GLI STUDI DI SETTORE E IL CONTRIBUENTE


Premessa


Riprendiamo, a distanza di qualche tempo, l’illustrazione delle sentenze relative agli studi di settore, nella misura in cui esse costituiscano una interessante base per supportare i ricorsi tributari.


Si precisa che questi riferimenti giurisprudenziali possono essere utilizzati anche da tutti coloro che vogliono ricorrere anche contro gli accertamenti basati sui parametri.


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Gli studi di settore e il principio di capacità contributiva


Il principio di capacità contributiva osta a qualsiasi meccanismo di integrale determinazione automatica del reddito. Gli indici statistici derivanti dagli studi di settore sono insuscettibili di fondare in via esclusiva la rettifica del reddito imponibile dichiarato dal contribuente avendo natura di indizi ai quali l’Amministrazione finanziaria ha l’onere di coniugare elementi tratti dalla propria autonoma attività istruttoria onde elevarli al rango di presunzioni purché concorrano i caratteri della gravità, precisione e concordanza. Conseguentemente, qualora il contribuente abbia dimostrato che lo scostamento da siffatti indici sia dovuto alla crisi economica del luogo nel quale si svolge l’attività d’impresa, da un lato, conferma la natura indiziaria degli studi di settore e, dall’altro, attesta l’illegittimità della ripresa erariale.


(Commissione tributaria regionale di Palermo, sentenza n. 57/ XIX/2008)


 


L’importanza del contraddittorio


L’avviso di accertamento, fondato sugli studi di settore, deve essere obbligatoriamente preceduto da un invito al contribuente a spiegare perché il reddito da lui dichiarato si discosti dai parametri medi di riferimento: ove il contribuente fornisca delle spiegazioni ed esse siano disattese, è necessario che l’Amministrazione spieghi perché ha ritenuto non adeguate le argomentazioni del contribuente. Nel caso di specie il contribuente aveva addotto la crisi che  aveva  investito il settore del commercio al minuto di stoffe per abbigliamento, e nell’avviso di accertamento la Amministrazione, dopo aver dichiarato di accogliere “le motivazioni presentate dal contribuente”, aveva però proceduto all’accertamento secondo gli studi di settore.


(Commissione tributaria provinciale di Bologna, sentenza n. 77/ XII/2008)


 


Rapporto tra parametri e studi di settore


Non è censurabile in sede di legittimità l’utilizzo degli studi di settore, quale metodo maggiormente affinato, in luogo dello strumento dei parametri effettuato dal giudice del merito e posto a base dell’iter logico-giuridico sul quale ha fondato il proprio convincimento.


(Cassazione, sentenza n. 9613/08)


 


E’ congruo chi si trova nell’intervallo di confidenza.


In tema di accertamento fondato sull’applicazione degli studi di settore, l’Amministrazione finanziaria non deve limitarsi al mero richiamo dei dati aritmetici e statistici rinvenibili dallo studio avendo l’onere di confortare la motivazione dell’atto impositivo notificato al contribuente con ulteriori dati ed elementi obiettivi di riscontro della legittimità della pretesa erariale. Peraltro, lo studio contempla una funzione di ricavo che ammette un intervallo di valori, collocandosi all’interno dei quali l’ammontare dei ricavi dichiarato dal contribuente deve essere ritenuto ipso facto ‘congruo’ avendo riguardo quale parametro effettivo quello relativo all’entità del ricavo minimo ammissibile.


(Cassazione, sentenza n. 14/08)


 


I parametri sorpassati dagli studi


Benché non tenuta a giustificare l’adozione – fra i molteplici strumenti legislativi a disposizione – di un metodo di accertamento del reddito imponibile in luogo di un altro, l’Amministrazione finanziaria non può sottrarsi all’obbligo di motivazione degli atti impositivi utilizzando mere clausole di stile avulse dal contesto che caratterizza l’attività economica del soggetto verificato né deve ritenersi legittimo e consentito, omettendone completamente l’illustrazione dei relativi presupposti, ricorrere all’applicazione dei parametri ex art. 3, comma 181 della L. n. 549/1995 qualora lo studio di settore, debitamente approvato e ratione temporis vigente, conforti integralmente le ragioni manifestate in contraddittorio dal contribuente nell’opporsi alla pretesa dell’Erario.


(Commissione tributaria Regionale Torino, sentenza n. 72/XXIX/2007)


 


Valore probatorio degli studi di settore


Gli studi di settore non possono essere considerati, di per sé soli, decisivi ai fini dell’accertamento di un maggior reddito, occorrendo ulteriori elementi desumibili dalla specifica situazione del contribuente. Questi ulteriori elementi possono consistere nel contraddittorio correttamente instaurato dall’Agenzia con il contribuente che abbia omesso di produrre la documentazione contabile richiesta dall’ufficio (nel caso di specie il contribuente non si era neppure presentato all’appuntamento fissato dall’ufficio assumendo di essere ammalato, ma senza documentare tale stato patologico).


