Le nuove regole in materia di antiriciclaggio


Il reato di riciclaggio è stato introdotto nel codice penale, per la prima volta nel 1978. In origine, tale fattispecie aveva una portata limitata in quanto puniva la sola sostituzione di denaro o valori provenienti da rapina aggravata, estorsione aggravata o sequestro di persona a scopo di estorsione.


 


Successivamente il fenomeno criminoso ha subito una continua evoluzione, innescando un processo di revisione della normativa, stimolato anche dalla contestuale predisposizione nell’ambito internazionale di idonei strumenti giuridici, per effetto dei quali oggi il reato di riciclaggio è perseguibile per chiunque:


 


         sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre attività provenienti da delitto non colposo, ovvero compie altre operazioni in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa; – reato di riciclaggio previsto dall’art. 648 bis del c.p.;


         impiega in attività economiche o finanziarie, beni o altre utilità provenienti da delitto (reimpiego – art. 648 ter del c.p.);


         chiunque compia operazioni, con i beni sopra indicati, atte ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa.


 


Tra le novità introdotte, la più significativa è rappresentata dall’ampliamento ai reati cosiddetti presupposti; infatti con la nuova formulazione si ha l’estensione a tutti i delitti non colposi e, nel contempo a tutti i reati di natura economica e finanziaria, quali la bancarotta fraudolenta, l’abuso di informazioni privilegiate e la manipolazione del mercato.


 


L’elemento soggettivo è il dolo generico, cioè l’azione che viene posta in essere dal soggetto di compiere l’attività di ripulitura o reimpiego di beni di provenienza delittuosa. Infatti il riciclaggio si contraddistingue dal reato di ricettazione, perchè appunto quest’ultimo ha come finalità il profitto.


 


Il reato di riciclaggio va poi esaminato sinergicamente ai reati tributari e in particolare quelli disciplinati dal D.Lgs. n. 74/2000. Infatti il rapporto tra evasione fiscale e riciclaggio si instaura in contesti illeciti spesso trasversali e poliedrici che interessano tanto organizzazioni criminali quanto persone fisiche che hanno quale unico scopo quello di ripulire i proventi derivanti da meri comportamenti di evasione fiscale frutto di attività economiche di per sé lecite.


 


Nel tempo sebbene i sistemi di pagamento si sono  modificati, l’uso del contante è rimasto lo strumento maggiormente utilizzato nelle transazioni commerciali. Infatti l’uso del contante rende più facile la realizzazione di operazioni di riciclaggio in quanto permette di celare grandi masse di denaro.


 


Con la nuova normativa antiriciclaggio disciplinata dal D.Lgs. 21 novembre 20007 n. 231, dal 30 aprile 2008 cambieranno le abitudini degli italiani e, in special modo, quello dell’uso del contante, degli assegni bancari e dei libretti al portatore. Inoltre il Ministero dell’Economia ha diramato una circolare del 20 marzo 2008 esplicativa circa i limiti dell’uso del contante.


 


LIMITI ALL’USO DEL DENARO


 


Per quanto riguarda  i limiti all’uso del denaro contante, l’art. 49 vieta il trasferimento di denaro contante, o di libretti di deposito bancari, postali o in valuta estera effettuato a qualsiasi titolo fra soggetti diversi, quando il valore dell’operazione anche se frazionata è complessivamente pari o superiore a 5.000,00 €uro. Tale limite quindi ha quale finalità quello di rendere tracciabile  tutte  le operazioni attraverso degli intermediari abilitati.


 


Resta però da definire cosa si intende per operazione frazionata. Secondo l’art. 49, per operazione frazionata si intende: “un’operazione unitaria sotto il profilo economico, posta in essere attraverso più operazioni, singolarmente inferiori a 5.000,00 €uro, effettuata in momenti diversi”.


 


Pertanto, in teoria, un’operazione per contanti di complessivi €uro 18.000,00, frazionata con pagamenti in contanti al di sotto del limite di 5.000,00 €uro, cadenzati in un arco temporale superiore ai sette giorni imposti, non dovrebbe destare attenzioni da parte degli organi preposti al controllo (UIF, Banca D’Italia, Guardia di Finanza).


