Come ottenere la rivalutazione moneteria e gli interessi anatocistici nel processo tributario (con fac-simile)

la rivalutazione monetaria delle somme versate a titolo di imposta e di cui il contribuente ottiene pronuncia di rimborso rientra sotto la giurisdizione del giudice tributario (a disposizione anche un utile fac-simile)

Rivalutazione monetaria


         In forza del “principio della concentrazione” della tutela giurisdizionale, che caratterizza l’attuale sviluppo dell’ordinamento anche in materia tributaria, sussiste la giurisdizione del giudice tributario in ordine alla questione relativa alla rivalutazione monetaria delle somme versate a titolo di imposta e di cui il contribuente ottiene pronuncia di rimborso, in quanto consequenziale a una controversia tributaria (Sezioni unite della Cassazione sentenza n. 16871del 31 luglio 2007).


         Appartiene  alla giurisdizione esclusiva delle Commissioni tributarie non solo la cognizione dell’obbligazione principale e  di  quella  concernente  la  corresponsione degli interessi, anche anatocistici, ma altresì la cognizione della domanda diretta ad ottenere il risarcimento del  danno  da  svalutazione  monetaria sulla somma indebitamente versata e trattenuta (Cass. SS.UU. Sent.n. 14274 del 04/10/2002 ; Cass., SS.UU., Sent. n. 11483 del 21/12/1996; Cass. SS.UU.Sent. 8277 del 10/10/1994).


         L’Amministrazione che debba rimborsare somme riscosse a titolo di tributo è tenuta anche alla corresponsione degli interessi del danno da  svalutazione monetaria, ove il contribuente dimostri di averlo subito (Sent. n. 22204 del 29 settembre 2006 dep. il 16 ottobre 2006 della Corte Cass., Sez. tributaria).


 


         Il contribuente, che chieda la rivalutazione delle somme indebitamente versate e  non  tempestivamente  restituite,  deve fornire,  anche attraverso presunzioni, la prova che un rimborso tempestivo gli avrebbe consentito di  ridurre gli effetti depauperativi della svalutazione monetaria; non è quindi sufficiente che il creditore invochi, genericamente, la rivalutazione monetaria senza provare il danno da ritardo (Sent. n. 19400 del 5 maggio 2005 dep. il 5 ottobre 2005 della Corte Cass).


         Nelle obbligazioni pecuniarie, tra le quali rientrano anche i crediti di imposta, la svalutazione monetaria intervenuta durante la mora debendi non giustifica un risarcimento automatico, ma al creditore spetta l’onere di provare l’esistenza di un danno maggiore di quello risarcito mediante la corresponsione degli interessi. In particolare, a quelle peculiari obbligazioni pecuniarie costituite dai crediti di imposta sono inapplicabili le disposizioni di cui agli articoli 1224, comma 1, e 1284 del Codice civile, essendo la disciplina dei relativi interessi moratori regolata da norme speciali, giustificate dalla natura del credito.


         Di conseguenza, l’accertamento del danno da “svalutazione monetaria”, impone una più rigorosa valutazione della domanda risarcitoria proposta dal contribuente-creditore che ha l’onere di dimostrare che un pagamento tempestivo lo avrebbe messo in grado di evitare o ridurre gli effetti economici depauperativi che l’inflazione produce a carico di tutti i possessori di denaro.


         A tal fine, lo stesso creditore non può limitarsi ad addurre la propria qualità di imprenditore e a dedurre il fenomeno inflativo come fatto notorio, essendo egli tenuto, in base al generale criterio dell’onere della prova (articolo 2697 del Codice civile), a fornire indicazioni in ordine al danno da lui subito come effetto della indisponibilità del denaro determinata dall’inadempimento (quale, ad esempio, quello derivante da specifici investimenti programmati e non attuati), in modo da consentire al giudice di merito di verificare se lo stesso possa essersi verosimilmente prodotto, senza che l’allegata qualità si risolva in un meccanismo di automatica rivalutazione di crediti.(Sezioni unite della Cassazione sentenza n. 16871del 31 luglio 2007).



