I poteri del Garante del contribuente in tema di autotutela


         Secondo un recente intervento di un giudice tributario di merito tributario (Sent. n. 146 del 16 settembre 2008 dep. il 17 settembre 2008 della Comm. trib. prov. di Reggio nell’Emilia) “il vigente ordinamento giuridico non prevede   espressamente l’obbligo dell’Amministrazione Finanziaria o dei concessionari   della riscossione di emanare il provvedimento di autotutela, richiesto dal Garante del Contribuente…o di adeguarsi alle decisioni assunte dal Garante del Contribuente, per cui  gli  atti  del  Garante  del Contribuente  non  sono vincolanti e perciò non producono nemmeno effetti lesivi, ma  costituiscono soltanto atti di sollecito, dai quali tutt’al più può derivare  soltanto un obbligo di rispondere all’istanza di autotutela e/o riesaminare  la  pratica presentata dal  contribuente” .


         Orbene, il Garante del contribuente è un istituto contemplato e regolato dall’articolo 13 della legge 27 luglio 2000, n. 212, recante “Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente”. E’ un organo collegiale le cui funzioni, poteri, competenza territoriale e costituzione trovano una compiuta disciplina in detto articolo.


         “Presso ogni direzione regionale delle entrate e direzione delle entrate delle Province autonome” è stato istituito il Garante del contribuente (art. 13 L. 27/7/2000 n. 212 “Disposizioni in materia di Statuto dei diritti del contribuente”).


 


         A norma dell’art. 13 co. 6, il Garante del contribuente “anche sulla base di segnalazioni inoltrate per iscritto dal contribuente o da qualsiasi altro soggetto interessato che lamenti disfunzioni, irregolarità, scorrettezze, prassi amministrative anomale o irragionevoli o qualunque altro comportamento suscettibile di incrinare il rapporto di fiducia tra cittadini e amministrazione finanziaria, rivolge richieste di documenti o chiarimenti agli uffici competenti i quali rispondono entro trenta giorni ed attiva le procedure di autotutela nei confronti di atti amministrativi di accertamento o di riscossione notificati al contribuente”.


         Il Garante interviene su sollecitazione di un contribuente o di un qualsiasi interessato che “lamenti disfunzioni, irregolarità, scorrettezze, prassi amministrative anomale o irragionevoli o qualunque altro comportamento suscettibile di incrinare il rapporto di fiducia tra cittadini e amministrazione finanziaria“.


         Il Garante, rivolge richieste di documenti o chiarimenti; attiva le procedure di autotutela nei confronti di atti amministrativi di accertamento o di riscossione notificati al contribuente; rivolge raccomandazioni  per migliorare i servizi.


         L’organo competente ad esercitare il potere d’autotutela è l’ufficio che ha emanato l’atto illegittimo o infondato.


         Il Garante può attivare le procedure di autotutela ma non può emettere atti d’autotutela in sostituzione dell’ente; in buona sostanza, il tenore letterale dell’articolo 13, comma 6, della legge n. 212/2000 non giustifica un potere sostitutivo o concorrente del garante in tema di autotutela (in claris non fit interpretatio).


              Gli atti assunti dal Garante del Contribuente, ai sensi dell’art. 13, comma 6, legge n. 212/2000 recante lo Statuto dei diritti del contribuente, costituiscono atti di sollecito, dai quali può solo derivare un obbligo da parte dell’Amministrazione finanziaria di rispondere all’istanza di autotutela e/o di riesaminare la pratica, presentata dal contribuente; il vigente ordinamento giuridico, infatti, non prevede espressamente nessun obbligo dei concessionari della riscossione di adeguarsi alle sue decisioni (TAR Basilicata, Sentenza 12/07/2007, n. 498).    


         I poteri assegnati al garante si fermano al mero richiamo, alle segnalazioni o raccomandazioni prive del potere di incidere direttamente sulla validità ed efficacia degli atti impositivi infondati o illegittimi. Il garante può solo stimolare o incentivare il ripensamento dell’ente ma non può, de iure condito, sostituirsi all’ufficio  legittimato all’autotutela; l’azione del garante si riduce a un richiamo comportamentale per l’ente e non può sfociare in atti di intervento sull’efficacia o validità degli atti impositivi. Dall’esercizio delle funzioni del Garante non consegue per l’ufficio  il dovere di annullare o ridurre la pretesa tributaria. In realtà, si tratta di un potere meramente sollecitatorio.


