Novità fiscali dell'1 agosto 2008: impresa familiare e conferimento di azienda; stabile organizzazione in Italia di società francese; termine di presentazione della dichiarazione in caso di scioglimento della società di persone senza liquidazione; agenzie di viaggi: permuta di servizi

  Indice:   1) Impresa familiare e conferimento di azienda   2) Deduzione interessi passivi: Penalizzate le PMI   3) Società francese – Stabile organizzazione in Italia: Partita Iva   4) Credito su acconti per ritenute su interessi bancari: Richiesta di utilizzo in compensazione   5) Termine di presentazione della dichiarazione in caso di scioglimento […]

 






Indice:


 


1) Impresa familiare e conferimento di azienda


 


2) Deduzione interessi passivi: Penalizzate le PMI


 


3) Società francese – Stabile organizzazione in Italia: Partita Iva


 


4) Credito su acconti per ritenute su interessi bancari: Richiesta di utilizzo in compensazione


 


5) Termine di presentazione della dichiarazione in caso di scioglimento della società di persone senza formale procedura di liquidazione


 


6) rappresentante fiscale di società non residente: Redazione quadro VT dichiarazione annuale IVA


 


7) Agenzie di viaggi e turismo: Permuta di servizi


 


8) Brevi fiscali


 


 


1) Impresa familiare e conferimento di azienda


Il conferimento in società dell’unica azienda condotta in capo ad un’impresa familiare: i recenti chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate forniti con la risoluzione n. 233/2008.


In particolare, ci si sofferma sulla tematica del conferimento in società delle aziende condotte in capo ad imprese familiari, al fine di illustrarne gli aspetti civilistici e fiscali (circoscrivendoli alle sole imposte sui redditi), alla luce anche delle ulteriori recenti prese di


posizione dell’Amministrazione finanziaria.


Impresa familiare


Sul piano civilistico, l’impresa familiare è regolata dall’art. 230-bis del Codice civile.


Al partecipante all’impresa familiare sono, pertanto, attribuiti una serie di diritti (patrimoniali e di gestione) così riassumibili:


– Diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia, anche se non dovuto ad altro titolo (come per i figli maggiorenni);


diritto alla partecipazione agli utili in proporzione alla quantità ed alla qualità del lavoro prestato nell’impresa o nella famiglia;


diritto di partecipazione ad una quota dei beni acquistati con gli utili (quando questi, anziché essere distribuiti, vengano reinvestiti);


diritto di partecipazione agli incrementi, anche in ordine all’avviamento;


diritto di partecipazione, a maggioranza, alle decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi, la gestione straordinaria, gli indirizzi produttivi e la cessazione dell’impresa;


diritto di prelazione in caso di trasferimento dell’azienda.


Nell’ipotesi di conferimento dell’azienda condotta in capo all’impresa familiare, poiché l’apporto può essere definito come trasferimento a titolo oneroso con corrispettivo costituito da quote di partecipazione (azioni di società per azioni, quote di società a responsabilità limitata, quote di società personali, ecc.) in organismi associativi, è necessario chiarire come tali diritti trovino applicazione.


Diritto agli utili, ai beni acquistati e agli incrementi


Tra i diritti agli incrementi, aumentano il valore dell’azienda viene ricompreso anche il valore dell’avviamento; è stato precisato, a riguardo, che l’avviamento da prendersi in considerazione è solo quello cd. oggettivo (inerente, cioè, all’attitudine dell’organizzazione aziendale di produrre reddito) e non quello soggettivo (inerente alla persona dell’imprenditore) e che gli incrementi devono essere valutati separatamente per ciascun familiare, a far data dall’inizio della sua attività lavorativa.


Il diritto agli utili, ai beni acquisiti con essi e agli altri incrementi è, inoltre, proporzionato al lavoro prestato, rendendosi così necessario stabilire in quale misura la produzione di utili e di incrementi patrimoniali sia attribuibile alla prestazione di lavoro del partecipante, raffrontata con ogni altro rapporto produttivo.


