Ai fini Ici l’abitazione principale può essere costituita da due unità immobiliari


          In tema di imposta comunale sugli immobili, ai  fini dell’applicazione del regime di favore devoluto dal legislatore all’abitazione principale del contribuente la nozione di abitazione principale non coincide con quella di unica unità immobiliare bensì con quello  di  immobile  destinato  a  detto specifico uso.


          Non ha dunque pregio l’asserzione circa la necessaria unitarietà dell’accatastamento in quanto, anche alla luce dell’introduzione dell’esenzione totale dal prelievo in parola ex art. 1, D.L. n. 93/2008, il legislatore ha inteso accordare il regime agevolato senza avere riguardo a tale aspetto tecnico bensì  alla  destinazione  concreta  dell’immobile  ad abitazione principale. Ai fini del regime di favore previsto in materia di Ici con riferimento all’abitazione principale, l’aliquota agevolata deve essere applicata all’immobile che nel suo complesso rappresenta la dimora del contribuente.


 


          Pertanto, se l’abitazione principale di un soggetto è costituita da più di un’unità immobiliare, ciascuna iscritta presso il catasto urbano in modo autonomo e distinto e non in modo unitario, l’aliquota agevolata prevista per il tributo comunale dovrà applicarsi a tutte le unità che compongono l’abitazione del contribuente nel suo complesso. Tale importante principio è stato statuito dalla sentenza della Corte di cassazione 29 ottobre 2008 n. 25902, che oltre a chiarire alcuni importanti aspetti della previgente normativa in materia di Ici applicabile alla “prima casa”, apre nuove prospettive  con riguardo all’esenzione dal tributo comunale prevista appunto sull’abitazione principale.


 


          La pronuncia in esame è stata emanata con riferimento a una controversia sorta tra un comune  e un contribuente comproprietario con la moglie di due unità immobiliari, entrambe destinate ad abitazione principale e residenza dei due coniugi. In particolare, i due immobili erano due appartamenti similari ubicati all’interno dello stesso edificio e posti su due diversi piani, comunicanti tra loro ed entrambi utilizzati per il normale svolgimento della vita familiare. Gli immobili de quibus erano censiti presso il catasto edilizio urbano mediante due distinte rendite catastali, delle quali il proprietario non aveva mai provveduto a richiederne l’unificazione.


 


Riflessioni


 


          L’utilizzo contemporaneo di più unità catastali come abitazione principale non impedisce l’applicazione, a tutti gli immobili, della relativa aliquota Ici agevolata. Il tutto a condizione che il risultato del complesso abitativo utilizzato non trascenda la categoria catastale delle unità che lo compongono. A tal fine, assume rilievo non tanto il numero delle unità catastali ma l’effettiva utilizzazione ad abitazione principale dell’immobile complessivamente considerato.


          Il concetto di abitazione principale non risulta necessariamente legato a quello di unità immobiliare iscritto in catasto, né può essere limitato a una sola unità come identificata catastalmente, ma rileva in considerazione del significato che il legislatore ha voluto attribuirne, ossia l’unità immobiliare adibita a dimora abituale del contribuente, in relazione, cioè, all’effettivo utilizzo.


          In tale contesto normativo, l’accatastamento unitario, richiesto dai Comuni per il riconoscimento dell’agevolazione, costituisce una forzatura interpretativa che si pone in contrasto con l’intento della legge di ridurre il carico tributario per gli immobili adibiti ad abitazione principale, finalità confermata dall’esenzione totale sancita dal Dl 93/2008 (1).


 