         Il Garante del contribuente non ha alcun potere decisorio se non quello di segnalare o sensibilizzare l’ufficio  a rispettare le norme consacrate nel citato Statuto.


 


         I poteri del garante non sono molti incisivi ovvero non forniscono adeguata tutela al contribuente. Tutte le attribuzioni, non di portata generale ma espressamente limitate nella casistica e nel novero, spettanti al Garante non hanno incisivi risvolti sostanziali per il contribuente; in particolare, i richiami del Garante all’ufficio, in effetti, sono privi di reale valore coercitivo o repressivo.


         Il garante è privo del potere di sanzionare autonomamente eventuali comportamenti difformi dalle regole dello statuto Il Garante non può sindacare l’esercizio, da parte dell’ufficio del diritto di proporre impugnazione avverso una sentenza ad esso sfavorevole.


         I veri garanti del contribuente rimangono, pertanto, l’ufficio, che deve provvedere in autotutela per rimediare ai propri errori, e la Commissione tributaria, che può essere invocata per supplire al diniego di autotutela e non al mancato esercizio dell’autotutela da parte dell’ente (1).


         In definitiva, il tentativo di riequilibrare il rapporto tra fisco e contribuente trova nella figura del Garante del contribuente un’arma scarica.


         In sostanza, può ritenersi che la funzione di controllo, che oggettivamente emerge dall’art. 13, costituisca un’arma “spuntata” (2) che non va al di là di meri inviti alle parti del rapporto giuridico d’imposta e, soprattutto, all’Amministrazione nelle sue singole componenti (in tal senso, Saverio Capolupo, Autotutela e Statuto del contribuente in “il fisco” n. 8 del 26 febbraio 2007, pag. 1067)


         La mancanza di uno specifico potere di sostituzione o di annullamento porta a ribadire che la segnalazione operata dal Garante debba essere qualificata come un invito a provvedere privo di conseguenze giuridiche dirette in caso di mancato adempimento (In tal senso, Saverio Capolupo Garante del contribuente ed atti degli enti locali in “il fisco” n. 23 del 6 giugno 2005, pag. 3467).


 


         Si dovrebbe prevedere, de iure condendo, la possibilità che il Garante, dopo un diniego dell’ufficio, se ritiene che l’atto va eliminato, emani un provvedimento di autotutela, impugnabile davanti alla Commissione tributaria da parte dell’ufficio che non sia d’accordo con la soluzione adottata. In questo modo, diventa prevalente il principio di legalità su tutto il resto e la tutela della legalità è affidata al Garante, quale Organo che opera in piena autonomia e super partic. E’ chiaro che all’Amministrazione dovrà essere riconosciuto il diritto ad impugnare il provvedimento del Garante, in sede giurisdizionale, davanti alla Commissione tributaria perché il principio della possibilità di un controllo deve essere sempre garantito (In tal senso Giuseppe Falcone, Realtà e prospettive del Garante del contribuente in “il fisco” n. 15 del 10 aprile 2006, pag. 2210).


 


Mariagabriella Corbì


28 Ottobre 2008


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NOTE


 


1) Le Sezioni Unite con la sentenza n. 7388 del 27 marzo 2007 e con la sentenza 16776/05, hanno ritenuto che “l’attribuzione al giudice tributario, da parte dell’art. 12, secondo comma, della legge n. 448 del 2001, di tutte le controversie in materia di tributi di qualunque genere e specie comporta che anche quelle relative agli atti di esercizio dell’autotutela tributaria, in quanto comunque incidenti sul rapporto obbligatorio tributario, devono ritenersi devoluti al giudice la cui giurisdizione è radicata in base alla materia (in precedenza su alcuni tributi, attualmente su qualunque tributo), indipendentemente dalla specie di atto impugnato. Nel giudizio instaurato contro il mero, ed esplicito, rifiuto di esercizio dell’autotutela può esercitarsi un sindacato — nelle forme ammesse sugli atti discrezionali — soltanto sulla legittimità del rifiuto, e non sulla fondatezza della pretesa tributaria, sindacato che costituirebbe un’indebita sostituzione del giudice nell’attività amministrativa. Ove l’atto di rifiuto dell’annullamento d’ufficio contenga una conferma della fondatezza della pretesa tributaria, e tale fondatezza sia esclusa dal giudice, l’Amministrazione finanziaria dovrà adeguarsi a tale pronuncia. In difetto potrà essere esperito il rimedio del ricorso in ottemperanza di cui all’art. 70 del D.L.vo n. 546 del 2992, con l’avvertenza che tale norma, a differenza di quanto previsto per l’analogo rimedia dinanzi ai giudice amministrativo ex art. 27, n. 4, dei t.u. sul Consiglio di Stato (r.d. 26 giugno 1924, ti. 1054), non attribuisce alle commissioni tributarie una giurisdizione estesa al merito. Il carattere discrezionale del ricorso all’autoutela comporta, altresì, 1’inapplicabilità dell’istituto del silenzio – rifiuto, non esistendo alcuna una previsione normativa specifica in materia.