Diritto di prelazione


In caso di trasferimento dell’azienda (nel quale rientra il conferimento) spetta ai partecipanti il diritto di prelazione sull’azienda medesima.


La suddetta prelazione può avere per oggetto l’azienda o anche solo un ramo di essa, ma non singoli beni aziendali; la stessa può essere inoltre esercitata da uno solo dei partecipanti, da alcuni di essi o da tutti; in tali ultime due ipotesi, la prelazione verrà esercitata in proporzione ai rispettivi diritti di partecipazione.


Il riferimento all’art. 732 c.c. significa che, qualora per il mancato rispetto del diritto di prelazione non vengano preferiti a terzi, a parità di condizioni, i partecipanti saranno legittimati ad agire nei confronti degli assegnatari e degli acquirenti estranei all’impresa familiare, nonché di ogni successivo loro avente causa, per seguire la titolarità dell’azienda.


Partecipazione alle decisioni concernenti il conferimento


La decisione di attuare il conferimento rientra tra quelle inerenti alla cessazione dell’impresa, dunque, la decisione di attuare il conferimento rientra tra quelle per le quali é necessaria la maggioranza dei partecipanti.


Conferimento dell’unica azienda dell’imprenditore individuale e successiva cessione delle partecipazioni sociali nella società conferitaria


A partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007 (2008 per gli esercizi solari), il regime fiscale applicabile ai conferimenti dell’unica azienda da parte dell’imprenditore individuale è unicamente quello della neutralità fiscale di cui all’art. 176 del TUIR.


Tuttavia, la società conferitaria potrebbe optare per l’affrancamento fiscale dei maggiori valori espressi nell’ambito dell’operazione di conferimento (attribuiti in bilancio a elementi dell’attivo rappresentati da immobilizzazioni immateriali e materiali dell’azienda ricevuta) mediante il pagamento dell’imposta sostitutiva di cui all’art. 176, co. 2-ter, del TUIR).


In ogni caso, il soggetto conferente (ex imprenditore individuale) che dovesse procedere con la successiva cessione delle partecipazioni ricevute come contropartita del conferimento, è soggetto alla disciplina contenuta nell’art. 176, co. 2-bis, del TUIR, in base al quale, nell’ipotesi di conferimento dell’unica azienda dell’imprenditore individuale, la successiva cessione delle partecipazioni ricevute a seguito del conferimento è disciplinata dagli artt. 67, comma 1, lettera c), e 68, assumendo come costo delle stesse l’ultimo valore fiscale dell’azienda conferita.


Ciò significa che – a prescindere dalla percentuale di diritti di voto, ovvero di partecipazione al capitale, che potrebbe rappresentare la partecipazione successivamente trasferita dall’ex imprenditore individuale – la relativa plus/minusvalenza risulta sempre determinata e tassata secondo le regole proprie delle partecipazioni qualificate (parziale concorso alla formazione del reddito imponibile dell’ex imprenditore, in misura pari al 40% – nel caso in cui sia realizzata entro il 31 dicembre 2008, ovvero in misura pari al 49,72% se realizzata in data successiva – cfr. D.M. 2 aprile 2008).


La plusvalenza viene analiticamente determinata come differenza tra il corrispettivo percepito e il costo fiscale attribuibile alla partecipazione sociale, che – nel caso di specie – é pari all’ultimo costo fiscale dell’azienda conferita, incrementato del valore di eventuali altri conferimenti (in denaro o in natura) che l’ex imprenditore avesse eventualmente posto in essere a favore della società conferitaria.


