibilità    espressamente  prevista    di   impugnare congiuntamente l’atto consequenziale (avviso di mora, cartella di pagamento, avviso di liquidazione) e l’atto presupposto (nell’ordine indicato, cartella di pagamento, avviso  di  accertamento  o  avviso  di  liquidazione,  quando  quest’ultimo esaurisce l’attività impositiva) che non sia  stato  notificato (o  ritualmente  notificato):  parzialmente  difforme  era  la  formulazione dell’art.  16  del  previgente  contenzioso,  che  prevedeva  l’impugnazione dell’atto successivo per vizi relativi agli atti precedenti dei quali  fosse stata omessa la notificazione.

    La norma, definita “infelicissima” da un’autorevole dottrina,  è  frutto di  un  affrettato  compromesso redazionale dopo che la Commissione parlamentare, chiamata ad  esprimere il parere sul  progetto di decreto legislativo per la riforma del processo tributario, ne aveva  modificato  il testo  originario,  invero  assai  più  chiaro  di  quello   definitivamente approvato. Nella formulazione che fu sottoposta all’esame parlamentare, quel che oggi è il D.Lgs. n. 546 del  1992,  art. 19,  comma  3  si  limitava  a prevedere la  non autonoma impugnabilità degli atti diversi da quelli indicati dal comma 1, stabilendo anche che ognuno di tali  atti  potesse essere impugnato “solo per vizi propri o per la mancata notificazione degli atti autonomamente impugnabili che per legge avrebbero  dovuto precederli”: ad una parte della dottrina è sembrato che con la predetta  formulazione  si volesse (correttamente ed efficacemente, sotto il profilo della  tutela  del contribuente) equiparare l’omissione della notifica dell’atto presupposto ad un vizio  “proprio” dell’atto successivo da far valere mediante l’impugnazione di quest’ultimo teso ad ottenerne l’annullamento.

    Sarebbe errato, tuttavia, credere che nella diversa  formulazione  della norma, poi in concreto inserita nel testo di legge, siffatto significato sia “scomparso”. Invero, nonostante la indubbia  insufficienza  redazionale,  il risultato  normativo,  se  rettamente  inteso,  è,  sotto  il  profilo del significato, più ampio, così da includere quel contenuto di senso attribuito all’originaria stesura.

    La disposizione in esame innanzitutto non impone al  contribuente,  come emerge con  chiarezza dall’uso del  verbo  “consentire”,  alcun  onere  di impugnare cumulativamente l’atto successivo e l’atto presupposto  del  quale sia stata omessa la notificazione e nemmeno suggerisce un simile percorso di contestazione:  una  siffatta  interpretazione   sarebbe in patente contraddizione con la ratio del nuovo processo tributario, che è  ispirato alla tutela dei diritti del contribuente (e in particolare dell’inalienabile diritto di difesa),  nel  quadro  di  una  assimilazione  ai  caratteri  del processo civile, nonché con i principi “forti” che, alla luce L. n. 212  del

2000, caratterizzano l’attuale sistema  tributario nella direzione  di un “riequilibrio” delle posizioni delle parti in contraddittorio. Imporre al contribuente l’impugnazione  cumulativa  dell’atto  successivo  e  dell’atto presupposto del quale sia stata  omessa  la  notificazione, significherebbe privilegiare immotivatamente l’amministrazione finanziaria, recuperandone in via processuale l’azione impositiva esercitata in violazione della specifica scansione  procedimentale  dettata  dalle  regole  di  diritto  sostanziale: sarebbe un modo per togliere sostanza  e  vigore  a  quelle regole  e  per rendere,    in    ultima    analisi, assolutamente  “libero”  l’agire dell’amministrazione.

    Pur tenendo conto della  infelice  ed  approssimativa  formulazione,  la norma appare, tuttavia, manifestamente animata da una  volontà  di  favorire una più  rapida  soluzione  delle  controversie,  offrendo  al  contribuente l’opportunità – affidata alla sua libera scelta – di contrastare con un solo atto la pretesa tributaria ed ottenere così una pronuncia che non  esaurisca i propri effetti nella dichiarazione di annullamento  dell’atto successivo, ma si estenda anche all’atto  presupposto,  investendo  radicalmente  e  per intero la pretesa dell’amministrazione  finanziaria.  Si  tratta,  tuttavia, solo di una. facoltà riconosciuta al contribuente, al quale – coerentemente con il “principio della domanda” che  caratterizza  il  processo  tributario riformato    è  lasciata  la  electio  tra  l’uno o l’altro percorso di contestazione: impugnare il solo  atto  successivo  (notificatogli)  facendo valere il vizio derivante dall’omessa notifica dell’atto presupposto – che costituisce vizio procedurale per interruzione della sequenza procedimentale caratterizzante l’azione impositiva e predisposta dalla legge a garanzia dei diritti del contribuente (e per questo vincolante per l’amministrazione,  ma disponibile da parte del garantito  mediante  l’esercizio  dell’impugnazione cumulativa) -, oppure  impugnare  con  l’atto  consequenziale  anche  l’atto presupposto  (non  notificato)  facendo  valere   i   vizi   che   inficiano quest’ultimo e contestando alla radice il debito


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