Rimborso dell’imposta se il concordato si riapre dopo il fallimento

            Il contribuente ha diritto al rimborso dell’imposta di registro in caso di risoluzione del concordato preventivo con garanzia, atteso che l’avviso di liquidazione è stato emesso dopo la sentenza dichiarativa di fallimento.


            L’importante principio è contenuto nella sentenza n. 5474 del 29/2/2008 della Corte di Cassazione, da cui emerge che, atteso il contrasto giurisprudenziale esistente circa l’applicazione della tassa fissa o dell’imposta proporzionale alla sentenza di omologazione del concordato preventivo con garanzia, deve riconoscersi il diritto al conguaglio in caso di risoluzione del concordato e va cancellato l’avviso di liquidazione emesso dopo la sentenza dichiarativa di fallimento.


            Si osserva preliminarmente che le disposizioni in materia di imposta di registro nel D lgs 26/4/1996, n. 131, modificativo del D.P.R. 26/10/1972, n. 645, recante il Testo Unico delle disposizioni concernente detta imposta.


            Nella  fattispecie in esame una società, creditrice di una ditta poi dichiarata fallita, ha impugnato l’avviso di liquidazione con cui la sentenza di omologazione del concordato preventivo con garanzia era assoggettata ad imposta con aliquota proporzionale. I giudici di merito, accogliendo parzialmente il ricorso, hanno dichiarato che detta sentenza era soggetta a tassa fissa, contrariamente a quanto sostenuto dall’Ufficio finanziario che  ha chiesto l’applicazione dell’imposta proporzionale. I giudici dell’appello hanno accolto il ricorso dell’ufficio, respingendo quello incidentale della società contribuente.


            I giudici di legittimità hanno ritenuto che la sentenza di omologazione di concordato fallimentare non assurge ad un mero momento di controllo rispetto al patto concordatario ma costituisce l’atto finale di un procedimento giudiziale di per sé produttivo di effetti obbligatori a contenuto economico. In conseguenza di ciò tale sentenza è soggetta all’imposta proporzionale di registro ex art. 8, lett. e), prima parte, Tariffa A, annessa al DPR n. 634 del 1972 e non all’imposta in termine fisso di cui alla successiva lett. f) del medesimo art. 8 per gli atti giudiziali di omologazione.


            Il citato DPR n. 645 del 1972, recante disposizioni in materia di imposta di registro, stabilisce, infatti, alla richiamata Tariffa A che gli atti non portanti condanna né accertamento di diritti a contenuto patrimoniale (art. 8, prima parte, Tar A, lett. e) sono soggetti all’imposta fissa di registro, mentre gli atti di omologazione a quella proporzionale. La Corte di Cassazione ha specificato che la sentenza di omologazione di cui trattasi ha una propria autonomia giuridica che la distingue sia dai rapporti obbligatori precedenti insorti nei confronti di un soggetto e nei confronti della eventuale successiva sentenza di fallimento, che non deve considerarsi come una modifica della pregressa situazione sorta con il concordato.


            Circa la questione, ancora non definitivamente acclarata, devesi evidenziare il contrastante indirizzo giurisprudenziale. Infatti alcuni pronunciamenti hanno ritenuto che la sentenza in esame va assoggetta all’imposta in misura fissa ai sensi del citato art. 8, atteso che, restando, i beni del debitore concordatario oggetto di sua proprietà, ancorché assoggettati ad un vincolo di destinazione a cui non possono essere sottratti, dalla sentenza di omologazione non deriverebbe alcun mero trasferimento (1). Altra parte della giurisprudenza ritiene invece che la sentenza di omologazione è soggetta all’imposta proporzionale, rimanendo esclusa l’applicabilità  della tassa fissa di cui alla lettera f) dell’art. 8 DPR n. 645/72, considerato che le garanzie prestate a corredo  della proposta ex articoli 160 e 181 della legge fallimentare sono esenti dal pagamento dell’imposta di registro, in quanto richieste obbligatoriamente dalla legge (Cass 17 aprile 1998, n. 3917; 4 novembre 1992, n. 11967) (2).


            La Corte di Cassazione, non ignorando che la prevalente giurisprudenza considera la sentenza in esame assoggettabile all’imposta di registro proporzionale, ha ritenuto che la stessa non è assimilabile agli altri provvedimenti di omologazione, atteso che non si risolve in un mero controllo sulla conformità di un atto di autonomia ai requisiti di legge, ma rappresenta l’esito decisionale conclusivo di un procedimento giurisdizionale che produce effetti che trascendono il momento della manifestazione dei creditori, incidendo sulle posizioni di tutti i creditori anteriori. Conseguentemente la ragione dell’esclusione di questo tipo di omologazione dal novero delle altre, soggette a tassa fissa, va ricercata nella natura pubblicistica e non patrizia del fatto costitutivo dell’obbligazioni concordatarie, atteso che le medesime dipendono non dal sottostante dato negoziale, ma dall’omologazione contenuta nella sentenza.


            I giudici di legittimità, prescindendo dalla definitiva soluzione del problema riguardante l’assoggettabilità della sentenza di cui trattasi ad imposta proporzionale o fissa, hanno riconosciuto al contribuente il diritto al conguaglio in caso di risoluzione del concordato. Pertanto è da ritenersi fondato il ricorso proposto avverso l’avviso di liquidazione, emesso e notificato dopo la sentenza dichiarativa del fallimento pronunciata a seguito della risoluzione del concordato.


 


Enzo Di Giacomo


25 Marzo 2008








NOTE


(1) Cass, Sez. I, 20 marzo 1998, n. 2957.


 



(2) Cfr. Cass. 16 settembre 2005, n. 18435. La sentenza di omologazione del concordato fallimentare è soggetta a tassazione proporzionale ed è inquadrabile tra gli atti (giudiziali) genericamente indicati nell’art. 8 della Tariffa, Parte prima di cui all’All. A t.u. n. 131 del 1986. 8n. 2449 del 1999; n. 3917 del 1998; n. 4235 del 1994)


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