Al riguardo, il successivo co. 3 dell’art. 176, del TUIR prevede che non rileva ai fini dell’art. 37-bis, D.P.R. n. 600/73, il conferimento dell’azienda secondo i regimi di continuità dei valori fiscali riconosciuti o di imposizione sostitutiva di cui al presente articolo e la successiva cessione della partecipazione ricevuta per usufruire dell’esenzione di cui all’art. 87, o di quella di cui agli artt. 58 e 68, comma 3, introducendo così una presunzione legale assoluta di non elusività sottostante al perseguimento del risparmio d’imposta derivante dalla parziale esenzione del plusvalore realizzato nell’ambito di un’operazione di trasferimento di un complesso aziendale, a mezzo del preventivo conferimento dell’azienda in società e della successiva cessione delle partecipazioni sociali così ricevute.


Liquidazione degli incrementi patrimoniali ai partecipanti: Regime fiscale


L’Amministrazione finanziaria (C.M. 19 dicembre 1997, n. 320/E) ha chiarito che il «titolare


dell’impresa familiare che acquisisce le partecipazioni dalla società conferitaria deve liquidare i diritti di credito spettanti ai collaboratori familiari secondo le regole civilistiche, senza che da ciò derivino conseguenze fiscali in ordine al valore delle partecipazioni, per cui le somme erogate ai familiari non devono essere tassate in capo a questi e tali somme non assumono alcuna rilevanza nemmeno in capo all’ex titolare dell’impresa familiare, in ordine al riconoscimento fiscale del costo della partecipazione che lo stesso verrà a detenere nella società conferitaria.


E’, infine intervenuta, l’Agenzia delle Entrate con la R.M. 28 aprile 2008, n. 176/E, nell’ambito della quale è tornata nuovamente sul tema relativo al regime fiscale applicabile alle somme corrisposte dall’imprenditore individuale a favore del coniuge (partecipante all’impresa) per effetto della cessazione della prestazione di lavoro di questo ultimo.


A tal proposito, l’Amministrazione finanziaria – dopo aver esaminato l’istituto dell’impresa familiare sotto un profilo civilistico e aver fatto ancora una volta propria la tesi secondo la quale l’impresa in parola ha natura individuale e non collettiva (associativa) – ha voluto precisare, innanzitutto, come il reddito d’impresa sia dichiarato nel suo ammontare complessivo dall’imprenditore, ancorché l’art. 5, del TUIR preveda che i redditi delle imprese familiari siano imputati proporzionalmente alla propria quota di partecipazione agli utili a ciascun partecipante che abbia prestato in modo continuativo e prevalente la sua attività di lavoro nell’impresa, fissandone comunque il limite massimo nella misura del 49% dell’ammontare del reddito imponibile dell’imprenditore.


Pertanto, i redditi fiscalmente imputati ai partecipanti in proporzione delle rispettive quote di partecipazione non rappresentano costi nella determinazione del reddito dell’impresa familiare, ma una ripartizione dell’utile dell’impresa stessa.


Ciò significa che nella contabilità dell’imprenditore non viene iscritto il “costo” del lavoro del collaboratore ma lo stesso viene remunerato come quota di utile che diminuisce il reddito del titolare in dichiarazione dei redditi.


In aggiunta a ciò, l’Agenzia delle Entrate ha evidenziato come, la partecipazione del familiare all’impresa ha una rilevanza meramente interna nei rapporti tra l’imprenditore ed i suoi familiari in quanto il fondamento di tale istituto va ravvisato nella solidarietà che deve risiedere nei rapporti familiari e nell’esigenza di tutela e valorizzazione del lavoro prestato dai componenti della famiglia che hanno dato il loro contributo all’impresa, e deve liquidare al familiare il diritto di partecipazione nell’ipotesi in cui cessi di lavorare nell’impresa. Pertanto, le somme corrisposte dall’imprenditore non sono collegabili all’esercizio della sua attività giacché dirette a soddisfare esigenze estranee alle finalità e alla logica d’impresa.


In tale contesto la liquidazione al coniuge del diritto di partecipazione all’impresa familiare


afferisce alla sfera personale dei soggetti del rapporto in questione e pertanto non è riconducibile a nessuna delle categorie reddituali previste dal Tuir; l’importo attribuito non va pertanto assoggettato ad Irpef in capo al soggetto percipiente.