La Commissione Tributaria provinciale di Brindisi, sez. I, con sentenza n. 40 del 18 marzo 2008, n. 40 ha statuito che il silenzio-rifiuto in tema di autotutela tributaria non rientra tra gli atti impugnabili, tassativamente indicati nell’art. 19 del D.Leg.vo n. 546/92


In particolare, l’iter logico giuridico adottato da tale pronuncia può essere così puntualizzato:


in ordine alla questione giurisdizionale attinente al rifiuto espresso o tacito della Amministrazione a procedere ad autotutela, le Sezioni Unite della Cessazione si sono pronunciate la prima volta con sentenza 10.08.2005, n. 16776, affermando che nella materia sussiste la giurisdizione del giudice tributario. Con la stessa sentenza le Sezioni Unite hanno pure precisato che “altra e diversa questione, di competenza appunto del giudice tributario, è stabilire se quel rifiuto sia o meno impugnabile”. Con altra successiva e più recente sentenza, n. 7388 del 27.03.2007, le Sezioni Unite della Cassazione nel ribadire la giurisdizione tributaria, in ordine al rifiuto dell’Amministrazione a procedere ad autotutela, in riferimento specifico, alla impugnabilità o meno di detto rifiuto, hanno fatto un distinguo tra il rifiuto espresso e il silenzio – rifiuto, affermando, l’ammissibilità del ricorso contro il primo e negandola contro il secondo.


A tale riguardo, con quest’ultima pronuncia, così si sono espresse le Sezioni Unite: “Nel giudizio instaurato contro il mero esercizio dell’autotutela può esercitarsi un sindacato – nelle forme ammesse sugli atti discrezionali – soltanto sulla legittimità del rifiuto, e non sulla fondatezza della pretesa tributaria, sindacato che costituirebbe un’indebita sostituzione del giudice nell’attività amministrativa. Ove l’atto di rifiuto dell’annullamento d’ufficio contenga una conferma della fondatezza della pretesa tributaria, e tale fondatezza sia esclusa dal giudice, l’Amministrazione finanziaria dovrà adeguarsi a tale pronuncia. In difetto, potrà essere esperito il rimedio del ricorso in ottemperanza di cui all’art. 70 del D. Leg.vo n. 546 del 1992…


Il carattere discrezionale del ricorso all’autotutela comporta, altresì, l’inapplicabilità dell’istituto del silenzio – rifiuto, non essendo, all’epoca dell’atto impugnato, alcuna previsione normativa specifica in materia”.


