Sentenze motivate per relationem: il pensiero della cassazione


            La recente sentenza della Cassazione, n. 3329 del 22 novembre 2007, depositata il 12 febbraio 2008, ci porta ad alcune riflessioni in ordine alla problematica relativa alla validità delle sentenze motivate per relationem, ovvero con rinvio ad un’altra  decisione  del  medesimo organo giudicante.


            Il tema è di estremo interesse nel processo  tributario (1),  ove  è frequente che davanti al giudice vengano portate questioni identiche, per le quali comunque vanno emesse distinte  sentenze, in tutti quei casi in cui non è avvenuta la  riunione  dei procedimenti.


 


            In via di principio, sulla falsariga di quanto previsto per la motivazione per relationem relativa all’accertamento, motivare la sentenza per relationem è legittimo, purché sia individuabile con precisione  l’oggetto del rinvio, non essendo comunque possibile un generico rinvio a  precedenti   pronunce“, senza neanche l’indicazione degli estremi delle sentenze richiamate.


            Sempre partendo da questo principio, la motivazione  per  relationem  ad  altre  statuizioni  è  da considerarsi  censurabile  quando  non   sia   possibile   comprendere   il procedimento  logico  seguito  dal giudice, per l’impossibilità di individuarne la ratio decidendi, atteso che la sentenza deve contenere l’esposizione – anche concisa – dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche, ai fini della decisione.


            Sembrerebbe, invece, ammissibile  il  rinvio nell’ipotesi in cui la decisione,  pur  avendo  rinviato  ad  un precedente del medesimo organo giudicante, abbia esplicitato la ratio decidendi con specifico  riferimento  alla fattispecie esaminata.


            La dottrina ha rilevato che (2)un problema più specifico è costituito dall’ipotesi in cui  la  sentenza d’appello, nel confermare la decisione di primo grado, si limiti a rinviare ai motivi contenuti in quest’ultima. Si  suole  in  proposito  affermare  che  il  giudice  d’appello  possa utilizzare argomentazioni esposte dal giudice di prime cure, ma  senza limitarsi ad un loro generico richiamo. L’organo di secondo grado, infatti, deve rendere note  le  ragioni  che  si  trovino  a  fondamento  della  sua pronuncia in relazione ai motivi d’impugnazione proposti.  In  applicazione di  questo  principio,  la  giurisprudenza  ammette  la   motivazione   per relationem quando dall’interpretazione della  sentenza  si  evinca  che  il giudice d’appello non si sia  limitato  a  far  proprie  le  argomentazioni contenute nella sentenza di  primo  grado,  ma  abbia  anche  confutato  le censure proposte con i  motivi  di  gravame (3),  senza  limitarsi  ad  un generico rinvio alla comparsa di risposta dell’appellato (4)”.


 



 


PRECEDENTI GIURISPRUDENZIALI DI CASSAZIONE


 


La sentenza n. 15833/2006


 


            Non è sufficientemente motivata una sentenza che si limiti  a richiamare altre sentenze di  organi  giudicanti  senza  riferirne  neppure succintamente le argomentazioni.


E’ questa la massima della sentenza n. 15833 del 26 gennaio 2006, depositata il successivo 12 luglio.


            La  Commissione  tributaria  regionale  del Lazio aveva rigettato l’appello  dell’Agenzia delle Entrate – ufficio di Roma 6  – avverso  la  sentenza  della  Commissione  tributaria provinciale.


            Le doglianze dell’Amministrazione finanziaria hanno, invece, trovato accoglimento da parte della Corte di Cassazione.


            Per quel che qui ci interessa, il vizio di motivazione della sentenza “è  invece  fondato  per  quanto  di ragione, in quanto non può essere ritenuta  sufficientemente  motivata  una sentenza che richiami per relationem sentenze della Commissione  tributaria provinciale di Roma già  prodotte  nel  giudizio  di  primo  grado  senza riportarne, neppure succintamente le argomentazioni”.


 


La sentenza n. 1248/2006


 


            Con sentenza n. 1248 del 21 dicembre 2005 (dep. il 23 gennaio 2006) della Corte Cass., Sez. tributaria –  è stato affermato che  non è in sé nulla la  sentenza  motivata  per  relationem  al contenuto di altra sentenza pronunciata contestualmente. È  pertanto  onere del ricorrente che la impugni dedurre che le  circostanze  di  fatto  e  di diritto, su cui si fondano le due sentenze, non sono identiche  e  che,  di conseguenza,   il   rinvio   alla   motivazione   di   altra   sentenza   è insufficiente. 