Ne consegue, ulteriormente, che la somma in questione non rileva come componente negativo e non è deducibile dal reddito d’impresa, non ricorrendo il requisito dell’inerenza previsto dall’articolo 109, comma 5 del Tuir, che si configura per le spese riferite ad attività da cui derivano proventi che concorrono a formare il reddito.






(Di Gianluca Cristofori e Paolo Giovannini, I focus fiscali, La Settima Fiscale, de Il Sole 24 Ore, Luglio/agosto 2008)


Conferimenti: Ai collaboratori familiari non è possibile attribuire partecipazioni al capitale della nuova società


In caso di conferimento d’azienda in regime di neutralità fiscale, soltanto il titolare dell’impresa può partecipare al capitale della società conferitaria neocostituita.


Restano esclusi quindi gli altri componenti di lavoro, compreso il coniuge, non dotati della qualifica di imprenditore.


In pratica, le persone che collaborano a un’impresa individuale costituita come impresa familiare e conferita in una Srl creata ex novo non possono detenere quote del capitale di quest’ultima.


L’unico soggetto in un’impresa familiare – avente la qualifica di imprenditore e che, quindi, può conferire l’azienda in neutralità – è il titolare dell’impresa stessa”.


Solo a lui spettano le quote della nuova conferitaria.


Infatti, in caso di conferimento d’azienda, il beneficio viene riconosciuto al conferitario purché questo appartenga a una delle categorie societarie indicate dall’art. 73 del Tuir, che includono le società per azioni e in accomandita per azioni, le società a responsabilità limitata, le società cooperative e le società di mutua assicurazione residenti nel territorio dello Stato.


In secondo luogo, l’agevolazione si applica solo se le imprese coinvolte nell’operazione di aggregazione sono operative da almeno due anni e indipendenti l’una dall’altra, nel senso che non devono appartenere allo stesso gruppo, né essere legate da un rapporto partecipativo, né controllate, anche indirettamente, dallo stesso soggetto. Inoltre, tutte queste condizioni devono sussistere ininterrottamente nei due anni che precedono l’operazione di conferimento.
Da parte del Legislatore vi é stata la volontà di favorire la concentrazione di aziende preesistenti che siano effettivamente attive e reciprocamente autonome.


(Agenzia delle Entrate, risoluzione del 10/06/2008, n. 233)


 






Unico adempimento formale per porre in atto l’impresa familiare


L’assegnazione dell’utile al collaboratore, presuppone l’esistenza di un’impresa familiare, risultante da atto pubblico o da scrittura privata a firme autenticate da Notaio, di data anteriore all’inizio del periodo d’imposta, nel corso del quale si è proceduto all’assegnazione del reddito.


In sostanza, se si vuol fare decorrere, ai fini fiscali, l’impresa familiare dal 01/01/2008, l’atto deve recare data di costituzione anteriore alla predetta data.


Dalla stipula dell’atto notarile, sorge l’obbligo per il collaboratore dell’iscrizione presso la gestione di competenza dell’INPS.


Non occorre nessuna comunicazione all’Agenzia delle Entrate, ne parte del notaio, ne da parte dell’imprenditore, ne parte del collaboratore.


 


 


2) Deduzione interessi passivi: Penalizzate le PMI


Come è noto la legge Finanziaria 2008 ha introdotto la nuova disciplina per la deducibilità degli oneri finanziari da parte dei soggetti IRES.


Le elaborazioni presuntive effettuate sulla base dei dati consuntivi del 2007 hanno evidenziato i gravi effetti cui le società di capitali possono andare incontro; ci si riferisce, in particolare, alle piccole società di capitali le quali non sempre sono in grado di correggere prontamente l’andamento della propria gestione finanziaria e si trovano, quindi, sottoposte alle inevitabili conseguenze di una disciplina estremamente penalizzante, tale da indurre, in taluni casi, anche allo scioglimento della società.