          La  risoluzione n. 6/DPF del 7 maggio 2002 l‘Amministrazione finanziaria aveva, viceversa, ribadito che per un’abitazione composta da due unità   immobiliari, accatastate separatamente, che di fatto costituiscono l’unica abitazione principale del contribuente, la detrazione di imposta, ai fini Ici,e  la  riduzione  dell’aliquota deliberata dal comune, spettano soltanto  ad  una  sola  unità  immobiliare autonomamente accatastata. L’altra unità, invece,  va  considerata come abitazione secondaria, con l’applicazione dell’aliquota  deliberata dal comune per tali tipologie di fabbricati. Tale risoluzione aveva  precisato che non è corretto affermare che il contribuente “dimora in un’unica  unità immobiliare che si presenta divisa catastalmente con l’attribuzione di  due rendite catastali” perché in tal caso ci si trova, in realtà, in presenza di due unità immobiliari che come tali vanno singolarmente e separatamente soggette ad imposizione, ciascuna per la propria  rendita: una unità può essere assoggettata ad ICI come abitazione principale con applicazione delle agevolazioni e delle riduzioni per questa previste, l’altra invece va considerata  come seconda  abitazione,  con  l’applicazione  dell’aliquota deliberata dal comune per tali tipologie di fabbricati. Quindi, per poter usufruire per intero degli effetti sia  dell’aliquota ridotta sia della detrazione sarebbe opportuno che il contribuente richieda l’accatastamento unitario dei due distinti cespiti”.


          Giova osservare che secondo la consolidata giurisprudenza del giudice di legittimità (Sent. n. 23031 del 9 ottobre 2007 dep. il 2 novembre 2007 della Corte Cass., SS.UU. civ.) le risoluzioni sono atti meramente interni della pubblica amministrazione, che non possono, quindi spiegare alcune effetto giuridico nei confronti di soggetti estranei all’amministrazione.


 


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NOTA


 


1) Il Decreto Legge del 27 maggio 2008, n. 93, rubricato “Disposizioni urgenti per salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie” (in Gazzetta Ufficiale n. 124 del 28 maggio 2008) in vigore dal 29 maggio, ha abolito l’Ici sulla prima casa. Con Decreto del Ministro dell’Interno(D.M. 23/08/2008, G.U. 15/09/2008, n. 216) sono stati definiti i criteri e le modalità per il rimborso a favore dei Comuni dell’minor gettito ICI, derivante dall’introduzione dell’esenzione dall’imposta sulla prima casa (art. 1, d.l. 93/2008). La nozione di abitazione principale è ricavata con rinvio al D.lg. 504/1992. Ai sensi dell’articolo 8, comma 2, del predetto decreto, si considera abitazione principale quella adibita a dimora abituale del soggetto passivo.


A tale scopo è posta una presunzione legale secondo cui l’immobile ove si ha la residenza anagrafica coincide con l’abitazione principale, salvo prova contraria. Incombe, quindi, un onere sul contribuente che abbia interesse a dimostrare che la dimora abituale è costituita da un’unità diversa da quella di residenza anagrafica. Trattasi di una presunzione relativa che legittima l’equiparazione tra dimora abituale e residenza anagrafica, a condizione che sia dato spazio alla prova contraria, che deve essere fornita dallo stesso contribuente, il quale deve dimostrare di aver fissato la propria abitazione principale in un immobile diverso da quello di residenza anagrafica. Ciò potrebbe avvenire, ad esempio, nel caso in cui la sede lavorativa fosse diversa da quella anagrafica o, ancora, laddove il trasferimento di fatto del domicilio non risulti ancora recepito nelle risultanze dell’anagrafe.


In buona sostanza, la nuova presunzione non supera la nozione di abitazione principale, fondata sul criterio della  dimora abituale, ma mira a garantirne una più corretta  applicazione, consentendo comunque  al contribuente, nei casi di mancata coincidenza (o scollamento anche  temporaneo) tra dimora abituale e residenza anagrafica, di riservare alla  prima il trattamento destinato all’abitazione principale ai fini dell’Ici, fornendo  la prova del suo utilizzo – appunto – quale dimora abituale (Risoluzione n. 12/Df del 5 giugno 2008).


 


Angelo Buscema


3 Dicembre 2008


 


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ALLEGATO


 


Sent. n. 25902 del 26 giugno 2008 (dep. il 29 ottobre 2008) della Corte Cass., Sez. tributaria


  