            Il ricorso – secondo i giudici di Cassazione -è infondato: “osserva il Collegio  che  dalla  comunanza  dei  presupposti  di  fatto sussistente fra  il  contenzioso  attinente  all’accertamento  del  diritto all’esenzione Ilor ed all’agevolazione Irpeg di cui agli artt. 101 e 105 del D.P.R. n. 218/1978 e quello riguardante il consequenziale  accertamento dei redditi connesso al diniego  da  parte  dell’ufficio  tributario  della spettanza dell’esenzione e dell’agevolazione in parola, discende  un  nesso di consequenzialità fra l’uno e l’altro di tali contenziosi, in  virtù  del quale, nel  caso  di  autonoma  e  distinta  instaurazione  delle  relative vertenze dinanzi al medesimo organo giudicante si rende inevitabile che  la contestuale decisione intervenuta nel primo  dei  suddetti  contenziosi  si rifletta sulla pronuncia afferente al secondo, il che impone,  analogamente a quanto ritenuto da questa Corte con riferimento al caso  della  comunanza dei  presupposti  di  fatto  esistente   fra   il   contenzioso   attinente all’accertamento  dei  redditi  di  una  società   e   quello   riguardante l’accertamento dei relativi redditi di partecipazione da imputarsi ai  soci (cfr. da ultimo Cass. n. 14417/2005), al giudice  chiamato  a  statuire  su quest’ultimo di prendere  atto  della  decisione  intervenuta  nella  prima controversia”.


            La Corte fa però rilevare che nel caso di specie la parte ricorrente non ha dedotto, quale specifico  mezzo  di gravame, la nullità della sentenza in quanto motivata per relationem e come tale priva del requisito di  autosufficienza, così che esula  dal  tema decidendum della presente controversia la questione se e quando  il  medesimo organo giudicante si trovi a pronunciare contestualmente più  decisioni  in cui siano affrontate questioni  legate  fra  di  loro  con  un  vincolo  di consequenzialità necessaria, sia o meno consentito che  la  motivazione  di una decisione  consista  in  un  mero  rinvio  alle  argomentazioni  svolte nell’altra.


 


La sentenza n. 19110/2006


 


            La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 19110 del 16 giugno 2005 (dep. il 29 settembre 2005), ha statuito che la  decisione  della  controversia  relativa   al   reddito conseguito dai soci può dipendere (laddove i soci  non  abbiano  contestato l’avvenuta distribuzione degli utili, la qualità di soci, l’ammontare della quota  di  partecipazione  o  altre  eccezioni  di  carattere   personale), pregiudizialmente,  dalla  decisione  della  controversia  promossa   dalla società. Pertanto, il giudice della  controversia  relativa  al  socio  può motivare mediante il richiamo alla sentenza relativa  al  reddito  prodotto dalla società; deve però indicare gli estremi  della  sentenza  cui  rinvia nonché dare atto se essa è passata in  giudicato  (e,  in  caso  contrario, sospendere il processo). Qualora manchino queste  indicazioni  la  sentenza motivata per relationem è nulla (rectius, inesistente).


            Secondo i Supremi giudici, il ricorso  appare  fondato per carenza di motivazione della sentenza  impugnata.  Infatti,  i  giudici  di appello si sono limitati ad affermare che la decisione dei  primi  giudici, relativa ai soci, deve essere  confermata  perché  è  stata  confermata  la decisione relativa alla società partecipata. Così facendo,  la  Commissione tributaria regionale rinvia ad una decisione esterna, della quale: a) non si conosce il contenuto sostanziale (e, quindi, le  parti  in causa non hanno  la  possibilità  di  verificare  se  siano  state  fornite risposte convincenti e legittime alle censure  proposte  con  i  motivi  di appello); b) non si sa se abbia acquistato la  forza  del  giudicato  formale, seppure esterno, ex  art.  324  del  codice  di  procedura  civile,  perché riverberi gli effetti probatori (nei limiti stabiliti  dall’art.  2909  del codice civile) sul giudizio relativo ai soci”.