Se è vero, così come è stato ormai riconosciuto, che l’atto di diniego espresso ad esercitare l’autotutela possa ritenersi impugnabile e quindi farsi rientrare tra gli atti di cui all’art. 19 del D.  Leg.vo n. 546 del 1992, per il carattere esclusivo della giurisdizione tributaria, la stessa cosa può dirsi per il silenzio – rifiuto. Infatti, la volontà dell’Amministrazione a non esercitare l’invocata autotutela è manifestata mediante un atto amministrativo necessariamente motivato, che, pur avendo il carattere della discrezionalità, può sempre essere sindacato dal giudice sotto il profilo della legittimità. La stessa cosa non può dirsi per il silenzio – rifiuto, in mancanza di una volontà espressa dell’amministrazione finanziaria. Peraltro, il rifiuto – tacito rientra, tra gli atti impugnabili, previsti dall’art. 19 del D. Leg.vo n. 546/92, solo in riferimento ad un’istanza di restituzione di tributi, sanzioni pecuniarie, interessi ed altri accessori non dovuti. Né potrebbe sostenersi che la mancata previsione normativa dell’impugnabilità del silenzio – rifiuto ad esercitare l’autotutela costituisce una lacuna di tutela giurisdizionale. E ciò per un duplice ordine di motivi. In primo luogo perché, in virtù della disciplina contenuta nell’art. 2-quater del D.L. 30.09.1994, n. 546, convertito con modificazioni nella Legge 30.11.1994, n. 656, e nel regolamento di esecuzione, approvato con D.M. 11.02.1997, n. 37, l‘Amministrazione finanziaria può procedere all’annullamento d’ufficio o alla revoca dei propri atti soltanto per il perseguimento di interessi pubblici e non a tutela di specifici interessi di parte. In secondo luogo perché l’impugnabilità del silenzio – rifiuto, nell’ambito dell’ordinamento tributario è stata prevista, con carattere eccezionale, solo nell’ipotesi innanzi indicata (silenzio – rifiuto al rimborso di tributi ed accessori). Ne deriva che non sembra essere consentito all’interprete estendere l’impugnabilità del silenzio – rifiuto anche alla fattispecie in esame, peraltro del tutto diversa da quella normativamente prevista.


 


2) Il Garante del contribuente può ingerirsi nei rapporti giuridici d’imposta per sollecitare la correzione da parte degli uffici di errate interpretazioni, oltre che di scorrette applicazioni, delle norme giuridiche.  E poiché l’Amministrazione può sicuramente procedere ad annullamenti d’ufficio in pendenza del giudizio avanti le Commissioni tributarie non sembra da condividere l’opinione che il Garante debba astenersi dal trattare questioni che sono state o possono essere sottoposte al giudizio delle Commissioni (come stabilisce il regolamento adottato dal Garante per il Piemonte). Insomma, la funzione attribuita al Garante di promuovere le procedure di autotutela fa rientrare nella sua competenza, e non solo quando esercita questa funzione, la tutela di tutti gli interessi del contribuente, che abbiano la consistenza sia di interessi semplici sia di interessi legittimi (se li si può ravvisare nell’ambito dei procedimenti istruttori o prodromici) sia di diritti soggettivi, comprese le situazioni giuridiche tutelabili in via giurisdizionale, ma con particolare riguardo per quelle che non lo sono. Fra queste ultime si annoverano non soltanto gli interessi semplici ma anche gli interessi legittimi (essendo sottratti all’impugnazione gli atti istruttori e prodromici dall’art. 19 del D.lg. n. 546/1992) e i diritti soggettivi quando si  sia  perduto  il  potere  di agire in giudizio, come nel caso in cui l’Amministrazione finanziaria, dopo avere portato per le lunghe un rimborso dovuto magari in esecuzione  di  un giudicato, oppone al contribuente creditore la  prescrizione  decennale  in violazione del dovere, sancito esplicitamente dall’art.  10,  comma  1,  ed implicitamente nell’art. 6, comma 2, dello Statuto, di tenere nei confronti del contribuente una condotta ispirata ai principi della  collaborazione  e della buona fede (in tal senso, Emilio Rosini, Il Garante del contribuente: struttura, competenze, funzioni in “Rassegna tributaria” n. 1 di gennaio-febbraio 2004, pag. 42).


 


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ALLEGATI


 


1)


AL GARANTE DEL CONTRIBUENTE


………………………….


OGGETTO: SEGNALAZIONE EX ARTICOLO 13 DELLA LEGGE N. 212/2000


IL SOTTOSCRITTO …………………….. (C.F. …………………………)


NATO A ………………………………….. IL ……………………


E RESIDENTE IN …………………………..


ALLA VIA…………………………………. CAP ……………………..


PREMESSO CHE


(SPECIFICARE IN FATTO LE DISFUNZIONI, IRREGOLARITÀ, SCORRETTEZZE,


PRASSI AMMINISTRATIVA ANOMALE O IRRAGIONEVOLI CHE INCRINANO IL


RAPPORTO DI FIDUCIA TRA CONTRIBUENTE E FISCO)


FA ISTANZA


A COD. ORGANISMO AFFINCHÉ ATTIVI LE PROCEDURE PREVISTE DALL’ARTICOLO 13 DELLA LEGGE N. 212/2000.


SI RESTA IN ATTESA DI UN RISCONTRO.