Svolgimento del processo – Con ricorso notificato il 29 gennaio 2007  al Comune d Ancona (depositato il 13 febbraio 2007), M.I. –  premesso  che:  1) era  comproprietario  (con  la  moglie  R.R.)  di  “due  unità  immobiliari” (“entrambe  destinate  ad  abitazione  di  residenza”),  ovverosia  di  “due appartamenti gemelli posti nello stesso edificio su  più  piani  comunicanti tra loro necessari per la conduzione di una normale vita, familiare”, per le quali unità aveva calcolato e  versato  l’imposta  comunale  sugli  immobili (ICI)  “applicando l’aliquota, agevolata prevista per l’abitazione principale”; 2) con apposito “avviso di  liquidazione”, “non  preceduto  da alcun avviso di accertamento della maggiora imposta dovuta”, il Comune aveva proceduto a “nuovo calcolo o ri-liquidazione dell’ICI  con  applicazione dell’aliquota ordinaria anziché agevolata in riferimento ad una delle  due unità immobiliari” suddette, cosi “implicitamente” negando alla  stessa  “il requisito dell’”abitazione principale”, in forza di TRE motivi, chiedeva  di cassare (“con vittoria di spese ed onorari di lite”) la sentenza n. 88/09/06 depositata il 20 ottobre 2006 dalla Commissione Tributaria  Regionale  delle Marche (notificata il 2 dicembre 2006)  la  quale  aveva  disatteso  il  suo appello avverso la decisione (51/05/04) con cui  la  Commissione  Tributaria Provinciale di Ancona aveva respinto il ricorso.


Nel controricorso notificato il 13 marzo 2007 (depositato  il  23  marzo 2007) il Comune intimato instava il rigetto dell’impugnazione, con refusione delle spese.


Il 19 giugno 2008 il M. depositava memoria ex art. 378 c.p.c..


Motivi della decisione – 1. Con la  sentenza  impugnata  la  Commissione Tributaria Regionale – premesso: 1) che con il  provvedimento impugnato il Comune aveva determinato “la differenza d’imposta sulla base delle rendite attribuite alle tre unità  immobiliari” di cui il contribuente era “comproprietario al 50%” e 2) che nel proprio ricorso il M. aveva sostenuto doversi applicare l’“aliquota prevista por l’abitazione principale…dal momento che due delle unità immobiliari…sono due appartamenti gemelli di modeste dimensioni” utilizzate “necessariamente…come  unica  abitazione per una normale vita familiare” – ha disatteso l’appello osservando: “al caso di  specie”  (“due  distinte unità immobiliari accatastate separatamente e come tali acquistate dal contribuente, per di più con 5,5 vani catastali cadauna”) “non può applicarsi analogicamente la …sentenza” n. 563 pronunciata il 22 gennaio 1998 da questa Corte di legittimità perché “non si tratta…di due piccoli appartamenti che, trovandosi sullo  stesso piano, consentono…di realizzarvi, in occasione della loro ristrutturazione, un’unica abitazione da destinare a “prima  casa” ad uso degli stessi”, per cui “non  ricorrono…i requisiti per considerare ambedue gli appartamenti…come prima casa…e, pertanto,  tassabili  ai fini ICI con l’aliquota ridotta”.


    2. Il M. impugna tale decisione con tre motivi di  ricorso.


A. Con il primo motivo il contribuente – assumendo che “l’avviso di  accertamento ICI per l’anno 2002 risulta fondato sulla seguente motivazione “considerato che l’applicazione dell’aliquota agevolativi è subordinata alla presentazione dell’apposite autocertificazione da consegnare entro i termini di versamento a saldo  dell’imposta  per  l’anno di  riferimento,  in  mancanza di tale autocertificazione è applicabile l’”aliquota maggiorata” – denunzia  (“art. 360 c.p.c., n. 5”) “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione” sul “punto essenziale e decisivo della  controversia”  relativo  alla  “eccepita nullità  dell’avviso  di  liquidazione  ICI  impugnato  perché  carente   di motivazione come richiesto dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 11, comma 2,” ed adduce che la Commissione Tributaria  Regionale  ha  “totalmente  omesso  di esaminare e decidere” il “profilo di nullità dell’atto   impugnato”, costituito dalla “assoluta carenza di  motivazione”  dello  stesso, profilo “eccepito…con il ricorso in  primo  grado”  e  riproposto  “in  sede  di Appello ”.