 


         In definitiva, secondo le Sezioni unite della Cassazione si può affermare che: 1) Nelle obbligazioni pecuniarie, tra le quali rientrano anche i crediti di imposta (restando  irrilevante  la  natura “pubblica” del debitore), la svalutazione monetaria intervenuta durante la mora debendi non giustifica un risarcimento automatico, ma al creditore spetta l’onere di allegare  (prima) e di provare (poi) l’esistenza di un danno maggiore di quello risarcito mediante la corresponsione degli interessi. A quelle peculiari obbligazioni pecuniarie costituite dai crediti di imposta, per altro, sono  inapplicabili le disposizioni di cui agli artt. 1224, comma 1, e 1284 del codice civile, essendo la disciplina dei relativi interessi moratori  regolata da norme speciali, giustificate dalla particolare natura del  credito,  qualità  dei soggetti e presupposti del rapporto – nel caso, dall’art. 44 del  D.P.R.  n. 602  del  1973,  applicabile  a  tutte  le  ipotesi  in  cui  siano   dovuti dall’Amministrazione finanziaria interessi  in dipendenza  di  un  rapporto giuridico tributario -, le quali, prevalendo in  ragione del principio di specialità sulla regola  civilistica,  l’assorbono  ed  integralmente la sostituiscono. Se ciò – in assenza di una specifica disposizione del tipo di quella prevista dall’art. 30, comma 4, del D.M. 19  aprile  2000,  n.  145, dettata per il capitolato generale d’appalto dei lavori pubblici – non porta ad escludere tout court che al ritardato rimborso di un credito di imposta possa conseguire il risarcimento (oltre che del  danno  forfettizzato  nella specifica misura degli interessi moratori, anche) del danno da “svalutazione monetaria”, impone per altro una  più  rigorosa  valutazione  della  domanda risarcitoria che fosse  proposta  dal contribuente-creditore. Appare cioè necessario che il creditore deduca e dimostri che un pagamento tempestivo lo avrebbe  messo  in  grado  di  evitare  o  ridurre  gli  effetti economici depauperativi che l’inflazione produce a carico di tutti  i  possessori  di denaro. Al  fine  di  tale  riconoscimento,  lo  stesso  creditore  non  può limitarsi ad allegare la propria qualità di imprenditore e a  dedurre  il fenomeno inflattivo come fatto notorio, essendo  egli  tenuto, in base al generale criterio dell’onere della prova (art. 2697 del  codice  civile),  a fornire indicazioni in ordine al danno da  lui  subito  come  effetto  della indisponibilità  del  denaro  determinata  dall’inadempimento (quale, ad esempio, quello  derivante  da  specifici  investimenti  programmati e non attuati), in modo da consentire al giudice di merito  di  verificare  se  lo stesso possa essersi verosimilmente prodotto, senza che la allegata  qualità si risolva in un meccanismo di automatica rivalutazione di crediti. È inammissibile la domanda di risarcimento danni da svalutazione per il ritardato rimborso di imposta che venga proposta come automatica conseguenza della mora debendi, senza  che  vengano  neppure  allegate  le  ragioni che giustificherebbero questo risarcimento. E tale  inammissibilità può essere rilevata anche dal giudice di cassazione quando si debba pronunciare  circa la questione relativa alla sussistenza (o meno)  della  giurisdizione  del giudice tributario in ordine a questa forma di risarcimento.


 


         L’appartenenza alla categoria dell’esercente attività d’impresa da parte  del  soggetto che formuli al giudice domanda di risarcimento del danno da  svalutazione monetaria non  costituisce  alcuna forma di implicita od  automatica  spettanza del risarcimento né integra esonero od inversione del principio  dell’onere della  prova.  Qualora si intenda ottenere il riconoscimento di  siffatto  danno  occorre  assolvere l’onus probandi allegando le circostanze    suffragate da documenti o presunzioni – giusta le quali sia possibile desumere l’incidenza  dei  costi riferibili al ricorso al  capitale  di  terzi  ovvero  la  correlazione  con l’utilità marginale netta quale conseguenza dell’inadempimento (Sent. n. 19499 del 10 giugno 2008 dep. il 16 luglio 2008 della Corte di Cass., SS.UU. Civ).