Nuova disciplina di deducibilità degli oneri finanziari


La legge Finanziaria 2008 ha modificato l’art. 96 del T.U.I.R., introducendo una nuova disciplina di deducibilità degli oneri finanziari per i soggetti IRES con la quale si prevede, in linea di massima, la deducibilità limitata al 30% del reddito operativo lordo.


In particolare, il nuovo comma 1 dell’art. 96 del T.U.I.R. prevede:


– La deducibilità degli oneri finanziari e degli oneri assimilati fino a concorrenza degli interessi attivi e dei proventi assimilati;


– la deducibilità dell’eccedenza nel limite del 30% del reddito operativo lordo (ROL).


Norme specifiche sono inoltre previste per l’individuazione degli interessi passivi, di quelli attivi (compresi quelli impliciti calcolati su crediti diversi dai commerciali e gli interessi attivi virtuali calcolati su crediti vantati verso la pubblica amministrazione) e sulla possibilità di scomputare negli esercizi successivi le eccedenze non dedotte.


Infine, altre norme sono previste per le banche e altri soggetti finanziari, diversi dalle «holding industriali», società consortili costituite per l’effettuazione unitaria di particolari lavori pubblici, società a prevalente controllo pubblico che operano in determinati settori e per le società partecipanti al consolidato nazionale.


In definitiva, per semplificare la disciplina relativa alle piccole e medie imprese commerciali


e industriali, gli interessi passivi da assumere per la determinazione della quota indeducibile sono quelli al netto degli interessi attivi e degli interessi attivi virtuali; da questo residuo va dedotto l’ammontare del 30% del ROL mentre l’eventuale eccedenza costituisce  quota non deducibile nell’esercizio e va scomputata, ove ricorrano i presupposti, negli esercizi successivi.


Possibili perdite di esercizio


La mancanza della ragionevole certezza, richiesta dal principio contabile OIC 25, per l’utilizzo fiscale nei periodi d’imposta successivi delle quote di oneri finanziari non dedotte comporta il divieto di iscrivere attività per imposte anticipate; tale circostanza, stante l’indeducibilità di una quota di oneri finanziari cui consegue un maggiore carico tributario, ha come ulteriore conseguenza la rilevazione di risultati economici irrisori se non addirittura negativi.


In definitiva, la mancata integrale deduzione degli oneri finanziari potrà comportare in molti casi la rilevazione di perdite di esercizio.


Trasformazione in società di persone


Il problema della piccola società a responsabilità limitata che versi nella situazione fin qui esaminata dovrebbe risultare risolvibile con il ricorso ad una «trasformazione regressiva», cioè da società di capitali in società di persone, giacché per i contribuenti soggetti all’IRPEF non si applica la disciplina dell’art. 96, ma quella dell’art. 61 del T.U.I.R. che consente, salvo l’applicazione del pro rata, la piena deduzione degli interessi passivi inerenti all’esercizio dell’impresa.


Al riguardo, secondo dottrina alla trasformazione regressiva non si applica la clausola generale antielusiva di cui all’art. 37-bis del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, poiché «l’ordinamento tributario consente alle imprese di scegliere tra due diversi regimi di determinazione della base imponibile a seconda della forma giuridica adottata».






(di Guido Berardo e Vito Dulcamare, in Corriere Tributario 32/2008, Ipsoa Editore)


 


 


 


3) Società francese – Stabile organizzazione in Italia: Partita Iva


La casa madre (francese), identificata direttamente in Italia, non può dichiarare la cessazione dell’attività della sede italiana né compensarne debiti e crediti, poiché si tratta di tsoggetti fiscalmente autonomi.