    B. Con il secondo motivo il ricorrente, “in  conseguenza della censura posta a fondamento del primo motivo”, denunzia (“art.  360  c.p.c.,  n.  3”) “violazione, mancata o falsa applicazione D.Lgs. n. 504 del 1992,  art.  11, comma 2, L. n. 241 del 1990, art. 3, comma 1, e L. n. 212 del 2000, art.  7, comma 1” esponendo che “la Commissione Tributaria Regionale…ha omesso di  applicare specifica norma di legge (D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 11,  comma 2, in materia di ICI) che si assume perciò violata o disapplicata unitamente ad altre norme in materia fiscale e amministrativa nei rapporti tra P.A. e cittadino quali la L. n. 241 del 1990, art. 3, comma 1, e L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1”.


    A conclusione il M. (ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c.) formula “quesito di diritto” nel quale  chiede  a  questa  Corte  di  accertare  e  stabilire (“accerti e stabilisca”) “se l’avviso  di  accertamento  impugnato  è  stato emesso o meno dal Comune …  in  violazione  di  tali  norme  di  legge  in relazione al sito contenuto ed in particolare se in esso si evincono tutti i  presupposti e le ragioni  della  pretesa  del  Comune  ovvero  se  l’obbligo motivazionale dell’accertamento può ritenersi adempiuto o meno dal Comune”.


    C. Con il terzo (ed ultimo) motivo il M. – premesso che  “l’immobile  in cui egli…vive assieme alla moglie è costituito, sin dall’origine, su tre livelli (piano seminterrato, piano terra e  mansarda)” e che “soltanto  a seguito della regolarizzazione con condono edilizio  di  una  parte  della superficie del seminterrato, (essi) proprietari hanno optato di  accatastare il  seminterrato  separatamente dal piano terra e dalla mansarda, pur mantenendo inalterata la destinazione d’uso di  tutti  e  tre  i  livelli  a propria abitazione” –  censura  l’inapplicabilità al caso, affermata  dal giudice di appello, del principio di diritto affermato  nella  sentenza  “n. 563 del 22 gennaio 1998” di questa Corte  in  ordine al  “merito  dell’atto impugnato” e denunzi a “violazione o falsa applicazione D.Lgs.  n.  504  del 1992, art. 8” esponendo:


    “L’applicazione della aliquota agevolata ICI prevista  per  l’abitazione principale ad entrambe le unità immobiliari effettivamente  adibite  a  tale uso, è un principio che vige nella ratio della legge … in materia e alcuna norma subordina tale applicazione al fatto che tutti i vani debbano trovarsi allo stesso piano o che debba necessariamente dipendere dal numero dei  vani che compongono ciascuna unità immobiliare”;


    – “il principio invocato … risulta chiaramente affermato in materia di imposta di registro” da questa Corte  (“sent. 22 gennaio 1998 n. 563”), secondo cui “Se deve ammettersi che le agevolazioni per la  prima  casa  … possono riguardare anche alloggi risultanti  dalla  riunione di più unità immobiliari che siano  destinate, nel  loro  insieme, dagli acquirenti a costituire un’unica unità abitativa, e che quindi il contemporaneo acquisto di due appartamenti non è di per sé ostativo alla fruizione di tali benefici…assumono rilievo decisivo non la consistenza e la destinazione che tali immobili avevano prima di essere venduti, ma, quella che ricevono a seguito dell’acquisto”;


    – con  decisione “n. 39/03/07” (“versata  in  atti”) la Commissione Tributaria  Provinciale  “ha  accolto  il  ricorso   avverso   l’avviso   di  accertamento dell’ICI 2003”.


    Il ricorrente, quindi, chiede (“quesito di diritto”) a questa  Corte  a) di accertare e stabilire (“accerti e stabilisca”)  “se appare  legittimo o meno riconoscere il diritto  all’applicazione  di  aliquota  agevolata  ICI prevista  per  l’abitazione  principale  a  favore  di   quel   contribuente proprietario di due unità  immobiliari  dislocate su diversi  piani  tutte comunicanti tra loro e dichiaratamente e di fatto tutte godute e destinate ad abitazione principale del proprio nucleo familiare e ciò in relazione  ad entrambe le unità immobiliari anziché ad una sola come  preteso  dal  Comune impositore” e, “per l’effetto”, b) di pronunciare (“pronunci”)  “o  meno  la nullità dell’atto impugnato”.


