Manovra estiva: un’acquiescenza ai verbali poco “appetibile”



         Il decreto legge che compone la “manovra estiva” varata dal nuovo Governo, tra le altre disposizioni, contempla la cosiddetta “adesione ai verbali di constatazione”: con un castone operato nell’ambito del decreto legislativo n. 218 del 1997, disciplinante gli istituti dell’accertamento con adesione e dell’omessa impugnazione, il Legislatore da vita a quella che a tutti gli effetti si ravvisa come l’acquiescenza alle presunte violazioni rilevate nell’ambito dell’attività di controllo, siccome ratificate nel processo verbale di constatazione redatto conclusivamente.


 


         La disposizione contempla, per quanto riguarda l’ambito oggettivo, i soli processi verbali di constatazione redatti in materia di imposte sui redditi e imposta sul valore aggiunto, dai quali può derivare l’emissione di un avviso di accertamento “parziale”.


 


         L’applicazione della nuova “definizione” si tradurrebbe nell’insindacabilità dei rilievi mossi al contribuente e, quindi, nell’acquiescenza, rectius adesione al contenuto integrale, al processo verbale di constatazione.


 


         In considerazione del fatto che il processo verbale di constatazione non ha alcuna rilevanza esterna, la norma contempla a livello procedurale che il contribuente il quale intende avvalersi delle nuove disposizioni in commento comunica la sua volontà nei 30 giorni successivi alla notifica del documento, al competente Ufficio dell’Agenzia delle entrate e al Reparto della Guardia di Finanza che ha redatto il verbale.


 


         A questo punto prende corpo la pretesa, mediante la redazione di un atto di adesione concernente l’accertamento “parziale” che sarebbe derivato dalla trasfusione, nello stesso, dei rilievi mossi al contribuente, da notificare nei sessanta giorni successivi all’avvenuta comunicazione del contribuente.


 


         Detto ciò, anche se la norma tace sul prosieguo degli adempimenti, in virtù dell’inclusione del nuovo strumento deflativo all’interno del decreto legislativo n. 218 del 1997 ne deriva che il contribuente è tenuto a “perfezionare” la definizione nei 20 giorni successivi al ricevimento dell’atto di adesione, mediante il versamento degli importi complessivamente dovuti ovvero mediante il versamento della prima rata, nel caso in cui il contribuente opti per la dilazione del pagamento.


  


         Dilazione che potrà avvenire in 24 o 36 mesi, a seconda che, rispettivamente, l’importo complessivamente dovuto sia di importo inferiore o superiore a 51.646 euro: a differenza, però, delle rateazioni previste per l’adesione e l’acquiescenza, per il nuovo istituto non è obbligatoria la prestazione della garanzia fideiussoria.


 


         Si tratta, in specie, di uno dei due “vantaggi” prospettati dalla norma: l’altro “beneficio” consisterebbe nella riduzione delle sanzioni ad un ottavo del minimo previsto dalla legge (e dunque assistiamo al dimezzamento della misura prevista nei casi di adesione ed acquiescenza).


 


 


Quali vantaggi?


 


         In prossimità dell’introduzione nell’ordinamento di un ulteriore strumento “premiale” e “deflativo”, occorre chiedersi quali possano essere gli eventuali vantaggi che deriverebbero dal suo utilizzo.


 


         Cominciamo con l’analizzare quanto “perde” il contribuente nell’aderire al contenuto integrale del verbale: le conseguenze immediate, ed ovvie, sono rappresentate dalla preclusione della possibilità di formulare l’istanza di accertamento con adesione di cui al primo comma dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 218/1997 nonché di formulazione di memorie all’ufficio competente per l’accertamento, nei sessanta giorni successivi alla notifica del processo verbale di constatazione, secondo quanto prevede l’articolo 12, comma 7, della legge n. 212 del 2000 (cosiddetto statuto dei diritti del contribuente).


 


         L’ovvietà di tali conseguenze deriva dal fatto che il contribuente, il quale intende aderire al contenuto del verbale, evidentemente ammette la propria responsabilità e, conseguentemente, non ritiene percorribile alcuna strada difensiva ante formazione del presumibile atto di accertamento.


 


         Pertanto, il “vantaggio” consisterebbe nella riduzione delle sanzioni – ulteriore rispetto a quella dell’acquiescenza ovvero dell’adesione sull’atto di accertamento – che rappresenterebbe il “premio” per anticipare all’erario le somme che sarebbero comunque dovute successivamente nel tempo (anche un paio di anni dopo la notifica del processo verbale di constatazione).


 


         Altri vantaggi non sono ravvisabili, giacché la definizione non sortisce nessun effetto in termini, ad esempio, penali, laddove le violazioni constatate abbiano determinato la comunicazione della notizia di reato alla competente autorità giudiziaria: in altre parole, l’avvenuta definizione potrà essere utilizzata, ma al pari di qualsiasi adesione all’accertamento, per richiedere al giudice l’applicazione della circostanza attenuante ex articolo 13 del decreto legislativo n. 74/2000 (in proposito è opportuno ricordare che le pene previste per i delitti tributari sono diminuite fino alla metà e non si applicano le pene accessorie se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari relativi ai fatti costitutivi dei delitti medesimi sono stati estinti mediante pagamento, anche a seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie).


 


         E’ naturale che stiamo ipotizzando un caso in cui il verbale sia una sorta di cavaliere “senza macchia”, e quindi sia connotato da una positività incontrovertibile: diversamente, in tutti i casi in cui le conclusioni alle quali sono giunti i verificatori sono opinabili, il nuovo istituto perde qualsiasi interesse per il contribuente che, a buon titolo, già nella fase antecedente alla formazione dell’atto promuoverà tutte le azioni difensive per attenuare se non eliminare la pretesa pro tempore in fieri.


 


         In circostanze del genere, infatti, non è pensabile che un contribuente possa essere allettato dalla circostanza di vedersi ridotte le sanzioni ad un ottavo del minimo sulla parte del verbale per la quale si è disposti a riconoscere l’infondatezza a fronte del pagamento di maggiori imposte, e sanzioni egualmente ridotte, concernenti contestazioni che si ritengono prove di fondamento.


 


         Inoltre, a mio avviso l’istituto è destinato a non essere utilizzato dai contribuenti anche per un ulteriore motivo: dall’esperienza processuale si ricava la constatazione che il procedimento di formazione dell’atto di accertamento a seguito di un processo verbale di constatazione non è affatto immune da rischi di illegittimità sul versante motivazionale.


 


         In sostanza, ferma restando la legittimità dell’atto di accertamento cosiddetto per relationem, intendo affermare che non è infrequente il caso che la componente motivazionale dell’atto presenti più di qualche punto debole, essendo pacifico che la trasfusione tel quel di una parte del verbale nell’atto di accertamento non assolve automaticamente al requisito di legge.


 


Per cui, l’adesione al processo verbale di constatazione viene “pagata” dal contribuente anche in termini di rinuncia alla verifica di legittimità dell’atto, il cui compimento è possibile soltanto con la conclusione del procedimento di controllo e, quindi, con la notifica dell’atto contenente la pretesa erariale: ed è un prezzo da pagare non di poco conto, se solo si riflette sulla circostanza che una “debolezza” dell’atto nei termini descritti, inficiandolo quanto a legittimità, è suscettibile di assorbire anche l’eventuale fondatezza, anche ipotizzabile in toto, della pretesa stessa.


 


         Un motivo in più, insomma, per il quale sono incline a ritenere che il nuovo istituto, almeno nella versione attuale del decreto legge, non incontrerà i favori dei contribuenti.


 


Carlo Nocera


26 Giugno 2008


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