La stabile organizzazione italiana di una società estera deve essere munita di partita Iva indipendentemente dal fatto che le prestazioni effettuate con la casa madre siano “fuori campo”, poiché questa circostanza non inficia la sua natura di ente commerciale soggetto passivo d’imposta. C’è infatti autonomia tra la posizione fiscale della casa madre, identificata direttamente, e quella della stabile organizzazione, per cui la società non può dichiarare la cessazione dell’attività della sede fissa d’affari in Italia e chiudere la partita Iva. Né tanto meno può utilizzare la posizione fiscale per cui ha richiesto la partita Iva tramite identificazione diretta per assolvere obblighi ed esercitare diritti riferibili alla stabile organizzazione.


Per i soggetti diversi dalle persone fisiche e dagli enti non commerciali, la soggettività passiva d’imposta è attribuita indipendentemente dalla effettuazione di operazioni Iva.


Nel caso di specie, ciò che occorre considerare, pertanto, è la natura dell’attività svolta dalla stabile organizzazione.


Al riguardo, la stabile organizzazione della società francese che effettua anche operazioni intracomunitarie nel territorio dello Stato italiano, rientra nell’ambito degli enti commerciali: La sua attività consiste, infatti, nello sviluppo di software destinato alla casa madre.


La stabile organizzazione deve essere munita di partita Iva e deve adempiere a tutti gli obblighi previsti dalla normativa in materia.


La circostanza che le prestazioni effettuate tra la casa madre e la stabile organizzazione siano fuori campo Iva, non elimina la natura commerciale dell’attività svolta dalla stabile organizzazione che, pertanto, viene considerata soggetto passivo ai fini Iva.


Non esistono limiti a che la stabile organizzazione svolga anche operazioni nei confronti di


soggetti terzi che vanno regolarmente fatturate e registrate.


Infatti, l’art. 35 del DPR n. 633/72, stabilisce che “ I soggetti che intraprendono l’esercizio di un’impresa, arte o professione nel territorio dello Stato, o vi istituiscono una stabile organizzazione, devono farne dichiarazione entro trenta giorni ad uno degli uffici locali dell’Agenzia delle entrate ovvero ad un ufficio provinciale dell’imposta sul valore aggiunto della medesima Agenzia; la dichiarazione é redatta, a pena di nullità, su modelli conformi a quelli approvati con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate.


L’ufficio attribuisce al contribuente un numero di partita I.V.A. che resterà invariato anche nelle ipotesi di variazioni di domicilio fiscale fino al momento della cessazione dell’ attività e che deve essere indicato nelle dichiarazioni, nella home-page dell’eventuale sito web e in ogni altro documento ove richiesto”.


Alla luce ciò, assodata l’autonomia delle posizioni fiscali della casa madre identificata in Italia direttamente e della sua stabile organizzazione, l’Amministrazione finanziaria ha ritenuto che la società Alfa (casa madre residente in Francia, che opera nel settore della


progettazione, dello sviluppo e della costruzione di navi da guerra);


– non può procedere a dichiarare la cessazione dell’attività della stabile organizzazione ed alla conseguente chiusura della partita Iva;


– non può utilizzare la posizione fiscale per cui ha richiesto partita Iva mediante l’identificazione diretta per assolvere obblighi ed esercitare diritti relativi a quella che, ai fini  delle imposte sui redditi, è una stabile organizzazione;


– non può procedere alla compensazione di posizioni debitorie e creditorie riferibili a soggetti fiscali diversi.


(Agenzia delle Entrate, risoluzione del 30/07/2008, n. 327)


 


 


4) Credito su acconti per ritenute su interessi bancari: Richiesta di utilizzo in compensazione


Le eventuali maggiori ritenute su interessi bancari – versate in due acconti, entro il 16 giugno e il 16 ottobre di ogni anno – possono essere utilizzate in compensazione con altri debiti tributari o contributivi solo dal 1° gennaio del periodo d’imposta successivo. E’ esclusa, dunque, la possibilità di scomputarle dai versamenti dovuti nell’anno in cui le stesse eccedenze sono maturate, ad esempio utilizzandole, con riferimento all’acconto di giugno, già in occasione delle scadenze Irap e Ires del successivo mese di luglio.