         In tema di contenzioso tributario, la svalutazione monetaria verificatasi durante la mora del debitore non giustifica il riconoscimento d’ufficio del maggior danno derivante dall’inadempimento, ai sensi dell’art. 1224, secondo comma, cod. civ. occorrendo a tal fine un’apposita domanda, la quale non può essere proposta per la prima volta in appello, stante il divieto di cui all’art. 345 cod. proc. civ. il quale è applicabile anche nel processo tributario, come si desumeva nel rito previgente dall’art. 19 bis del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 636, e come risulta espressamente dal vigente art. 57 del D.lg. 31 dicembre 1992, n. 546 (Sentenza Cassazione civile, sez. Tributaria, 11-05-2007, n. 10783 ).


 


Interessi anatocistici


 


         Per le obbligazioni dell’amministrazione finanziaria di rimborso di imposte il contribuente-creditore è tenuto ad indicare tutti gli elementi necessari alla liquidazione di essi, a cominciare dalla capitalizzazione del primo semestre di interessi maturati sul capitale e, soprattutto, è tenuto a formulare la richiesta nell’atto introduttivo del giudizio tributario (e non anche nella memoria illustrativa) avente ad oggetto il rimborso d’imposta, non potendosi gli interessi anatocistici considerare un accessorio del credito principale conseguente in via automatica all’accoglimento della domanda di rimborso o di quella degli interessi maturati dalla domanda già rivolta al fisco (Sentenza Cassazione civile, sez. Tributaria, 08-03-2006, n. 4935).


         Richiede  una specifica domanda, autonoma e distinta rispetto a quella volta ad ottenere il riconoscimento degli interessi principali, ed è inammissibile ove proposta per la prima volta in appello, l’attribuzione degli interessi anatocistici, non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la natura corrispettiva o moratoria degli interessi principali, in quanto l’art. 1283 cod. civ. si riferisce agli interessi di qualsiasi natura. (Sentenza Cassazione civile, sez. Tributaria, 11-05-2007, n. 10783 ). Gli interessi anatocistici sui rimborsi in materia tributaria sono dovuti solo  a  seguito  di  domanda  giudiziale  esplicita  e  chiara (art. 1283 del codice civile), la quale – nel processo  tributario    deve essere contenuta nel ricorso introduttivo, con il  quale  si  definisce  la materia del contendere, mentre non assume rilievo la domanda formulata  per la prima volta in appello, o in una memoria illustrativa (Sent. n. 4935 del 16 dicembre 2005 dep. l’8 marzo 2006  della Corte Cass., Sez. tributaria).


 


         L’attribuzione degli interessi sugli interessi scaduti, secondo la previsione di cui all’art. 1283 c.c. poi (Cass. trib. 8 marzo 2006 n. 4935; id. 3, 4 giugno 2001 n. 7507), postula anch’essa una specifica domanda del creditore, autonoma e distinta rispetto a quella rivolta al riconoscimento degli interessi principali, per cui, quando sia stata proposta in primo grado solo tale ultima domanda, la richiesta degli interessi anatocistici non può essere avanzata per la prima volta in appello, ostandovi il medesimo divieto di cui all’art. 345 c.p.c., dell’art. 57 cit., comma 1, perchè nuova rispetto a quella proposta per il solo riconoscimento degli interessi principali scaduti, a nulla rilevando (Cass., 3, 19 maggio 2004 n. 9474), ai fini dell’applicabilità di tale principio, la natura corrispettiva o moratoria degli interessi principali, atteso che la disposizione di cui all’art. 1283 cit. si riferisce agli interessi di qualsiasi natura: gli interessi in questione, pertanto, in difetto di apposita domanda, non possono essere riconosciuti d’ufficio dal giudice (Cass., 1, 20 giugno 2000 n. 8377).


         Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale il contribuente che chiede il rimborso del credito d’imposta può avere diritto a conseguire la condanna dell’Amministrazione finanziaria al pagamento degli interessi anatocistici, ma, ove tali interessi siano richiesti in sede di giudizio di ottemperanza, il giudice deve accertare se la relativa domanda abbia o meno formato oggetto del decisum in sede ordinaria, dovendosi, nel caso ciò non sia avvenuto, dichiarare inammissibile la domanda stessa se formulata ex novo nel giudizio di ottemperanza.( Corte di cassazione sentenza n. 11867 del 6 agosto 2003).


 


         La richiesta di interessi anatocistici va formulata nell’atto introduttivo del giudizio tributario avente ad oggetto il rimborso d’imposta, non potendosi essa conseguire automaticamente dall’accoglimento della domanda di rimborso (Cassazione civile Sentenza 08/03/2006, n. 4935). Nell’ambito del giudizio d’ottemperanza in sede tributaria non possono essere introdotte domande nuove (sentenza n. 22565/04 della Corte di Cassazione). E’ domanda nuova, e pertanto improponibile in tale sede processuale, quella con la quale si chiede il pagamento degli interessi anatocistici scaturenti dall’avvenuto riconoscimento del diritto al rimborso Le richieste di condanna dell’Amministrazione finanziaria al pagamento degli interessi anatocistici e del risarcimento danni per svalutazione monetaria non possono essere fatte, per la prima volta , in occasione del giudizio d’ottemperanza, di cui all’art. 70 D.lg. n. 546 del 31/12/1992. 0ccorre che nel giudizio di accertamento del rapporto sia stata avanzata una specifica domanda, autonoma e distinta da quella relativa agli interessi principali, essendo inammissibile la domanda di corresponsione degli interessi anatocistici proposti per la prima volta in sede di ottemperanza.


 


 


Novella normativa


 


         Giova ricordare che con il comma 50 dell’articolo 37 del decreto legge n. 223 del 4 luglio 2006, il legislatore ha pronunciato la parola “fine” in relazione alla vexata quaestio della debenza o meno degli interessi anatocistici sui crediti dei contribuenti nei confronti del Fisco. In applicazione della nuova norma, gli interessi maturati sui tributi sono dovuti nella misura fissa stabilita dalla singola legge d’imposta e non sono cumulabili con quelli anatocistici, di cui all’articolo 1283 del Codice civile, che ne consente la capitalizzazione. In mancanza di una disposizione di carattere transitorio, tale norma si rende applicabile a decorrere dalla data di pubblicazione del provvedimento normativo sulla gazzetta ufficiale della repubblica italiana n. 153 e cioè dalla data del 4 luglio 2006.


         Non appare giuridicamente fondata, quindi, la domanda del contribuente per il riconoscimento del diritto alla corresponsione degli interessi anatocistici  in relazione a quelli maturati  successivamente alla data di entrata in vigore di tale novella normativa. (Commissione Tributaria Provinciale di Roma sez. 27 sentenza n. 182 del 30 giugno 2008) Come evidenziato anche nella circolare dell’Agenzia delle entrate n. 28/E del 4 agosto 2006, in assenza di specifiche disposizioni, la norma “chiarificatrice” entra in vigore il 4 luglio 2006, applicandosi agli interessi che maturano da tale data.
In sostanza, per i crediti già esistenti alla data di entrata in vigore del decreto, dovrà applicarsi un doppio sistema per il calcolo degli interessi: fino al 4 luglio 2006 il credito tributario produce interessi anatocistici, successivamente smette di produrne.


 


Angelo Buscema


11 Novembre 2008


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ALLEGATI


 


(1) COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE DI …..



RICORSO 


Per: la Soc.


nel giudizio contro: Agenzia delle Entrate – Ufficio  di    nella  persona  del Direttore rappresentante pro-tempore


 


La Soc. …, con sede in…  (Cod.  fisc.  …), nella persona del proprio rappresentante legale sig. …, difesa per delega a margine del presente atto dall’Avv./Dott./Rag. … ed elettivamente domiciliata presso il suo studio in …, C.A.P. …, via … n. …,


 


RICORRE


 


    avverso l’atto di diniego al rimborso ..  n.    emesso  dall’Agenzia delle Entrate – Ufficio di …, notificato il …, per i  seguenti  motivi, salvo altri ai sensi del comma 2 dell’art. 24, D.Lgs. n. 546/1992.