Poiché gli studi di settore sono basati su calcoli presuntivi possono costituire la base di partenza per un accertamento dei redditi ma non giustificano l’applicazione di sanzioni, poiché in materia sanzionatoria amministrativa sono applicabili i principi propri dell’illecito penale.


(Commissione tributaria Provinciale Bologna, sentenza n. 385/XII/2006)


 


Le presunzioni fiscali sono inefficaci di fronte all’età del contribuente.


I dati presuntivi emergenti dal redditometro ben possono essere contestati dal contribuente con considerazioni specifiche anche presuntive (quali l’età del contribuente, la professione, il territorio e l’economia locale, il periodo temporale preso in considerazione, eccetera), che è onere dell’ufficio contestare. Devono perciò essere confermate le affermazioni contenute nella sentenza di merito secondo cui il redditometro è inapplicabile a un professionista (geometra) che sia “anziano, abitante in un comune di meno di 2.000 abitanti, situato in un territorio disagiato e lontano da poli macroeconomici bensì caratterizzato da un modesto livello reddituale complessivo”; e secondo cui la dichiarazione, in un anno d’imposta, di un reddito sensibilmente superiore a quello dell’anno precedente dimostra che le fluttuazioni reddituali tipiche delle libere professioni sono – di fatto – in contrasto con i criteri sottesi all’accertamento parametrico e richiedono che questo si uniformi ai dati contingenti mercè un adattamento soggettivo.


(Cassazione, n. 6758/07)


 


Spazio solo per le contestazioni “concrete” per i parametri


L’ufficio è legittimato a rettificare il reddito dichiarato dal contribuente procedendo alla determinazione di maggiori ricavi o compensi applicando i parametri previsti dalla L. 28 dicembre 1995, n.  549 ed emanati con D.P.C.M. 27 gennaio 1996. I decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri non sono una norma secondaria e quindi adottati dopo aver acquisito il parere del Consiglio di Stato e con l’esplicitazione della propria natura di “regolamento” come previsto dall’art. 17 della L. 23 agosto 1988, n. 400, ma atti amministrativi generali.


La determinazione del maggior reddito con i parametri (che con un criterio matematico individuano un compenso medio-convenzionale frutto di soli dati statistici che non tengono conto della situazione personale e delle modalità di esercizio dell’attività) non viola i diritti costituzionali della capacità contributiva né tanto meno il diritto al lavoro e le sue modalità di svolgimento.


L’ufficio, rilevato uno scostamento tra quanto dichiarato dal contribuente e quanto al medesimo attribuito dal metodo statistico dei parametri, può emettere l’atto di accertamento limitandosi a recepire acriticamente le risultanze matematiche dei parametri. L’ufficio non è tenuto ad espletare ulteriore attività a supporto delle risultanze scaturenti dall’elaborazione matematica dei parametri.


La normativa sui parametri è di facile ed immediata applicazione con l’adeguamento ai risultati scaturenti dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri e pertanto non sussistono le condizioni previste dall’art. 8 del D.Lgs. n. 546/1992 che consente al giudice di disporre l’esonero dall’applicazione delle sanzioni.


(Commissione tributaria Provinciale Pistoia, sentenza n. 85/V/2006)


 


Prova dell’inapplicabilità al contribuente


L’accertamento fondato sui parametri, di cui all’art. 3 della L. n. 549/1995, stabilisce una presunzione di redditività aziendale superabile dal contribuente fornendo la prova dell’inapplicabilità degli stessi alle specifiche condizioni di svolgimento dell’attività.


(Commissione tributaria Regionale Roma, sentenza n. 238/I/2006)


 


Quando non conta la rettifica dei valori


L’ufficio è legittimato, ai sensi dell’art. 3, comma 181, della L. n. 549/1995, a procedere all’accertamento ai sensi degli artt. 39, comma 1, del D.P.R. n. 600/1973 e 55 del D.P.R. n. 633/1972. I predetti accertamenti, sono basati su presunzioni semplici ex art. 2727 del codice


civile, prive dei requisiti previsti dall’art. 2729 del codice civile (gravi, precisi e concordanti). Ne consegue che in mancanza di altri elementi che suffragano e rafforzano le risultanze matematiche dei parametri, la rettifica dei valori operata dall’ufficio non può essere considerata valida, quando, a maggior ragione, tali valori sono contestati e contraddetti dalle prove fornite dal contribuente che evidenziano la situazione personale nella realtà dei fatti.


L’accertamento deve essere annullato anche quando dalle prove fornite dal contribuente si rileva che quanto dal medesimo dichiarato è sostanzialmente allineato con il risultato delle prove fornite poiché i risultati dei parametri scaturiscono da un calcolo empirico avulso dalla realtà.


(Commissione tributaria Regionale Roma, sentenza n. 130/XXXVI/2006)


 


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