Nel caso di specie, le maggiori ritenute su interessi bancari versate in acconto il 16 giugno ed il 16 ottobre 2008 potranno essere utilizzate in compensazione con altri debiti tributari e/o contributivi dal 1° gennaio 2009, senza dovere attendere la presentazione del modello 770/2009 ordinario (il cui termine scade il 31 luglio 2009).


(Agenzia delle Entrate, risoluzione del 30/07/2008, n. 328)


 


 


5) Termine di presentazione della dichiarazione in caso di scioglimento della società di persone senza formale procedura di liquidazione


Nella trasformazione da società di persone in impresa individuale è sempre necessaria la liquidazione della società ma non occorre una procedura formale.


Per conseguenza, le dichiarazioni dei redditi e Irap relative all’ultimo periodo d’imposta della società devono essere presentate entro i termini ordinari, previsti dall’arti. 2 del DPR 322/1998.


Il caso è stato sollevato da una istanza di interpello presentata da una Snc che, a causa del recesso di uno dei due soci e dello scadere del termine semestrale per ricostituire la compagine sociale, si è sciolta nel corso dell’anno 2007.


Il socio superstite, avendo continuato l’esercizio dell’impresa in forma individuale senza attivare la procedura formale di liquidazione della società, chiedeva se fosse stato corretto presentare la dichiarazione dei redditi e Irap della società entro il 31 luglio 2008 o, invece, se occorresse procedere alla liquidazione societaria e presentare la dichiarazione dei redditi nei diversi termini previsti


Pur trattandosi di una trasformazione atipica, vale la regola della neutralità fiscale dell’operazione, per cui lo scioglimento della società di persone con proseguimento dell’attività d’impresa da parte di un solo socio non realizza plusvalenze, semprechè il socio superstite continui l’attività in forma individuale e mantenga inalterati i valori dei beni.
La risoluzione n. 329/2008 ha distinto, inoltre, le due modalità della fase di liquidazione. Difatti, a differenza delle società di capitali, le società di persone possono liquidare informalmente i loro rapporti sociali, in luogo della procedura ordinaria di liquidazione di cui agli artt. 2275 e seguenti del Codice civile (nomina dei liquidatori, intervento del giudice eccetera).
Conclusa la fase di liquidazione (informale o ordinaria) ed estinta la società, il socio che intende proseguire l’attività chiede la cancellazione della società dal Registro delle imprese e presenta all’agenzia delle Entrate il modello Iva di dichiarazione di variazione attività, indicando nel quadro E la modificazione della società in ditta individuale.


Ai fini della presentazione della dichiarazione dei redditi della società sciolta senza attivare la procedura ordinaria di liquidazione, l’Amministrazione ha chiarito l’inapplicabilità dell’art. 5 del DPR n. 322/1998, norma che collega il termine di presentazione della dichiarazione alla data della delibera di liquidazione.


In altre parole, l’art. 5 é applicabile in presenza di una procedura ordinaria dei liquidazione.


In tutti i casi di scioglimento della società di persona senza procedura formale di liquidazione, invece, il termine di riferimento è quello ordinario di presentazione della dichiarazione previsto dall’art. 2 del DPR 322/1998 (entro il 31 luglio dell’anno successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta della società), prorogato, quest’anno, al 30 settembre 2008 dall’articolo 3, comma 4, del D.L. 97/2008.


Per esempio, una Snc, sciolta il 30 giugno 2007, il cui unico socio continui l’attività d’impresa in forma individuale senza intraprendere una formale procedura di liquidazione, deve presentare in via telematica entro il 30 settembre 2008 la dichiarazioni dei redditi (modello Unico 2008 – società di persone) e la dichiarazione Irap (modello Irap 2008 – società di persone) entrambe relative al periodo dal 1° gennaio 2007 al 30 giugno 2007, in forma non unificata, trattandosi di un periodo di imposta non coincidente con l’anno solare.
Il socio che continua l’attività d’impresa deve presentare, entro il 30 settembre 2008 in via telematica la dichiarazione dei redditi (modello Unico 2008 – persone fisiche) e quella Irap (modello Irap 2008 – persone fisiche) entrambe relative al periodo dal 1° luglio 2007 al 31 dicembre 2007, nonché la dichiarazione Iva costituita da due moduli, uno intestato alla società (per il periodo dal 1° gennaio 2007 al 30 giugno 2007) e l’altro intestato alla ditta individuale (per il periodo dal 1° luglio 2007 al 31 dicembre 2007).


