Processo tributario: iniquità della sospensione


         Fermo dei beni mobili registrati e ipoteca costituiscono ormai gli unici strumenti cui ricorre l’agente della riscossione per ottenere il pagamento della pretesa iscritta a ruolo, sostituendosi di fatto agli ordinari mezzi di recupero del credito (espropriazione), senza alcuna necessità di Ufficiali esattoriali (ormai in numero esiguo).


         Avverso dette misure è possibile interporre impugnazione e instare per la sospensione della loro esecuzione.


         Ma a cosa serve il provvedimento sospensivo non è dato di rilevare, poiché comunque viene mantenuta la iscrizione nei pubblici registri della misura sospesa.


         Pertanto, nel fermo, gli agenti della Polstrada, in caso di controlli, potrebbero rilevare che si sta circolando con un automezzo sottoposto a vincolo, disponendone il sequestro.


         Nella ipoteca, il mantenimento della iscrizione determina un danno ulteriore per il pregiudizio nei rapporti bancari e/o con la P.A.


 


         Di contro, sebbene prevista l’emanazione di un nuovo regolamento di attuazione (art. 3, comma 41, d.l. 30 settembre 2005 n. 203), il legislatore non ha inteso o non vuole provvedere, lasciando “nel vago” e “senza regole predeterminate” una materia talmente incidente nella sfera dei diritti dei contribuenti.


         Gran parte dei giudici tributari, peraltro, appaiono sordi alle varie istanze dei ricorrenti mediante le quali si tenta di ottenere affermazioni di diritto che rispecchino una maggior tutela dei diritti costituzionali, come se le attività degli agenti della riscossione fossero assistite da una guarentigia assoluta.


         Di contro manca un adeguamento legislativo dell’istituto della sospensione previsto dall’art. 47 d.lgs. 546/1992 alle esperienze ed esigenze fattive dei contribuenti, e ciò stante che il riferimento al temuto danno in relazione al requisito della “irreversibilità”, è ormai stato smentito, con consolidato indirizzo giurisprudenziale, nell’ambito delle obbligazioni pecuniarie, in quanto soggette ad azione restitutoria futura, e per l’effetto “reversibile”.


 


         Né certamente la scarsa percentuale dei provvedimenti di accoglimento, rispetto il numero delle richieste di sospensiva presentate a livello nazionale, determina una fiducia sull’istituto in esame, spesso legato all’entità della pretesa e, come tale, misura cautelare riservata esclusivamente ai contribuenti maggiormente abbienti: un contribuente destinatario di una pretesa, ad esempio, di sole euro trecento, non ha diritto ad alcuna sospensiva, poiché la misura del credito non può determinare alcun danno irreparabile, mentre un altro contribuente con un debito di trentamila euro, invece, la ottiene, per l’incidenza che l’eventuale esecuzione forzata avrebbe nelle di lui condizioni economiche!


         Si dimentica spesso (se non nella maggior parte dei casi!) che si ha danno irreversibile allorquando il nocumento temuto sia tale da non essere risarcibile neanche per equivalente. Si ha tale ipotesi per il danno all’immagine e nei rapporti di fiducia coi terzi che deriva da una espropriazione ovvero dalla mera iscrizione di un fermo di autovettura o di una ipoteca immobiliare.


 


         A fronte di quest’ultima, infatti, gli Istituti di credito negano nuove linee di credito, così che il contribuente che ne avesse necessità per improrogabili e seri motivi familiari, si trova privato della possibilità di ottenere un aiuto economico per le vie normali, distraendosi verso forme di finanziamento diverse e, talvolta, verso usurai.


         Eguale pregiudizio non è reso ai contribuenti proprietari di una pluralità di immobili, poiché a questi l’istituto di credito trova quasi sempre una soluzione.


         Deriva, in conclusione, una palese inadeguatezza dell’art. 47 d.lgs. 546/1992, che va opportunamente revisionato e adeguato alle nuovi e attuali esigenze dei contribuenti, onde non determinare situazioni di iniquità e disparità di trattamento legata alla ricchezza di un richiedente rispetto un altro meno abbiente.


         Così come andrebbe sanzionata la “dimenticanza” del legislatore nella emanazione del regolamento di attuazione previsto dall’art. 86 e dall’art. 3 d.l. 203/2005, non essendo accettabile che una norma che applica il regolamento precedente “in attesa dell’emanazione del nuovo regolamento”, venga poi resa svuotata di ratio e ragion d’essere con l’inutile decorso del termine.


         Sarebbe ora che i giudici tributari, terzi e imparziali, assumessero una posizione di maggior tutela dei diritti dei contribuenti!


 


Rag. Claudio Cutrano


6 Novembre 2008


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