                                                                           FIRMA DEL CONTRIBUENTE


 


2)


Sent. n. 146 del 16 settembre 2008 (dep. il 17 settembre 2008) della Comm. trib. prov. di  Reggio  nell’Emilia    


 


 


Fatto – La sig.ra Fa.Ed. ed il coniuge Ma.En. gravano il rigetto, emesso dall’Agenzia delle Entrate, Ufficio di  Reggio  Emilia,  dell’istanza  di sospensione ed annullamento in via di autotutela, presentata dai Ricorrenti in data 16/01/2008, di due cartelle di pagamento e  dei relativi atti esecutivi, notificate in data 4 luglio 2002, portanti l’iscrizione a  ruolo di irpef, ilor interessi e relative sanzioni le stesse sono  la conseguenza ultima, di un iter processuale iniziato con la notifica  ai  Ricorrenti,  in data 23/12/1992, di un avviso di accertamento per l’anno d’imposta 1985, la cui legittimità era stata confermata da una decisione della Commissione Tributaria di 1° grado di Reggio Emilia (n. 150 del 13/06/1995), a sua volta confermata da una sentenza della Commissione   Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna (n. 72 del 25/03/1999), passata in giudicato per mancato ricorso per Cassazione; si dolgono i Ricorrenti dell’illegittimità dell’impugnato rigetto in quanto le suddette cartelle sarebbero nulle quale conseguenza della nullità dell’avviso di accertamento di cui sopra, per  i motivi già dedotti nei vari gradi del contenzioso e condivisi da ultimo, dalla risoluzione n. 955 del 20 novembre 2007 del Garante del Contribuente per l’Emilia Romagna che ha accolto l’esposto presentato, ai sensi dell’art. 13, commi 6 e 7, L. 212/2000, dai Ricorrenti e che ha conseguentemente, raccomandato” all’Agenzia delle Entrate di annullare in via di autotutela, i contestati accertamenti, con conseguente sgravio del  carico  iscritto a ruolo….”; resiste l’Agenzia eccependo: in via preliminare, l’insindacabilità, in sede di contenzioso tributario, del mancato esercizio del potere di autotutela da parte dell’Amministrazione Finanziaria (cita a conforto Cass. n. 13412/2000) e, comunque, nel caso se ne  ammettesse  la sindacabilità, la irrimediabile tardività  e, dunque, inammissibilità del presente ricorso, posto che i Ricorrenti avevano già presentato altre  due istanze di autotutela, in data 15/01/2003 e 9/11/2005 alle quali l’Agenzia aveva risposto negativamente rifiuto non impugnato in ambedue i casi e che, pertanto, si era reso definitivo -, nel merito, la  pretestuosità delle doglianze dei Ricorrenti avanzate in sede di esposto al  Garante,  e  qui richiamate, posto che, non solo, le sentenze di cui  sopra,  tutte,  avevano confermato la  legittimità dell’operato dell’allora Ufficio Distrettuale II.DD. ma altre due sentenze della  Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia, 38/6/03 e 39/6/03, non impugnate e dunque anche loro passate in  giudicato avevano statuito la legittimità delle suddette cartelle esattoriali; Ricorrenti presentano memoria in cui richiamano e  ampliano  le argomentazioni di cui al ricorso introduttivo; in sede dibattimentale le parti si rimettono alle loro deduzioni scritte ed alle loro conclusioni come da verbale d’udienza.


 