(Agenzia delle Entrate, risoluzione del 30/07/2008, n. 329)


 


 


6) rappresentante fiscale di società non residente: Redazione quadro VT dichiarazione annuale IVA – ripartizione su base regionale delle operazioni effettuate verso consumatori finali


Per consentire al contribuente di compilare integralmente il quadro VT della dichiarazione annuale Iva, il rappresentante fiscale, di un soggetto non residente, può assumere come “luogo di esercizio dell’attività”, per la ripartizione su base regionale delle operazioni imponibili effettuate dalla società nei confronti dei consumatori inali e della relativa imposta, il luogo coincidente con il proprio domicilio fiscale.


Infatti, anche le istruzioni del modello AA7/9 (“Domanda di attribuzione del numero di codice fiscale e dichiarazione di inizio attività, variazione dati o cessazione attività ai fini Iva”) chiariscono che il soggetto non residente che nomini un rappresentante fiscale per operare in Italia, deve indicare esclusivamente la sede estera, il domicilio fiscale del rappresentante, mentre non deve compilare i campi relativi all’indirizzo del luogo dove è svolta l’attività.


(Agenzia delle Entrate, risoluzione del 30/07/2008, n. 330)


 


 


7) Agenzie di viaggi e turismo: Permuta di servizi


In caso di permuta di servizi tra agenzia di viaggi (che offre pacchetti turistici) e società pubblicitaria (che in cambio ne effettua la sponsorizzazione), entrambi, ai fini IVA, devono emettere fattura entro la data di inizio del viaggio.


La permuta, disciplinata dall’art. 1552 del codice civile, è un contratto unico in cui le parti si obbligano reciprocamente al trasferimento della proprietà di beni o di altri diritti o ad effettuare prestazioni.


Ai fini IVA (art. 11) le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate in corrispettivo di altre cessioni di beni o prestazioni di servizi, o per estinguere precedenti obbligazioni, sono soggette all’imposta separatamente.


La norma, infatti, considera distintamente ciascuna delle prestazioni cui i contraenti sono obbligati.


Ai sensi dell’art. 13 del DPR n. 633/1972, in caso di permuta, la base imponibile di ciascuna delle prestazioni rese è costituita dal suo valore normale.


Nel caso di specie, l’agenzia organizzatrice di viaggi offre all’agenzia di pubblicità una serie di pacchetti turistici, tra i quali quest’ultima può scegliere quelli di cui fruire.


L’offerta resta, quindi, indeterminata fino al momento in cui viene esercitata l’opzione che definisce il contenuto della prestazione.


La mera proposta di pacchetti turistici non è, infatti, sufficiente a definire la prestazione cui è obbligata l’agenzia organizzatrice di viaggi, giacché i servizi offerti potrebbero non essere fruiti, ovvero essere fruiti solo in parte dall’agenzia pubblicitaria.


Ne consegue che la scelta dei pacchetti turistici di cui avvalersi definisce anche il requisito della territorialità delle operazioni e il connesso regime d’imposta.


L’art. 74-ter, comma 6, del DPR n. 633/1972, stabilisce, infatti, che “se le prestazioni rese al cliente sono eseguite in tutto o in parte fuori della Comunità economica europea la parte della prestazione dell’Agenzia di viaggio ad essa corrispondente non è soggetta ad imposta a norma dell’art. 9”.


In tema di permuta, la risoluzione n. 75/2000 ha precisato che il momento impositivo coincide

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