            Pur se l’esito  del  giudizio promosso con il ricorso della società abbia valore  pregiudiziale  rispetto al giudizio promosso dai singoli soci, il giudice  non si può limitare a prendere atto, acriticamente, della decisione assunta nel giudizio pregiudiziale,  proiettandone  gli  effetti  sul  giudizio  relativo   alle partecipazioni. “In linea di principio, il ragionamento sarebbe anche giusto se fosse provata  l’esistenza  della  decisione  presupposta  (intesa come sentenza passata in giudicato) e se se ne conoscessero i  contenuti.  Nella specie, invece, non è dato sapere se la sentenza relativa al giudizio della società è  passata  in  giudicato e quale  sia  la  sua  motivazione.  In definitiva, siamo  in  presenza  di  una  motivazione  per relationem  che richiama una sentenza della quale non si conosce né l’an,    il quomodo. L’errore del giudice  di  merito,  che  rende  totalmente  vuota  (rectius, inesistente) la motivazione della sentenza impugnata è costituito dal fatto che si esaurisce in un rinvio ad una entità giuridica ignota nei  contenuti e  negli  effetti.  Dal  punto  di  vista  logico,  il  ragionamento  della Commissione tributaria regionale è costituito da un sillogismo del seguente tipo: a) se A perde, allora perde anche B (premessa maggiore valida, a condizione che i soci non abbiano formulato eccezioni personali o  relative all’avvenuta divisione degli utili); b) siccome A ha perduto (premessa di  fatto  della  quale  non  si conosce il valore di verità); c) allora, anche B deve perdere (conclusione  valida,  ma  solo  a condizione che sia  vera  l’affermazione  intermedia,  sub  b)  e  che  non ricorrano le ipotesi limitative precisate sub a).


  


La sentenza n. 3329/2008


 


                Il  contribuente,   impugnava   in   sede giurisdizionale, la cartella esattoriale, emessa ex art. 36-bis del D.P.R. n. 600 del 1973, sottesa ad  ottenere  il  pagamento  degli  acconti  ILOR  e dell’IRPEF dovuti per l’anno 1992.


           


            L’adita C.T.P. di Napoli,  accoglieva  il ricorso, con decisione che veniva confermata dalla C.T.R..


            In particolare, la Commissione Regionale riteneva infondati nel merito i motivi dell’appello, poiché  “la motivazione della  decisione  dei primi giudici è condivisibile sotto  il  profilo  giuridico,  in  quanto  ha esaminato la questione ed ha argomentato in ordine ai  motivi  proposti  nel ricorso presentato dal contribuente  in  tale  grado  di  giudizio”  e  che, d’altronde, l’appello dell’Ufficio era a ritenersi infondato,  in  quanto  i relativi motivi, non trovavano in atti riscontro probatorio e  non  potevano considerarsi idonei ad infirmare la motivazione della decisione impugnata.


La  Corte di Cassazione, chiama a pronunciarsi sul ricorso delle Entrate:



  • considerato che i Giudici di merito  hanno  confermato  la  sentenza  di prime  cure,  verso  la  quale,  sostanzialmente,  hanno  espresso  “ acritica condivisione, utilizzando un periodare ed argomentazioni, di per sé inidonee a dare contezza del percorso decisionale”;

  • posto che detti Giudici hanno  effettuato  “ un  generico richiamo alla sentenza di primo grado, limitandosi, per  altro,  a  rilevare che l’amministrazione non aveva offerto la prova del proprio assunto,  senza indicare i concreti elementi,  ritenuti  rilevanti  e  posti  a  base  della decisione”;

  • ritenuto che, ciò stante, le  doglianze  prospettate  dall’Agenzia  sono manifestamente fondate, giacché  le  espressioni  utilizzate  non  assolvono all’obbligo motivazionale, essendo principio consolidato sia quello  secondo cui “la motivazione di una sentenza per relationem  ad  altra  sentenza,  è legittima  quando  il  Giudice,  riportando  il  contenuto  della  decisione evocata, non si limiti a richiamarla genericamente ma la faccia propria  con autonoma e critica  valutazione”  (Cass.  n. 1539/2003; n. 6233/2003;  n. 2196/2003; n. 11677/2002), sia pure l’altro, per il  quale  è  configurabile l’omessa motivazione, “quando il Giudice di merito omette di indicare  nella sentenza gli elementi da cui  ha  tratto  il  proprio  convincimento  ovvero indica tali elementi senza una approfondita  disamina  logico    giuridica, rendendo in tal modo  impossibile  ogni  controllo  sull’esattezza  e  sulla logicità del ragionamento (Cass. n. 890/2006, n. 1756/2006,  n.  2067/1998)”.


ha cassato la sentenza di secondo grado, con  rinvio della causa ad altra sezione della C.T.R. della Campania perché, adeguandosi al citato orientamento, pronunci  sul  merito.


 


BREVI RIFLESSIONI FINALI


 


            Da questa carrellata il filo conduttore sembrerebbe unico: nel rinviare ad altra decisione occorre   rendere note  le  ragioni  a  fondamento  della  pronuncia.


            La  giurisprudenza  ammette  la   motivazione   per relationem quando dall’interpretazione della  sentenza  si  evinca  che  il giudice non si sia  limitato  ad un generico richiamo  ma  abbia  fatto propria l’altra sentenza richiamata.