    Motivi In via preliminare va  affrontato  il  problema  della  dedotta carenza  di  giurisdizione  di  questo  Giudice  in  ordine  al  rifiuto  di autotutela da parte dell’Agenzia invero con ben due pronunce a sezioni unite (n. 16776/2005 e  7388/2007) la Corte di Cassazione ha statuito la sussistenza della giurisdizione delle Commissioni Tributarie in ordine ai ricorsi avverso il richiamato rifiuto (rigetto di  istanza) di  autotutela; autorevolissimo indirizzo interpretativo da  cui  non  vi è motivo di discostarsi in questa sede. Va però subito  evidenziato come, nella prima delle richiamate pronunce, la Suprema  Corte, a chiarimento del  proprio pensiero, abbia avuto modo di sottolineare che: “Altra e diversa  questione, di competenza appunto del giudice tributario, è stabilire se quel  rifiuto sia o meno impugnabile, così come valutare se con l’istanza di autotutela il contribuente chieda l’annullamento dell’atto impositivo per  vizi originari di tale atto…o per eventi sopravvenuti…” sottolineatura ripresa poi in Cass. n. 3608/2006, in cui viene detto che: “Per una corretta valutazione di questi motivi occorre premettere che nel caso di specie con la istanza di autotutela il  contribuente non ha chiesto l’annullamento dell’atto impositivo per vizi originari  di  tale  atto;  ha  invece  invocato  eventi sopravvenuti (il condono, la modifica del sistema sanzionatorio)…Infatti parte contribuente non ha impugnato gli  avvisi  di  accertamento…; ha impugnato invece gli atti con cui venivano respinte istanze fondate su nuovi fatti produttivi di effetti giuridici in cui si invocava  l’applicazione di leggi successive, in particolare la legge sul condono”. Venendo ora al  caso di specie ed applicando  allo  stresso i suddetti  principii di diritto, l’indagine che questo Giudice deve svolgere è se nel caso di specie sia rinvenibilequell'”evento sopravvenuto” che possa supportare l’istanza per autotutela e, dunque, renda impugnabile il susseguente  rigetto  e  se,  nel caso la risposta alla prima domanda fosse positiva, l’Agenzia, nel rigettare l’istanza di autotutela, abbia legittimamente operato; pregiudizialmente  va però affrontato   il problema, adombrato dai Ricorrenti in sede dibattimentale, se comunque, esista un obbligo per  l’Agenzia  di  adeguarsi alla Risoluzione del Garante: la  risposta non può che essere  negativa: “Infatti,  il  vigente ordinamento  giuridico  non  prevede espressamente l’obbligo dell’Amministrazione Finanziaria o dei   concessionari della riscossione di emanare il provvedimento di autotutela, richiesto dal Garante del Contribuente… o di adeguarsi alle decisioni assunte  dal  Garante del Contribuente, per cui gli atti del Garante del  Contribuente  non sono vincolanti e perciò non producono nemmeno effetti lesivi, ma  costituiscono soltanto atti di sollecito, dai quali tutt’al più può derivare  soltanto  un obbligo di rispondere all’istanza di autotutela e/o riesaminare la pratica presentata dal  contribuente” (cfr. TAR Basilicata sent. n.  498/2007); tornando ora all’indagine cui si accennava prima va detto che  i  Ricorrenti supportano l’istanza e, poi, il ricorso unicamente con riferimento  a  motivi che potevano essere già dedotti, ed infatti lo erano  già  stati,  nei  vari gradi del contenzioso invero, sì, condivisi dalla richiamata Risoluzione del Garante, ma senza evidenziare alcun nuovo atto  o  fatto,  in  altre  parole alcun “evento sopravvenuto”, che tale non può essere qualificata di  per  sé la suddetta Risoluzione, che non potesse essere già dedotto  nel corso del richiamato iter contenzioso; la carenza di alcun “evento  sopravvenuto” nell’istanza di autotutela presentata all’Agenzia resistente, rende atto non impugnabile il rigetto della stessa ai sensi del dettato dell’art. 19, c. 3, dlgs 546/92 secondo cui  ogni  atto  autonomamente  impugnabile  può essere impugnato solo per vizi suoi propri: invero l’atto di rigetto  dell’istanza avrebbe potuto essere considerato atto, autonomamente, impugnabile solo  se, avverso lo  stesso, fossero stati dedotti vizi suoi propri, cosa non avvenuta, posto che i Ricorrenti supportano il ricorso solo con  motivi che sono stati già dedotti nel richiamato iter contenzioso instauratosi avverso l’avviso di accertamento senza dedurre alcun vizio suo proprio dell’atto impugnato, quale avrebbe potuto essere, appunto, il mancato esame da parte dell’Agenzia, nell’atto di rigetto, di un “evento sopravvenuto”; non essendo stato dedotto alcun vizio suo proprio  l’atto  di  rigetto  impugnato  è  da ritenersi atto non impugnabile.


    A tutto ciò consegue il rigetto del ricorso la sostanziale novità  della materia del contendere ed, in particolare, dei principi di diritto applicati rende equa la compensazione delle spese di giudizio.


 


    P.Q.M.    La  Commissione  respinge  il  ricorso;  spese  di   giudizio compensate.


 


 


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