    3. Il Comune, da suo canto, rivendica la “legittimità”: – sia  dell’“avviso di liquidazione con riferimento alle rendite catastali  assegnate  dall’Ufficio  del  Territorio”, atteso  che,  a suo giudizio, “la sola differenza tra la dichiarazione del contribuente e la … liquidazione della maggiore imposta” è “consistita  nella  diversa  aliquota calcolata … sulla … minore … unità immobiliare, mentre tutti gli altri presupposti … sono rimasti invariati”;


    – sia della, “considerazione degli immobili occupati come  due  distinte unità con esclusione della riduzione dell’aliquota per una  delle  due”,  in quanto, per il D.Lgs. n. 504 del 1992, art.  8, comma 2, (“norma    di facile lettura”), “la detrazione dall’imposta dovuta si  applica alla  sola unità  immobiliare adibita a dimora  principale,  non  anche  alle  unità  immobiliari che il  contribuente  voglia adibire a propria  abitazione” (secondo la “risoluzione n. 6 del 7 maggio 2002” del  “Dipartimento  per  le politiche fiscali”, infatti, “per poter fruire per intero degli effetti  sia dell’aliquota  ridotta  sia  della  detrazione  sarebbe opportuno che il contribuente richieda l’accatastamento unitario dei due  distinti  cespiti”; per il “parere” espresso il 15 giugno 2001 dalla Direzione Regionale della Lombardia  dell’Agenzia  delle  Entrate,  poi,  “l’abitazione   principale dislocata su due livelli, come  da  risultanze  catastali,  non  può  essere considerata un’unica abitazione”).


    4. I primi  due  motivi  del  ricorso del  M.,  vanno  respinti perché inammissibili; l’ultimo, invece, deve essere accolto perché fondato.


    A. Il primo motivo è inammissibile in quanto, adducendo a suo fondamento che la Commissione Tributaria Regionale ha “totalmente omesso di esaminare e decidere” il “profilo di nullità  dell’atto  impugnato” costituito dalla “assoluta sua carenza di motivazione”, con lo stesso  il  ricorrente, nella sostanza, denunzia (espressamente ai sensi dell’“art. 360 c.p.c., n. 5”), ma erroneamente, sub specie  di  “omessa,  insufficiente  o contraddittoria motivazione” una vera e propria carenza di pronuncia, censurabile innanzi  a questa Corte come vizio della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4,  (“nullità della sentenze”), per violazione dell’art. 112 c.p.c.: il  vizio  di  omessa pronuncia, come noto (Cass. 2^, 20 novembre 2007 n. 24139; 3^, 18  settembre 2007 n. 19356; 3^, 17 luglio 2007 n. 15882; 3^, 05 giugno 2007 n. 13059; 3^, 26 gennaio  2006  n.  1701,  tra  le  recenti),  deve  essere  fatto  valere unicamente in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, e non  già  con  denuncia della violazione di norme processuali ovvero di  un  vizio  di  motivazione; quest’ultimo, in particolare, poiché un  ragionamento  inesistente  non  può avere vizi logici, presuppone di necessità l’avvenuto esame della questione oggetto di doglianza da parte  del giudice di  merito, seppure la  parte censuri la soluzione adottata perché ritenuta giuridicamente non corretta ovvero priva di adeguata giustificazione.


    Lo stesso motivo, peraltro, è privo del “quesito di diritto” prescritto, a espressa pena di inammissibilità, dall’art. 366 bis c.p.c., anche  per  la  denunzia (ex art. 360 c.p.c., n. 4) della violazione dell’art.  112  c.p.c., Cass. 3^, 26 febbraio 2008 n. 4968, per la quale “l’illustrazione di ciascun motivo (scilicet, di ricorso per cassazione) deve a pena di  inammissibilità concludersi con la formulazione di un quesito  di  diritto  (cfr.  Cass.  19 dicembre 2006 n. 27130)”.


    B. La rilevata inammissibilità del “primo motivo”  travolge  naturaliter il successivo perché  proposto,  espressis  verbis,  “in  conseguenza  della censura posta a fondamento del primo motivo”.