 


IN FATTO


 


    Con provvedimento di diniego  n. …, notificato il …  l’Ufficio  … respingeva  l’istanza di rimborso ………, affermando che … (illustrare i fatti salienti della controversia, utili ad introdurre e  fondare  le  successive doglianze in diritto)


 


IN DIRITTO


 


    Il provvedimento di diniego n.  ……….. .                è  illegittimo  per  i seguenti motivi (illustrare progressivamente i motivi di impugnazione allegando in riferimento alla richiesta di rivalutazione monetaria le circostanze –  suffragate da documenti o presunzioni – giusta le quali sia possibile desumere l’incidenza dei costi riferibili al ricorso al capitale di  terzi  ovvero la correlazione con l’utilità marginale netta quale conseguenza dell’inadempimento dell’ufficio al rimborso):


    1) …


    2) …


    Per i  sopra  indicati  motivi  la  società,  tramite  il  sottoscritto difensore,


 


CHIEDE


 


   che codesta On.le  Commissione  tributaria  provinciale  di  …,  in accoglimento  del  presente ricorso,  dichiari la illegittimità del provvedimento impugnato, con  vittoria  delle  spese di giudizio condannando l’ufficio al rimborso comprensivo della svalutazione monetaria e degli interessi anche anatocistici maturati quest’ultimi  fino  al 4 luglio 2006)


  Si deposita:


   1)  originale  del ricorso (ovvero  copia  del   ricorso consegnato all’Ufficio  periferico  dell’Agenzia  delle  Entrate,  con   ricevuta   di deposito, ovvero copia del ricorso spedito a  mezzo  servizio  postale  con fotocopia della ricevuta della spedizione per raccomandata  con  avviso  di ricevimento);


    2) copia dell’atto di diniego impugnato;


    3) procura speciale per atto notar …, del  …,  Rep. n. …  (se  la delega non è a margine o in calce al ricorso);


    4) altri eventuali documenti con cui si fornisce,  anche attraverso presunzioni, la prova che un  rimborso tempestivo gli avrebbe consentito  di  ridurre  gli  effetti depauperativi della svalutazione monetaria(specifici investimenti programmati e non attuati).


    Luogo e data


 


    Attestazione di conformità della copia del ricorso


    (da apporre sulla copia del ricorso prima del deposito presso la Segreteria della Commissione tributaria provinciale)


 


(2)


Sent. n. 19499 del 10 giugno 2008 (dep. il 16 luglio 2008) della Corte di Cass., SS.UU. Civ..


 


Svolgimento del processo – 1. Varie società editrici si  opposero,  con atti distinti, a diversi decreti ingiuntivi emessi nei  loro confronti dal pretore di Roma su istanza dell’Inpgi – “G.A.” per il pagamento di somme dovute per omesso versamento di contributi assicurativi e relative  sanzioni civili relativamente a periodi compresi tra il 1980 ed  il  1986.  Dedussero che, a seguito della fiscalizzazione di cui alla L. n. 782 del 1980, art.  1 le somme non erano dovute e, in subordine, che l’Inps-Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, che chiamarono in giudizio  unitamente  al  ministero del tesoro, era tenuto a restituire quanto percepito in eccesso.


    Con sentenza 15496  del  1996  il  pretore  respinse  le  opposizioni  e condannò l’Inps a tenere indenni le società opponenti  di  quanto  avrebbero dovuto pagare all’Inpgi in base ai decreti ingiuntivi.


    Decidendo con sentenza n. 14271 del 2003 sugli appelli  proposti  ed  in parziale accoglimento dell’appello incidentale condizionato  proposto  dalla R.C.S. E. s.p.a. (anche quale incorporante di R.C.S. E.Q. s.p.a.) la sezione lavoro del tribunale di Roma  ha,  per  quanto  in  questa  sede  interessa, condannato l’Inps alla restituzione  dei  contributi  indebitamenti  versati dalla predetta società per l’ammontare di Euro 110.982,29, “oltre  interessi legali e rivalutazione monetaria, secondo gli indici  ISTAT  dei  prezzi  al consumo, dalla data di notificazione all’Inps dei ricorsi in opposizione  ai decreti di ingiunzione fino al soddisfo”.