            Non adempie il dovere di motivazione il giudice del gravame che si richiami per relationem alla sentenza impugnata di cui condivida le argomentazioni, senza dar conto di aver valutato criticamente sia il provvedimento censurato che le censure proposte (5).


            Anche in sede di processo tributario, occorre quindi rendere  esplicito  il  percorso logico seguito dal giudice nel rendere la sentenza.


            Infatti, la concisa esposizione dello svolgimento del processo – richiesto dal n. 2, del comma 2, dell’art. 36, del D.Lgs.n.546/92 – e la succinta esposizione dei motivi in fatto e diritto, richiesto dal n. 4 del citato secondo comma dell’art. 36 – non sottrae rilevanza ad una esauriente esplicitazione dell’accaduto, con la naturale conseguenza che la sua assenza è motivo di nullità (6).


           


            L’estensore della motivazione deve ricostruire il percorso logico giuridico che ha condotto il Collegio alla scelta delle prove e delle argomentazioni a base della deliberazione. Il difetto di motivazione sussiste, pertanto, solo nel caso in cui quest’ultima si risolva in semplici affermazioni non suffragate da relativi ragionamenti o giustificazioni.


            Resta fermo che la motivazione deve essere comunque espressa, essendo consentito un semplice rinvio a motivazioni contenute in altri atti del processo (motivazione per relationem), solo nel caso in cui accolga quella contenuta in atti in cui (ad esempio, la perizia del consulente tecnico d’ufficio) vi sia una esplicita ed esaustiva ricostruzione dell’iter logico giuridico adottato. Se, invece, la sentenza dissente dalle conclusioni contenute nell’atto è ovviamente necessaria una motivazione espressa.


            Emblematica appare la sentenza n. 23138 del 28.11.2005 della Corte di Cassazione con la quale è stato sottolineato che “…non vi è dubbio che il giudice di merito sia però tenuto a giustificare le determinazioni adottate mediante congrua e corretta motivazione; non può ritenersi né congrua né corretta una motivazione che si risolva nell’affermazione vista la documentazione in atti, si osserva, senza che sia dato alcun conto delle ragioni che hanno indotto il giudice di merito a ritenere tale documentazione adeguata a sorreggere una conclusione e non l’altra“; e ancora, “…non costituiscono sufficienti indici di esplicitazione dei criteri di valutazione effettivamente utilizzati dal giudice la apodittiche espressioni: dopo ampia dissertazione giuridica, dopo approfondita disamina, non sono emersi elementi aggiuntivi rispetto a quelli già esaminati in primo grado, ritiene di confermare la decisione impugnata, ritenendone condivisibile ogni sua parte”.


              In particolare, per i giudici di legittimità, la sentenza impugnata risultava completamente priva dell’esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della causa e conteneva una motivazione in diritto “estremamente succinta e di per sola sostanzialmente inintelligibile(7).


 



Gianfranco Antico


20 maggio 2008








NOTE


(1) Sul tema cfr. MANNINI, Sentenza della Corte di Cassazione, Sez. tributaria, n. 7937 del 26  aprile 2004: processo tributario e sentenze motivate per relationem, “il fisco”, n. 23/2004, pag. 3532


 



(2) MANNINI, Sentenza della Corte di Cassazione, Sez. tributaria, n. 7937 del 26  aprile 2004: processo tributario e sentenze motivate per relationem, “il fisco“, n. 23/2004, pag. 3532


 



(3) Si veda anche Cass. civ., Sez. III, 19 luglio  2000,  n.  9497,  in “Rep. Foro It.”, 2002, voce Impugnazioni civili, n. 108; Cass.  civ.,  Sez. II, 10 aprile 2000, n. 4485,  in  “Rep.  Foro  It.”,  2000,  voce  Sentenza civile, n. 37; Cass. civ., Sez.un., 8 giugno 1998, n. 5612, in  “Rep.  Foro It.”, 1998, voce Sentenza civile, n. 57; Cass. civ., Sez. lav., 5  dicembre 1997, n. 12379, in “Rep. Foro It.”, 1997,  voce  Sentenza  civile,  n.  52; Cass. Civ., sez. III, 23 aprile 1998, n. 4185, in “Rep.  Foro  It.”,  1998, voce Sentenza civile, n. 58.


 



(4) Cfr. Cass. civ., Sez. lavoro, 24 ottobre 2001, n. 13087,  in  “Rep. Foro It.”, 2001, voce Sentenza civile, n. 55.


 



(5) Cass. 3547/2002.



 


(6) Cfr. ANTICO-CONIGLIARO-FARINA, Il contenzioso Tributario”, Il Sole24ore, Milano, 2006


 



(7) Cfr. LA FACE, Il difetto di motivazione rende nulla la pronuncia, in Fiscoggi del 21.12.2005.


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