    Tale motivo, peraltro e comunque, è affetto da una  propria,  specifica, ragione di inammissibilità perché  nel  “quesito  di  diritto”  formulato  a conclusione dello stesso si  chiede a questa Corte, in  particolare,  di accertare (“accerti e …”) “se l’avviso di liquidazione impugnato  è  staio emesso o meno dal Comune… in violazione”: il “quesito di diritto” voluto dall’art. 366 bis c.p.c., detto, invece, diversamente  da  quanto  domandato dal ricorrente, non può  mai  importare  la  richiesta  a  questa  Corte  di compiere un accertamento sul fatto perché la sua unica finalità è quella  di individuare il  principio  di  diritto, diverso da quello fondante  (per esplicito o per implicito) la sentenza impugnata,  ritenuto  dal  ricorrente applicabile ad una  specifica e ben individuata  (oltre che indiscussa) fattispecie concreta, idoneo a determinare (Cass.  un., 12  marzo  2008  n. 6530) “un ribaltamento della decisione adottata dal giudice a qua”.


    C. Il terzo motivo, di contro, come  anticipato,  deve  essere  accolto perché fondato.     Per il D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 6, comma 3, (nel testo  “sostituito”


dalla L. 2  dicembre 1996, n. 662, art. 3, comma  53),  invero,  “l’imposta” comunale sugli immobili (ICI) “è determinata applicando alla base imponibile l’aliquota vigente”.


    L’art. 5, comma 1, dello stesso D.Lgs., considera “base  imponibile”  il “valore degli immobili” soggetti all’imposta, inteso (comma 2) come “valore” dei  fabbricati  iscritti  in  catasto “quello che risulta applicando all’ammontare delle rendite risultanti in catasto ..  i  moltiplicatori”  di cui al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 52, comma 2. In forza dello stesso art. 6, comma 2, poi, “l’aliquota… può  essere  diversificata…,  con  riferimento  ai  casi  di  immobili  diversi  dalle abitazioni, o posseduti in aggiunta all’abitazione principale, o di  alloggi non locati;  l’aliquota  può essere  agevolata  in  rapporto  alle  diverse tipologie degli enti senza scopi di lucro”: con questa norma il  legislatore ha imposto al Comune di deliberare  comunque  un  trattamento  fiscale  meno gravoso per l’”abitazione principale”.


    Il D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446,  art.  59,  lett.  e), di  poi,  ha espressamente previsto  la  possibilità, per il Comune, di “considerare abitazioni principati, con conseguente applicazione dell’aliquota ridotta od anche della detrazione per queste previste, quelle concesse in uso  gratuito a parenti in linea retta o collaterale, stabilendo il grado di parentela”.


    Con  l’attuazione  di  questa  previsione,  ovviamente,  debbono  essere considerate “abitazioni principali” tutte quelle “concesse in uso gratuito a parenti”: tanto, all’evidenza,  in  via  logica,  mostra  l’irrilevanza  del collegamento, propugnato  come  necessario  dal  Comune,  della  nozione  di “abitazione principale” (beneficiaria “dell’aliquota ridotta ed anche  della detrazione … previste”) con quella di unica “unità immobiliare”  catastale in quanto lo stesso soggetto passivo fruisce “dell’aliquota ridotta ed anche della detrazione    previste”  per  tutti  i  suoi  immobili  adibiti  ad “abitazioni” siano “principali” ovvero da considerare tali  perché  concessi “in uso gratuito a parenti”.


    Il favore del legislatore per  l’”abitazione  principale”,  inoltre,  si evince ulteriormente del D.L. 27 maggio 2005, n. 86, art. 5  bis,  comma  4, (convertito nella L. 26 luglio 2005, n. 148) con  il  quale,  al  dichiarato “fine di incrementare la disponibilità di alloggi da destinare ad abitazione principale”, si è concesso ai Comuni (alla “condizione” ivi  prevista)  la facoltà (“possono”) di “deliberare la  riduzione, anche al  di  sotto  del limite  minimo  previsto  dalla   legislazione vigente, delle aliquote dell’imposta comunale sugli immobili stabilite per gli immobili  adibiti  ad abitazione principale del proprietario”.


    Il  concetto di “abitazione   principale”,  quindi,  non  risulta necessariamente legato a quello D.Lgs. n. 504 del 1992, ex art. 2, comma  1, lett. a), di “unità immobiliare iscritta o  che  deve  essere  iscritta  nel catasto  edilizio”  (poi  “catasto  dei  fabbricati”)  né,  di  conseguenza, limitato ad una sola unità come identificata  catastalmente,  ma  viene:  in rilievo  esclusivamente

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