    Ha ritenuto il tribunale che,  secondo  quanto  affermato  da  Cass.  n. 6420/2001, ai fini  del  risarcimento  del  maggior  danno  da  svalutazione monetaria ex art. 1224 c.c., comma 2, la semplice  qualità  di  imprenditore del creditore rileva come elemento presuntivo idoneo a far ritenere  che  la somma,   se   restituita   tempestivamente,   sarebbe   stata    reinvestita nell’attività produttiva, con  conseguente  neutralizzazione  degli  effetti della svalutazione monetaria.


    2. Avverso la  sentenza  ha  proposto  ricorso  per  cassazione  l’Inps, affidandosi ad un unico  motivo,  col  quale  denuncia  violazione  e  falsa applicazione degli artt. 1224 e 2697 cod. civ. e vizio  di  motivazione  per essere stato il maggior danno  da  svalutazione  monetaria  riconosciuto  in contrasto col principio enunciato da Cass. nn. 9910/03 e 14970/02; principio secondo il quale, a tale fine, il creditore non può limitarsi ad allegare la propria qualità di imprenditore, essendo invece tenuto, in base al  generale principio dell’onere della prova, a fornire indicazioni in ordine  al  danno subito   per   effetto   dell’indisponibilità   del    denaro    determinata dall’inadempimento  (quale,  ad  esempio,  quello  derivante  da   specifici investimenti programmati e non attuati), giacché altrimenti si darebbe luogo ad un meccanismo di automatica rivalutazione dei crediti, analogo  a  quello previsto per i lavoratori subordinati dall’art. 429 cod. proc. civ..


    Ha resistito con contro ricorso la R.Q. s.p.a. (nuova denominazione della RCS Editori s.p.a.), che ha depositato anche memoria illustrativa.


    3. L‘esame del ricorso è stato rimesso dal  primo  presidente  a  queste sezioni unite a seguito di ordinanza interlocutoria della sezione lavoro n. 2990 del 19.12.2006, depositata il 12.2.2007, per il ravvisato contrasto  di giurisprudenza in ordine alla sufficienza della qualità di imprenditore  del creditore ai fini della presumibilità di impieghi antinflattivi della  somma non tempestivamente versata dal debitore.


    Con la predetta ordinanza la sezione lavoro, premesso  che  il  caso  di specie concerne sicuramente un credito pecuniario ordinario, rileva  che  si sono  formati  diversi   orientamenti   giurisprudenziali,   sostanzialmente riducibili a due, sull’applicazione dei principi enunciati dalla  innovativa sentenza delle sezioni unite n. 3776/1979 in ordine alla  prova  che,  nelle obbligazioni pecuniarie, il  creditore  appartenente  alla  categoria  degli imprenditori deve offrire perché  possa  essergli  riconosciuto  il  maggior danno da  svalutazione  monetaria,  rispetto  a  quello  già  coperto  dagli interessi legali:


    – secondo un primo orientamento, è sufficiente  dedurre  la  qualità  di imprenditore per ritenere provato, per effetto di presunzione collegata alla qualità professionale, il maggior danno in questione (vengono citate: Cass., s.u. n. 2318/83, sez. 1 n. 1403/98, sez. 1 n. 5732/99,  sez.  2  n.  409/00, sez. 2 n. 1770/01, sez. lav. n. 6420/01, sez. lav. n. 10304/02, sez. lav. n. 2113/03, sez. 3 n. 58/04, sez. 3 n. 13829/04, sez. 3 n. 14767/04, sez. 3  n. 20807/04, sez. 1 n. 4885/06, sez. 2 n. 5860/06);


    – secondo un diverso orientamento, invece, il pur legittimo  ricorso  al notorio ed a presunzioni non può prescindere dall’assolvimento, da parte del creditore, ancorché appartenente ad una  categoria  soggettiva  come

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