 


Pare però che vi sia una diatriba tra il Consiglio Nazionale del Notariato e il Consiglio Nazionale del dottori commercialisti ed esperti contabili, tanto che è stato presentato un quesito al Ministero dell’Economia e delle Finanze. In particolare il contendere sarebbe l’esatta accezione che andrebbe data alla parola citata dal legislatore: “complessivamente”; cioè se collocare il pagamento di una somma in contanti in maniera avulsa ma comunque nei limiti dell’arco temporale di cui si faceva prima cenno oppure collocarla all’interno di una singola operazione anche se frazionata nel tempo. La risposta ai posteri.


 


Di certo è che dal 30 aprile 2008, per le operazioni unitarie effettuate con denaro contante, il limite dei 12.500,00 €uro si abbasserà ad €uro 5.000,00 e, quindi, non sarà più possibile adottare nella prassi commerciale pagamenti eccedenti il nuovo limite, a meno che non si utilizzi un intermediario abilitato. Quindi nessun limite alle operazioni tramite banca, poste italiane o istituti di moneta elettronica. Nel caso invece del money transfer il limite scende a 2.000,00 €uro.


 


LIBRETTI AL PORTATORE


 


Per quanto riguarda libretti di deposito bancari o postali al portatore, essendo dei “tipici titoli” che permettono il trasferimento di liquidità attraverso la semplice identificazione del soggetto che compie l’operazione, il legislatore ha previsto che gli stessi non possono avere un saldo superiore ad €uro 5.000,00. Pertanto ai sensi dell’art. 49 – comma 13, il legislatore impone a tutti i portatori di estinguere i predetti libretti aventi saldi pari o superiori ad €uro 5.000,00 oppure ridurre il saldo al di sotto della soglia dei 5.000,00 €uro entro il 30 aprile 2009.


 


In caso di trasferimento dei libretti di deposito bancari o postali al portatore, il cedente dovrà comunicare entro 30 giorni alla banca o poste italiane i dati identificativi del cessionario ai sensi dell’art. 49 – comma 14.


 


La circolare chiarisce però che se si tratta di libretti emessi anteriormente al 30 aprile 2008 e presentati all’incasso a decorrere da tale data, la comunicazione può essere legittimamente sostituita da un’autocertificazione ovvero dichiarazione sostitutiva Senza autocertificazione dovrebbe essere presentata una dichiarazione di avvenuta cessione del libretto da parte del cedente entro 30 giorni successivi ala presentazione del libretto per l’incasso.


 


ASSEGNI BANCARI – nuovi limiti, imposta di bollo, emessi con la dizione “me medesimo”


 


A decorrere dal 30 aprile 2008, l’art. 49 del D.Lgs n 231/07, pone anche per gli assegni bancari e postali nuovi limiti in emissione mentre per tutte le operazioni concluse entro tale data, gli assegni emessi conserveranno i loro effetti e non saranno assoggettati ad alcuna sanzione anche se incassati successivamente.


 


Le nuove regole prevedono che a far data 30 aprile, i moduli di assegni bancari e postali rilasciati dalle banche e dalle poste italiane s.p.a. devono essere dotati della clausola di “non trasferibilità”.


 


Dal 30 aprile l’emissione di assegni in forma libera potrà essere effettuata solo per importi inferiori ad €uro 5.000,00. Ai sensi del comma 10 dell’art. 49, coloro che intendano richiedere un carnet assegni in forma libera dovranno pagare una imposta di bollo pari ad € 1,50 per ciascun singolo assegno e, l’importo all’ordine dovrà essere inferiore ad €uro 5.000,00.


 


Per quanto riguarda gli assegni in possesso della clientela, gli stessi potranno essere utilizzati dalla stessa anche successivamente al 29 aprile 2008, ,a il loro utilizzo dovrà essere effettuato nel rispetto dell’art. 49 ovvero: per quelli in forma libera dovranno essere inferiori ad €uro 5000,00 mentre per quelli superiori ad €uro 5.000,00 dovranno recare la clausola di non trasferibilità e l’indicazione del nome del beneficiario.


 


Inoltre, a pena di nullità, gli assegni dovranno recare nella girata il codice fiscale del girante ovvero di ciascun girante se ne sono più di uno. La mancata o errata indicazione del codice fiscale rende nulla la girata e le banche o poste potranno non pagare l’assegno.


 


Infine ai sensi del comma 6 dell’art. 49, gli assegni bancari e postali emessi all’ordine del traente con intestazione a me stesso o a me medesimo) potranno essere girati unicamente dal  traent per l’incasso ad una banca o posta senza quindi possibilità di ulteriore circolazione a mezzo girata.


 


Paolo Giovanetti

18 Aprile 2008


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